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: pericolosa disperazione

La NATO scopre il nuovo esercito russo

marzo 24, 2014 Lascia un commento

Dedefensa 24 marzo 2014
Secondo il blocco BAO, c’è stata l’”invasione” della Crimea da parte dell’esercito russo, o meglio un’”incursione” (è la parola d’ordine, e BHO ha anche usato la parola “incursione”). In questo contesto, accettata l’ipotesi di sviluppare ulteriormente la nostra analisi, è interessante sentire l’apprezzamento dei capi militari della NATO. Come il Comandante in Capo supremo della NATO (SACEUR), generale dell’USAF Breedlove, che istruiva il Forum di Bruxelles, l’assai ortodosso meeting annuale organizzato dall’atlantista German Marshall Fund, questo fine settimana a Bruxelles. (Per gli stralci di seguito, consultare il Wall Street Journal del 23 marzo 2014).
Breedlove è rimasto molto colpito, soprattutto dalla preparazione delle “incursioni” con il pretesto delle manovre consentite dall’accordo sulla sicurezza, e dalla loro esecuzione, “il generale ha detto che era chiaro che la Russia ha migliorato in modo significativo le sue capacità dopo la guerra in Georgia del 2008. “L’incursione della Russia in Georgia … probabilmente non fu la più morbida”, ha detto. “A titolo di confronto, l’incursione in Crimea ha funzionato come un orologio, a partire dalla disconnessione quasi completa delle forze in Crimea dal loro comando tramite disturbi ed attacchi cibernetici, e poi l’accerchiamento completo da parte delle forze russe in Crimea”.”
Breedlove è rimasto in costante contatto con il suo omologo russo, il Generale Gerasimov, Capo di Stato Maggiore Generale. Si erano informati sulla situazione e Breedlove riconosce che non è possibile determinare se questi colloqui abbiano indotto in errore sulle intenzioni russe, in un momento o nell’altro, ma intende comunque continuarli… E’ una situazione strana, perché si tratta di una miscela di cooperazione e antagonismo, cooperazione, perché la posta in gioco è troppo alta per due potenze nucleari di queste dimensioni; e antagonismo, perché le operazioni in questione sono in realtà antagonistiche: Breedlove “... ha difeso i contatti che ha sviluppato con il suo omologo russo il Generale Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore generale. Ha detto che avrebbe cercato di mantenerli in futuro. La NATO aveva cercato di migliorare i contatti ai vertici militari russi negli ultimi mesi e l’alleanza ha detto che i due uomini parlarono il 24 febbraio, subito dopo l’inizio della crisi in Crimea. Convennero di “tenersi reciprocamente informati” sulla situazione, secondo la NATO. “Venivo ingannato?”, si chiede il generale Breedlove. “Non posso affermarlo. Non so quando e come la sua leadership abbiano preso tali decisioni”.
Breedlove ritiene che i russi usino la pressione delle loro forze armate per considerare delle “incursioni” in determinate situazioni di conflitto latente, in modo da scoraggiare i piani per l’ingresso nella NATO di alcuni Paesi alle frontiere della Russia. Avrebbero mescolato efficacemente soft power (sistema mediatico per fare pressione) e hard power (sistema tecnologista per la gestione delle loro forze armate) con risultati sostanzialmente politici più che militari. “Il generale Breedlove si era detto preoccupato che le forze russe nei pressi del confine ucraino attraversassero il sud dell’Ucraina verso la Transnistria, una provincia separatista filo-russa in Moldova. Mosca, ha avvertito, sembrava usare attivamente i conflitti congelati nei suoi confini, come Transnistria e Abkhazia in Georgia per porre un veto alla spinta dei vicini a legami più profondi con l’UE e la NATO. In altre parole, se la Russia è preoccupata da un Paese diretto verso l’occidente, un modo per risolvere tale incursione è un conflitto congelato e ora nessuno vuole pensare di trascinare tale nazione nella NATO, perché potrebbe significare un conflitto con la Russia molto preoccupante”, ha detto.”
Breedlove ha a lungo assicurato il suo pubblico che la NATO aveva avviato una ridistribuzione sostanziale delle sue forze in base alla nuova situazione e, soprattutto, delle nuove tattiche mostrate dall’esercito russo. Nonostante la sicurezza mostrata dal SACEUR in questo contesto eminentemente di pubbliche relazioni, sembra che il comportamento russo in Crimea, mescolando con competenza estrema flessibilità e coordinazione tra soft power e hard power delle forze militari, senza le vampate dei carri armati tra nuvole di fumo e crepitio di traccianti, sia un nuovo e assai sensibile problema per l’alleanza. Questo problema è dovuto semplicemente al fatto che, sotto la guida degli Stati Uniti, seguendo ciecamente concezioni basate su aree classificare secondo una visione ideologica rigida, la NATO ha sviluppato le funzionalità del nuovo tipo di guerra postmoderna (G4G o “guerra di 4.ta generazione”) per gli interventi “fuori area”, ritenendo l’”area NATO” (e la Russia) “sotto controllo “. Il problema posto alla NATO dalle capacità e dai piani russi si evidenzia quando la cosiddetta zona “sotto controllo” non lo è affatto, ed è anche suscettibile a tattiche e tecniche completamente nuove. Tuttavia, questa area è intrinsecamente di fondamentale importanza dal punto di vista strategico, naturalmente, ma ancora più quale unico campo del confronto finale tra il sistema e la resistenza antisistema. Un altro rapporto (direttamente dal Forum di Bruxelles), che fornisce un ulteriore aspetto dell’intervento di Breedlove e di altri nel forum, è particolarmente orientato ad evidenziare il problema delle capacità militari e il loro corretto utilizzo nelle crisi di tipo sempre più nuovo, postmoderno, caratterizzato da tumulti organizzati e spontanei, e da una generale situazione politica fluida e segnata dalla onnipotenza mediatica. L’azione psicologica sul nemico, anche se non direttamente coinvolto, gioca un ruolo importante, è ciò che Breedlove chiama “ambiguità strategica” (i russi durante la crisi di Crimea), ricordando la famosa tecnica nota come maskirovska dell’Armata Rossa (v. 13 agosto 2002), utilizzata con successo variabile durante la Guerra Fredda, la cui mentalità è molto più adatta alla situazione postmoderna, in cui trionfa il sistema mediatico con i suoi simulacri, la sua narrativa, ecc. “Breedlove (…) ha detto che non vi era dubbio che la Russia avesse anticipato l’operazione in Crimea da qualche tempo. “Parte del piano credo era creare ambiguità strategica”, ha detto. “La Russia ha cercato di dare un volto locale alle milizie della Crimea, ma c’era un sottile fronte di abitanti locali davanti e molti uomini in verde dietro”, ha continuato, riferendosi alle truppe russe con uniformi camuffate. (…) Una sessione successiva sulle differenze tra “hard” e “soft” power illuminava i diversi approcci ai conflitti tra Stati e attori non statali. Gitte Lillelund Bech, manager pubblico, consigliera ed ex-ministra della Difesa danese, ha detto che l’esercito cambia visione del proprio ruolo. “I militari non solo pensano a se stessi come hard power”, ha detto. “Si occupano anche di sviluppo e diplomazia”. Il generale John Allen, addetto alla politica estera presso la Brookings Institution ed ex-comandante alleato in Afghanistan, conveniva che l’uso del solo hard power non sia sostenibile. “L’applicazione di risorse soft power spiazza il nemico dal campo di battaglia e riduce l’hard power che si deve affrontare”.”
L’osservazione generale che si può trarre da queste poche osservazioni e confidenze è che i capi della NATO sono estremamente sorpresi dalle capacità di manovra, mobilità, disciplina e discrezione delle azioni delle forze russe. Indubbiamente, si tratta di un nuovo elemento di notevole importanza per i militari e gli esperti del blocco BAO, finora inclini a trattare con disprezzo le forze armate russe. È una chiara indicazione che la riforma dell’esercito russo iniziata negli ultimi anni, e ancora in corso, da i suoi frutti e va molto oltre la semplice tecnica, forza materiale e struttura, concentrandosi anche sui piani psicologici e di comunicazione con una visione politica, tenendo conto delle dimensioni dell’analisi profonda dei caratteri fondamentali, tra cui quelli dell’ordine mentale che caratterizzano il nostro tempo metastorico. “Incursione” o meno (in Crimea), è bene che i capi del sistema siano convinti di questa evoluzione, il che complica l’analisi della situazione europea, sia dal punto di vista dell’equilibrio delle forze, del loro utilizzo come della dimensione mediatica con i suoi effetti psicologici. Improvvisamente, la situazione in Europa appare loro molto meno stabile nel suo orientamento dinamico, già caratterizzata dalla percezione trionfante dell’evoluzione a senso unico verso l’indebolimento e l’isolamento della Russia fino alla sua sconfitta finale (il grossolano “Dopo Kiev, Mosca” di McCain, caratteristico dello spirito ottuso della visione binaria del mondo (15 marzo 2014)).
Si potrebbe anche dire che il comportamento russo durante questa crisi ha introdotto una nuova dimensione nell’utilizzo delle forze armate, senza dubbio una sorpresa militare per il blocco BAO. A nostro avviso, l’idea centrale di questa nuova dimensione riguarda la nuova “pseudo-guerra” (G4G), introdotta nel periodo successivo l’attacco dell’11/9, un nuovo tipo schierato con vari gradi di successo soprattutto dalle forze del blocco BAO nei teatri esterni e periferici (Africa, Medio Oriente, subcontinente indiano), combinando l’uso del sistema mediatico nella dimensione psicologica con l’utilizzo di unità mobili speciali, ridotte, ecc. Ciò che dimostrano i russi, dal punto di vista del blocco BAO, è che questo tipo di “pseudo-guerra” sarebbe adatta anche all’Europa, un’area che si riteneva estranea a tale schema, applicandolo loro stessi con maggiore abilità ed efficienza di quanto sia stato fatto finora nei cosiddetti “teatri esterni e periferici”, con un assai maggiore impatto politico grazie alle strutture di potere consolidate nell’area europea, indicando che una riuscita spinta dell’influenza psico-militare permette di far vacillare strutture politiche efficaci dalla parte di coloro che utilizzano queste tecniche. (Le varie campagne irachene e afgane del blocco BAO furono un disastro, dove la formula postmoderno si danneggiò in un pasticcio catastrofico, come altre campagne meno inefficaci ma nessuna di un qualche successo… La sorpresa russa sarebbe che un esercito percepito privo d’esperienza in questo tipo di intervento, riesca ad applicare la formula, notevolmente rinnovata e migliorata, con tanta efficienza e flessibilità in un teatro importante e finora considerato “sicuro” rispetto a tale tipo d’instabilità. È forse un nuovo sviluppo capitale, perfino rivoluzionario, del concetto di G4G. La psicologia russa, nutrita dalla politica del principio al contrario delle forze del blocco BAO che subiscono la pressione del sistema, ha indubbiamente un ruolo importante in questa evoluzione).
Traduzione di Alessandro
 
giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare." Albert Einstein

24 marzo 2014

LA MONETA COMUNE EUROPEA NEL PENSIERO DI GIACINTO AURITI



Nel 1977 Giacinto Auriti descriveva le linee guida per l’adesione ad una moneta unica europea. A distanza di trentasette anni le soluzioni del professore abruzzese sono ancora lontane dall’essere adottate dall’establishment tecnocratico europeo, ma rappresentano una prospettiva economica, politica e geopolitica necessaria per superare l’empasse politica e strutturale dell’Unione Europea.

Nel 1977, l’allora presidente della Commissione europea, il socialista britannico Roy Jenkins, strutturò una proposta per l’istituzione dell’Unione economica e monetaria (UEM), che fu adottata come Sistema monetario europeo (SME) nel 1979. Lo SME, patrocinato politicamente dal presidente francese Valéry Giscard d’Estaing e da quello tedesco-occidentale Helmut Schmidt, è l’antenato della Banca Centrale Europea. Con puntuale e lucida visione pionieristica, il professor Giacinto Auriti, allora Presidente del Centro studi politici e costituzionali, nel dicembre dello stesso anno ha dato alle stampe il pamphlet “Principi ed orientamenti per una moneta europea”, per Marino Solfanelli Editore.

Auriti, riprendendo le analisi anti-usurocratiche di Ezra Pound ed elaborando un’innovativa teoria della moneta (la “teoria del valore indotto della moneta”) ha rivestito fino alla sua morte, avvenuta nel 2006, il ruolo di “economista eretico” rispetto agli studi economici “istituzionalmente riconosciuti”.

Nelle appena quindici pagine del pamphlet, l’autore riassume concetti economici, storici e geopolitici, esplicando quello che è il suo pensiero rispetto alla moneta comune europea, ben venticinque anni prima dell’entrata in circolazione dell’Euro.

Già docente universitario di materie giuridiche, Auriti fin dalle prime righe è esplicito: «la realizzazione di una moneta europea è un aspetto essenziale per l’unificazione politica del nostro continente» (1). Successivamente chiarisce che l’Europa è soggetto privo di sovranità, perché «allo stato attuale delle cose l’Europa – e non solamente l’Europa – è una colonia monetaria della Banca d’America e del F.M.I.» (2).


La “questione sovranista” però non si risolve aderendo a tendenze scissioniste, vetero-nazionaliste o etnonazionaliste, come alcuni presunti adepti del professore abruzzese attualmente cercano di spacciare per soluzione del problema (accodandosi in questo caso al volere di speculatori internazionali come George Soros), bensì attraverso una più razionale e funzionale unificazione politico-economica del continente europeo: «l’autonomia e l’indipendenza monetaria europea deve altresì fondarsi su di un mercato organico, cioè autosufficiente delle materie prime fondamentali» (3). Auriti allora proponeva di sviluppare fonti di energia alternative al petrolio, come ad esempio il brevetto Dragoni per l’utilizzo dell’energia solare. Se al giorno d’oggi il petrolio risulta ancora un combustibile insostituibile e che un “futuro senza petrolio” risulta ancora una prospettiva sempre più lontana, forse utopica, va notato come siano numerosi i paesi, anche produttori, che lo integrano ad altre fonti energetiche, puntando sulla cosiddetta “energia verde”.

Nel pensiero auritiano il superamento della questione coloniale europea si raggiunge con un comune cammino politico ed economico: «L’Europa è sotto la spada di Damocle del grande usuraio […] L’unica risposta a questa aggressione della grande usura è la proprietà popolare della moneta, ovvero togliere la proprietà della moneta alla Banca Centrale (una società privata) e attribuirla ai popoli all’atto dell’emissione» (4). Questa asserzione, pilastro del pensiero sovranista di Auriti, non costituisce solamente un assioma economico, ma racchiude anche una prospettiva politica e geopolitica, come veniva confermato, poche righe sopra, dal seguente passo: «la storia, maestra di vita, ha insegnato che nel momento in cui l’Europa stava completando l’organicità del mercato con l’apertura ai mercati orientali, l’America è intervenuta nel Kosovo con il ridicolo pretesto di combattere il contrabbando del petrolio» (5).

Da un punto di vista macro-economico, il professore di Guardiagrele propone di sostituire il sistema entrato in vigore con gli accordi di Bretton Woods con un sistema in cui la moneta europea sia creata senza riserva monetaria: «conservare al dollaro la qualità di moneta di riserva, significa accettare esplicitamente una vera e propria subordinazione coloniale – si badi bene – non nei confronti del Popolo Americano, ma della Banca d’America» (6).

L’autosufficienza economica sbandierata da Auriti è una prospettiva geopolitica di ampio respiro, il Grande spazio europeo, indipendente e sovrano, che ritroviamo anche in Jean Thiriart: «Chi vuole la dignità d’Europa dovrebbe volere il suo potere, che vuole il potere in Europa, dovrebbe desiderare l’autarchia». L’autarchia, secondo Thiriart, non va confusa con il protezionismo, concetto diverso e opposto: «l’autarchia richiede un paese molto grande, un grande spazio, una grande popolazione, le materie prime di origine nazionale. L’obiettivo dell’autarchia è il potere, soprattutto il potere militare. Il protezionismo è un concetto completamente diverso. Il protezionismo è voluto dagli industriali, spesso per eludere le leggi della competizione, vale a dire la concorrenza, la scelta e la qualità» (7).

Ritornando al volume auritiano del 1977, è importante notare come l’economia non venga trattata come scienza neutra ed autonoma: «[il tema] presuppone a monte un discorso che deve necessariamente toccare aspetti di razionalità, di etica e culturali unificanti le civiltà dei popoli europei» (8). Il rischio dello status quo è che «lo strumento economico potrebbe impazzire nelle mani di chi lo adopera» (9), quello che, consapevoli o meno, sta accadendo ai tecnocrati che guidano la Comunità Europea. Ecco perché ai tecnici, quindi al sistema bancario, deve essere sottratta la competenza della creazione della moneta, restituendola al potere politico. Diventano quindi i cittadini a creare il valore della moneta, accettandola come sistema di pagamento.

Le righe vergate trentasette anni fa da Auriti denunciano lo scollamento tra la classe politica e la sovranità monetaria (delegata alle tecnocrazie bancarie), problema tutt’ora scottante anche se sottaciuto, come conferma questo passo di Giacomo Gabellini: «uno dei problemi più rilevanti puntualmente sottratti a qualsiasi discussione è rappresentato dal fatto che con l’istituzione della Banca Centrale Europea è stato replicato il “modello italiano”, che nel 1981 venne attuato allo scopo di sottrarre alle dirigenze politiche il potere di decidere gli investimenti pubblici, affidando il controllo della moneta alle ambiziose e rampanti tecnocrazie che, cavalcando il mantra liberista, miravano a penetrare nei centri nevralgici dello Stato» (10).


La necessità di non abbandonarsi ad un vuoto populismo gettando “il bambino con l’acqua sporca” e, quindi, denunciando la moneta comune europea come il “male assoluto” sbandierando il ritorno alle monete nazionali come unica cura salvifica alla crisi economica della “colonia europea”, è così decisamente scongiurato: «i cosiddetti “euroscettici” ritengono che la tanto decantata solidarietà tra Paesi membri sia presente solo nella vacua e ridondante retorica degli “europeisti” di Bruxelles. Questa tesi, non priva di fondamento, è però viziata dal limiti di confondere l’euro, che è una delle valute adottate nel “vecchio continente”, con l’Unione Europea, che è una costruzione squilibrata e alquanto discutibile» (11).


*Marco Bagozzi (Trieste 1983) è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Trieste. È autore di Nazionalbolscevismo. Uomini, storie, idee (Noctua 2012), Con lo spirito Chollima (Chollima Football Fans 2012), Vincere con Gengis Khan (Anteo 2014) e Patria, popolo e medaglie, (Anteo 2014).

NOTE:
1)Giacinto Auriti, Principi ed orientamenti per una moneta europea, Solfanelli, Chieti 1977, p. 3
2) Ivi, p. 10
3) Ivi, p. 13
4) G. Auriti, Il paese dell’utopia. La risposta alle cinque domande di Ezra Pound, Tabula Fati, Chieti 2002, p. 26
5) ibidem
6) G. Auriti, Principi ed orientamenti per una moneta europea, op. cit., p. 9
7) G. Auriti, Principi…, p. 3
8) Bernardo Gil Mugarza, Entrevista a Jean Thiriart (1983), www.red-vertice.com/disidencias/textosdisi28.html
9) Ibidem
10) Giacomo Gabellini, Shock. L’evoluzione del capitalismo globalizzato tra crisi, guerre e declino statunitense, Anteo, Cavriago 2013, p. 203
11) Ivi, p. 199
Fonte: Eurasia
 
:D:D:D:DPUTIN: ''USEREMO LA VALUTA CINESE COME MONETA DI RISERVA'' :D:D:D:D:D:D:D:D:D:D:cool::cool::cool::cool::cool::cool::cool::cool::V:V:V:V:V:V:V



IL CAPOLAVORO DI PUTIN: ''SAPETE CHE C'E'? USEREMO LA VALUTA CINESE (INVECE DELL'EURO) COME MONETA DI RISERVA'' ADDIO, UE.

lunedì 24 marzo 2014
http://www.ilnord.it/c-2721_IL_CAPOLAVORO_DI_PUTIN_SAPETE_CHE_CE_USEREMO_LA_VALUTA_CINESE_INVECE_DELLEURO_COME_MONETA_DI_RISERVA_ADDIO_UE
Dopo la riluttanza della Cina a votare contro la Russia alle Nazioni Unite (Pechino si è infatti astenuta dal votare la risoluzione presentata contro il referendum in Crimea) e la notizia che Pechino ha citato in giudizio l'Ucraina in una corte inglese per il rimborso di un prestito di 3 miliardi di dollari acceso in cambio di grano, sembra che la Russia stia restituendo il favore.
Parlando al 15° Economic Development Forum cinese a Pechino, il Capo economista del fondo di investimento russo, Sberbank Yevgeny Gavrilenkov, ha dichiarato che "lo Yuan cinese potrebbe diventare la terza valuta di riserva in futuro." "Questa previsione può essere fatta su dati di crescita economica interna. Probabilmente il paese manterrà un elevato tasso di crescita del PIL e il volume dello stesso salirà a 14-16 trilioni di dollari americani in un breve periodo di tempo, indicatori comparabili con quelli di Unione Europea e Stati Uniti. Nel frattempo, i titoli cinesi sono più attraenti per i paesi che hanno un surplus economico, in particolare gli Stati del Medio Oriente".
Il forum che si è aperto nella capitale cinese il 22 marzo discute di una vasta gamma di questioni: riforme economiche e rafforzamento del ruolo della Cina come la seconda più grande economia mondiale. Il Primo Vice Primo Ministro del Consiglio di Stato cinese Zhang Gaoli, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, e top manager di grandi aziende mondiali partecipano al forum.
L'italia - ovviamente - è assente.
Fonte notizia: l'Antidiplomatico - che ringraziamo.

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L’obiettivo dell’oligarchia è quello di riprendersi il potere politico in Venezuela. In che modo? Qual è il piano? La risposta viene dal filosofo, politico e scrittore statunitense Gene Sharp, alla cui filosofia si ispirano tutte le rivoluzioni color









Il tentativo di rivoluzione colorata in Venezuela

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Quando c’è una guerra esistono due teatri: un teatro di guerra vero e proprio ed un teatro virtuale; ossia esiste una guerra vera e propria combattuta con le armi ed una guerra virtuale combattuta a colpi di informazioni false. La guerra virtuale, che in molti casi precede la guerra vera e propria è “combattuta” per preparare l’opinione pubblica e convincerla ad accettare la guerra (quella vera)
È questo uno schema ormai consolidato e sperimentato in tutte le guerre moderne e soprattutto nelle rivoluzioni colorate, sviluppate principalmente in alcuni stati post-sovietici. Nelle guerre virtuali grazie all’aiuto dei media si fabbricano “regimi repressivi” da abbattere, ossia il nemico, il governo di turno da abbattere viene mostrato dai media internazionali come profondamente disumano e repressivo nei confronti di una parte della popolazione che protesta pacificamente; il fine è giustificare un intervento esterno, una guerra contro questo regime.
Repressioni inesistenti, bombardamenti fasulli contro civili inermi, fosse comuni inventate, testimoni di torture del “regime” preso di mira che spuntano come funghi, ossia tutta una serie di azioni che giustificano appunto l’intervento esterno. È successo ad esempio in Serbia, in Libia ed altri paesi.
In tutte le rivoluzioni colorate, i media internazionali hanno seguito questo schema, mostrando repressioni di settori della popolazione che protestava pacificamente contro il regime di turno. Tutto inventato ovviamente. Che sta succedendo in Venezuela? Il Venezuela è interessato da un tentativo di rivoluzione colorata e quindi i media internazionali, seguendo lo schema illustrato sopra, hanno mostrato al mondo una realtà virtuale, totalmente inventata, in cui una parte della popolazione protesta pacificamente ed il “regime”, il governo venezuelano interviene a reprimere violentemente. Media tradizionali (TV e stampa) di tutto il mondo, assieme alle reti sociali hanno mostrato una realtà venezuelana totalmente falsa: immagini di torture e repressioni di altri paesi fatte passare per fatti venezuelani o gigantesche manifestazioni di opposizione mai avvenute (1).
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Quelli che per i media internazionali erano dimostranti pacifici in realtà hanno scatenato ondate di violenza, anche se circoscritte a poche zone del Venezuela. Da quando il 12 febbraio è iniziato questo tentativo di rivoluzione colorata, in Venezuela si sono contati ben 16.000 atti di violenza, con 31 morti attribuibili (alla data del 19 marzo) direttamente a queste violenze ed altre persone decedute indirettamente sempre per questi atti di violenza. Queste manifestazioni violente sono rimaste circoscritte sempre e solo ad alcune zone ricche del paese; in totale sono stati interessati da atti di violenza 18 municipi su 335 esistenti, poco più del 5% del totale.
b) Le manifestazioni violente
Rivediamo alcuni dei principali atti violenti. Come preludio a tali manifestazioni, nello stato Tachira il 6 febbraio era stata attaccata la residenza del governatore Vielma Mora. Il governatore non era in sede, però hanno corso pericolo di vita i suoi familiari e numerosi studenti portatori di handicapp, dato che nella stessa residenza funziona una scuola per studenti portatori di handicapp. Gli attacchi alla residenza del governatore dello Stato Tachira ed alle forze di polizia di questo stato si sono ripetuti varie volte nei giorni successivi. Gli attacchi alle forze di polizia hanno fatto registrare un saldo di 26 poliziotti feriti.
Il 12 di febbraio si sono avuti a Caracas tre morti ed oltre sessanta feriti. Il 16 febbraio sempre a Caracas, nella zona orientale della città, nei quartieri della classe ricca, è stata attaccata una stazione della metropolitana ed una linea degli autobus pubblici; sono rimasti feriti 36 operai ed un paio di centinaia di passeggeri hanno dovuto far ricorso alle cure mediche. Il 18, nella città di Valencia una manifestante di opposizione, famosa per aver vinto uno dei tanti concorsi di bellezza esistenti in Venezuela, “Miss Turismo 2013”, ha ricevuto una pallottola alla nuca, sparata sicuramente da un manifestante di opposizione che si trovava alle sue spalle ed è morta dopo essere stata trasportata in ospedale; un manifestante di opposizione, amico della defunta ha confermato a CNN che gli spari provenivano dalle loro spalle, cioè dalle fila degli stessi manifestanti di opposizione.Il 19 febbraio, nello Stato Bolivar un gruppo di operai che tornava da una manifestazione pacifica di appoggio al governo ha subito un imboscata da un franco tiratore appostato su un edificio, con un saldo di un operaio morto e altri quattro feriti Il 28 febbraio a Valencia un gruppo di militari della Guardia Nazionale, che stava ripulendo una importante arteria stradale dagli ostacoli frapposti dai manifestanti, è stato assalito da franco tiratori armati, con il bilancio di un militare morto e vari feriti.
Sempre a Valencia, la residenza della madre di Julio León Heredia, governatore dello stato Yaracuy è stata oggetto di un violento “cacerolazo” (manifestazione di protesta in cui si battono le pentole per fare rumore); in seguito a tale manifestazione la anziana signora ha avuto un attacco al cuore ed è deceduta; anche la residenza della ministra Nancy Pérez, sempre a Valencia, è stata attaccata da un gruppo di irregolari. A Caracas, nel quartiere di Los Ruices, abitato dalla classe media e media-alta, il 6 marzo un militare ed un motociclista sono stati attaccati da un franco tiratore e sono morti sul colpo.
Ancora: un generale in ritiro, un tale Ángel Vivas ha istigato i manifestanti di opposizione ad inasprire le azioni di protesta attraverso la chiusura delle strade con un filo d’acciaio; i manifestanti rispondendo al consiglio del generale hanno sbarrato con filo d’acciaio varie strade dei quartieri bene, in differenti città. A Caracas, un motociclista, un giovane di 29 anni, che tornava dal lavoro è rimasto ucciso decapitato, non essendosi accorto del filo d’acciaio che impediva il passo; anche un bambino che andava in bicicletta, a San Cristobal, non si è accorto del filo d’acciaio che sbarrava la strada in cui stava transitando ed è rimasto ferito al volto.
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Ora, il militare è ricercato per istigazione alla violenza ed è barricato in casa con numerose armi da guerra. Per il momento la polizia ha desistito dal tentativo di catturarlo per evitare una possibile tragedia.
In totale, le vittime derivate da queste manifestazioni violente sono state una sessantina, includendo coloro che sono morti per non aver potuto raggiungere in tempo un posto di soccorso a seguito di un malore o perché medici e ambulanze chiamati per emergenza non hanno potuto soccorrere in tempo le persone bisognose di cure. L’interruzione di molte strade nei quartieri della classe alta di varie città ha determinato anche queste morti.
Innumerevoli i danni materiali occasionati da queste manifestazioni violente: centinaia di autobus del servizio pubblico incendiati, auto della polizia distrutte, danneggiati vari edifici pubblici, come il Ministero delle infrastrutture, il palazzo del Procuratore Generale, incendiata e distrutta totalmente l’Università “UNEFA” di San Cristobal, nello Stato Tachira. In totale la stima dei danni occasionati da queste manifestazioni ascende a 10 miliardi di dollari.
c) Le proteste dei ricchi alla base della rivoluzione colorata in Venezuela
Per capire cosa stia succedendo in Venezuela, del perché di queste manifestazioni violente da parte delle classi più ricche e soprattutto per capire chi manovra i fili di queste azioni è necessaria una premessa.
Alla base della nostra società tecnologica c’è l’energia. Le principali fonti energetiche sono il petrolio, il gas, il carbone, il nucleare e le cosiddette energie alternative, che hanno ancora uno scarso peso. Petrolio e gas sono in sostanza le principali fonti energetiche. Dove sono localizzate le principali riserve di petrolio e gas?
Secondo fonti OPEC, alla data del 2012, le riserve petrolifere mondiali ammontano a 1.478,2 miliardi di barili. Oltre il 54%, ossia 798,8 miliardi di barili si trovano nei paesi del Medio Oriente. Il paese con la più grande riserva petrolifera del mondo è il Venezuela con 297,7 miliardi di barili, ossia il 20% di tutto il petrolio del mondo.
Giornalmente la domanda mondiale di petrolio è di 88,9 milioni di barili e di questi ben 18,9 milioni sono destinati agli USA, che consumano in definitiva il 21% di tutto il petrolio estratto nel mondo. Del petrolio consumato negli USA, il 75% è importato. I principali fornitori degli USA sono i paesi del Medio Oriente ed il Venezuela. Per trasportare petrolio dal medio oriente agli Stati Uniti una petroliera impiega circa 45 giorni; il petrolio venezuelano arriva negli USA in meno di 5 giorni.
Riguardo il gas l’altra importante fonte energetica, la riserva venezuelana è l’ottava a livello mondiale, dopo Russia, Iran, Qatar, Turkmenistan, Arabia Saudita, USA ed Emirati Arabi Uniti.
Anche per quel che riguarda le riserve di carbone, il Venezuela non è messo male, essendo al dodicesimo posto a livello mondiale.
Secondo un recente studio di Business Insider sui principali paesi riserve di energia (petrolio, gas e carbone), in termini monetari le riserve energetiche del Venezuela ammontano a 34.900 miliardi di dollari attuali, in assoluto al terzo posto dopo Russia (40.700 miliardi) e Iran (35.300 miliardi).
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Il Venezuela non possiede solo risorse energetiche (petrolio, gas e carbone), ma anche bauxite, da cui si estrae alluminio, coltan, oro, ferro e numerose altre risorse naturali. Per esempio l’oro, secondo un annuncio che fece lo stesso presidente Chávez, i russi attraverso i satelliti avrebbero scoperto e comunicato al mandatario venezuelano la presenza di grandi riserve di oro in Venezuela. Nello Stato Bolívar si trova la miniera d’oro “Las Cristinas”, che con le sue 500 tonnellate di oro di riserva stimate è una delle più grandi miniere d’oro del mondo, se non la più grande in assoluto.
Fin da quando si è scoperto il petrolio in Venezuela, gli USA sono intervenuti negli affari interni di questo paese. Di fatto, il Venezuela poteva ben considerarsi una repubblica delle banane, dove le potenze straniere al fine di impadronirsi delle risorse naturali, appoggiavano dittatori o governi pseudodemocratici, che in cambio dell’aiuto politico e militare per rimanere al potere, svendevano le risorse del paese. Per circa 50 anni, fino agli inizi degli anni settanta, il Venezuela è stato il principale esportatore di petrolio del mondo, petrolio praticamente regalato.
Grazie a questa enorme ricchezza di risorse naturali, nelle casse del Venezuela da circa un secolo affluiscono annualmente grandi quantità di dollari. Questa ricchezza, fino all’avvento di Chávez (nel 1999), finiva nelle tasche della ristretta oligarchia che governava il paese, con l’appoggio esterno. La maggior parte del popolo viveva in povertà e completamente abbandonata a se stessa, senza un minimo diritto all’assistenza sanitaria, all’educazione o alla pensione. È proprio la povertà che costrinse il popolo ad esplodere il 27 febbraio del 1989, in occasione dell’inasprimento delle politiche del governo Pérez; quella ribellione popolare fu repressa nel sangue dal governo di Carlos Andres Perez e provocò in pochi giorni migliaia di morti, il cui numero esatto non è mai stato accertato.
Mentre le oligarchie dominanti vivevano nel lusso, appropriandosi delle risorse del paese, la maggior parte della popolazione viveva in povertà. Nel secondo semestre del 1996, si arriva all’estremo che l’85,78% della popolazione vive in povertà e ben il 65,32% vive nella pià assoluta miseria.
Tutto questo termina con l’avvento al potere di Hugo Chávez, che dopo una fallita ribellione militare il 4 febbraio del 1992, riesce ad arrivare alla presidenza tramite la via elettorale. Con l’avvento di Chávez al potere, finisce la svendita delle risorse alle multinazionali ed agli USA. In particolare termina il periodo in cui il petrolio era letteralmente regalato, in cambio di una royalty dell’1%. Oltre ad incrementare la royalty, le multinazionali sono state obbligate anche a pagare una imposta sui guadagni. Chávez è anche l’artefice della ripresa dei prezzi del petrolio; grazie alla sua azione, la OPEC si riorganizza ed attraverso accordi sui tagli alla produzione, il prezzo del petrolio può aumentare, raggiungendo un prezzo giusto (attualmente attorno ai 100 dollari il barile).
Il governo di Chávez, grazie agli ingressi petroliferi comincia ad effettuare politiche sociali che permettono a tutti l’accesso alla sanità, all’educazione, al diritto all’abitazione, alla pensione, ovvero per la prima volta in Venezuela si attua una redistribuzione delle risorse fra tutte le classi sociali. Negli ultimi 15 anni, gli indici di povertà si sono enormemente ridotti ed oggi il Venezuela ha un reddito procapite molto vicino alla media dei paesi ricchi; nei prossimi anni il Banco Mondiale e Fondo Monetario Internazionale saranno costretti ad inserire il Venezuela nella ristretta lista dei paesi ricchi (Paesi non OCSE con ingressi alti).
Ovviamente tutto ciò ha provocato malcontento nella classe oligarca, spodestata dal potere e dalla gestione delle risorse del paese. Per conseguenza, in Venezuela esiste una ristretta minoranza, la classe oligarca appunto, che si oppone con ogni mezzo al governo.
Questa classe grazie al fatto che controlla la maggior parte dei mezzi di comunicazione riesce ad influire e manipolare milioni di persone, che terminano avversando il governo. Questa classe non controlla solo i mezzi di comunicazione, ma anche importanti settori economici, come quello dell’importazione dei prodotti alimentari. Con la scoperta del petrolio, il Venezuela ha quasi abbandonato del tutto la produzione agricola ed oggi praticamente la maggior parte dei prodotti agricoli e alimentari consumati nel paese sono importati. Ricordiamo che in Venezuela esiste una economia mista, con il 70% in mano ai privati ed il 30% in mano dello stato.
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Inoltre, l’alto costo del lavoro (in Venezuela c’è uno dei salari minimi più alti del continente americano) ha contribuito a fare in modo che sia più conveniente importare che produrre. Per inciso, al salario minimo sono agganciate anche le pensioni sociali, quelle più basse; salario minimo e pensioni sociali oggi sono retribuite con circa 520 dollari Usa mensili per 16 mensilità all’anno (in Venezuela la tredicesima è pagata con minimo due mensilità extra a dicembre; a luglio c’è un buono vacanze, consistente in altre due mensilità extra). Chi sono gli importatori? I grandi importatori del paese, a parte il governo che importa attraverso imprese statali, sono quegli stessi oligarchi che un tempo disponevano del potere politico e che si sono arricchiti in virtù di questo potere. Grazie al fatto che controllano le importazioni, attraverso l’accaparramento, ossia la mancata immissione nel mercato dei prodotti importati, riescono a far scarseggiare i prodotti ed allo stesso tempo a farli aumentare di prezzo, creando malcontento in alcuni settori della popolazione, soprattutto fra la classe media alta. Le classi più povere e le classi medie sono abbastanza protette almeno per quel che riguarda i prodotti di prima necessità, perché il governo importa e distribuisce questi generi attraverso tre catene di supermercati (Mercal, PDVAL e Bicentenario, quest’ultima a capitale misto in cui intervengono anche capitali esteri, in particolare francesi) diffuse ovunque, ma soprattutto nei quartieri più periferici, dove vivono le classi più povere.
Il fine di far scarseggiare i prodotti nel mercato è creare appunto malcontento nella popolazione, sperando che in questo modo si rivolti contro il governo. La classe oligarca, estromessa dal potere politico, sta dunque usando ogni mezzo per riprenderselo ed è appoggiata direttamente anche dagli USA, che manovra dall’estero questo tentativo di rivoluzione colorata.
d) L’intromissione degli Stati Uniti in Venezuela
Gli USA sono interessati al Venezuela per vari motivi. Innanzitutto, il Venezuela è la principale riserva di petrolio del mondo; inoltre, come visto, il petrolio venezuelano si trova a soli 4 o 5 giorni di navigazione, mentre il petrolio del medio oriente per arrivare agli Stati Uniti impiega circa 45 giorni, cosa che incide enormemente sui costi di trasporto.
C’è anche un altro fattore di ordine geopolitico: gli USA stanno perdendo il controllo del mondo e forzatamente saranno costretti a ripiegare sull’America Latina, tentando di esercitare il controllo almeno su questa parte del mondo. Per poter controllare il continente americano debbono necessariamente controllare il Venezuela.
Gli USA sono ancora la prima potenza militare del mondo, però indubbiamente sono in declino. Pur avendo investito ingenti ricchezze economiche e militari per mantenere il predominio in Medio Oriente, in realtà non riescono a controllarlo. Dopo aver perso il controllo sull’Iran con la rivoluzione degli Ayatollah, pensavano di rifarsi con le guerre in Afganistan, in Iraq, in Libia e in Siria. Malgrado due decenni di guerre (dalla prima guerra del Golfo), in Oriente Medio sono in atto cambiamenti che potrebbero portare all’estromissione degli USA dalla regione. Le presunte guerre vittoriose in Afganistan, Iraq e Libia in realtà non hanno assicurato il controllo di questi paesi. La Siria che doveva essere una passeggiata in realtà si è rivelato un fiasco. Anche in Egitto, con la caduta di Mubarack, che pensavano di rimpiazzare con i Fratelli Musulmani, stanno perdendo il controllo con l’attuale governo egiziano che si sta riavvicinando alla Russia. Gli USA pensavano di estromettere la Russia dall’accesso al Mediterraneo, a cui potevano accedere solo attraverso una base marittima in Siria ed una Crimea, sul Mar Nero. Far cadere Siria ed Ucraina nella sfera d’influenza occidentale avrebbe appunto significato accerchiare la Russia ed estromettere le navi russe dall’accesso diretto al Mediterraneo e per conseguenza anche dallo Stretto di Ormuz, cui si arriva attraverso il Canale di Suez; ricordiamo che dall’importante Stretto di Ormuz passano ogni giorno 17 milioni di barili di petrolio, il 20% delle necessità mondiali.
Inoltre è da considerare che per gli USA comincia a vacillare anche l’amicizia storica con la famiglia Saud che controlla quella che un tempo era la principale riserva petrolifera del mondo, ossia l’Arabia Saudita. L’unico paese del mondo che prende il nome dalla famiglia che lo controlla, l’Arabia Saudita appunto, recentemente ha alzato la voce contro gli USA. Se i Saud, fino ad ora il più fedele alleato degli USA in medio Oriente, assieme ad Israele, alzano la voce è perché sanno che gli USA stanno perdendo potere. Loro hanno petrolio e nel momento in cui gli USA smetteranno di essere potenza e non potranno acquistare le attuali quantità di petrolio, i Saud si ritroverebbero un problema. Sanno che in un futuro ormai prossimo la Cina spiazzerà gli USA e pertanto iniziano ad avvicinarsi a questa potenza in ascesa, che potrebbe diventare un loro cliente importante.
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Gli USA dunque, pur essendo ancora la principale potenza militare, sono in declino e con la crisi economica alle porte dovranno forzatamente abbandonare le loro pretese di considerarsi i padroni del mondo e ripiegare solo sul continente americano. Il Venezuela è comunque la principale riserva petrolifera del mondo per cui per gli USA si focalizzeranno sempre più su questo paese.
La vecchia oligarchia venezuelana pensava che per riprendersi il potere in Venezuela era sufficiente sbarazzarsi di Chávez. Chávez è morto di cancro il 5 marzo 2013, quindi apparentemente per cause naturali, anche se in virtù delle indagini di Eva Golinger, avvocatessa e giornalista statunitense-venezuelana, potrebbe essere stato ammazzato dalla NSA.
La Storia dovrà dunque accertare se Chávez sia morto per un cancro “naturale” o per un cancro irradiato. Una cosa è certa: l’oligarchia era convinta che morto Chávez avrebbe ripreso il potere. Dopo aver tentato di sbarazzarsi di Chávez, durante i suoi 14 anni di governo attraverso vari tentativi di colpi di stato e sabotaggio petrolifero, con la sua morte pensava di riprendersi il potere attraverso le elezioni presidenziali dell’aprile 2013. Invece, le urne hanno dato la vittoria a Nicolas Maduro, già vicepresidente nell’ultimo Governo Chávez.
Il fatto che Nicolas Maduro abbia vinto le elezioni con solamente il 2% di vantaggio sul candidato dell’oligarchia, Henrique Capriles, ha frustrato ancora di più le classi ricche, che subito dopo le elezioni di aprile 2013, istigate dal perdente Capriles, hanno scaricato tutta la loro rabbia in atti di profonda violenza con attacchi alle sedi del partito socialista di Chávez, ad ospedali ed edifici pubblici, atti violenti che hanno provocato una dozzina di morti.
Da quel momento in poi, l’oligarchia sta tentando con ogni mezzo di riprendersi il potere. Nell’ultimo anno, in Venezuela c’è stata a vera e propria guerra economica: oltre alla scarsità di beni, attuata con i mezzi descritti sopra, i grandi importatori e distributori hanno aumentato arbitrariamente i prezzi dei loro prodotti; ovviamente l’aumento si è ripercosso su tutta la catena distributiva; i prezzi dei prodotti non regolamentati (sono regolamentati i prezzi dei prodotti di prima necessità) sono stati portati alle stelle, impedendo a chiunque, perfino alle classi più alte di poterli acquistare; in sostanza i negozi erano pieni di merci, ma nessuno poteva acquistarli appunto per l’altissimo prezzo.
A partire da ottobre-novembre, il governo ha reagito inasprendo i controlli, che hanno effettivamente evidenziato l’altissimo aumento dei prezzi; in casi limiti, in una famosa catena di negozi di elettrodomestici, si è scoperto che ad esempio una lavatrice aveva un prezzo superiore a quello di un appartamento di lusso o a tre appartamenti popolari.
Questa guerra economica ha motivato il Parlamento ad emanare una legge che sanziona fortemente la speculazione ed ha fissato un margine di guadagno al 30%. Ovviamente fissare un margine di guadagno al 30%, quindi molto alto in comparazione al margine di guadagno esistente nei paesi sviluppati, ha subito determinato l’arrivo di grandi imprese, come Samsung e Adidas. Il primo ad arrivare è stato il colosso sudcoreano Samsung, che non solo ha deciso di vendere direttamente i propri prodotti elettronici, ma ha dichiarato che installerà una linea di produzione, che servirà non solo il mercato venezuelano, ma tutta l’America del Sud e Caraibica. La Samsung, attraverso il Venezuela membro di Mercosur ed Alba, potrà così penetrare direttamente in tutto il continente latinoamericano.
Il presidente del Venezuela, approfittando della presenza in Venezuela del presidente della multinazionale sudcoreana ha concluso un contratto per una prima fornitura di 600.000 Tablet, che saranno distribuiti gratuitamente agli studenti universitari. Fino ad ora, il governo venezuelano distribuiva gratuitamente un computer portatile a tutti gli studenti delle scuole primarie; da quest’anno anche gli studenti delle scuole superiori e delle università riceveranno il Tablet.
Mentre negli USA ed in generale in tutti i paesi occidentali, il margine di guadagno è mediamente dell’8-12%, in Venezuela si è stabilito per legge che possa arrivare fino al 30%, quindi molte imprese mondiali, si motiveranno a venire in Venezuela per vendere o produrre i propri prodotti.
In sostanza in Venezuela non esiste un problema economico; il paese continua a crescere. Per esempio, tutti i ristoranti e gli hotel sono sempre pieni; siamo ancora a Marzo, ma risulta già difficile trovare un posto libero per le vacanze estive e perfino per Natale e Capodanno; molti degli hotel a 5 stelle della catena statale Venetur non stanno effettuando più prenotazioni avendo esaurito i posti, almeno per le principali vacanze del 2014.
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La classe oligarchica, comunque non si rassegna e continua nella sua azione destabilizzante nel tentativo di riprendersi il potere politico. A febbraio sono riprese le manifestazioni violente su incitazione di Leopoldo López, rampollo delle famiglie López e Mendoza, due delle principali famiglie oligarche del Venezuela. Leopoldo Lopez è stato arrestato per incitazione alla violenza. Del suo arresto si è parlato ampiamente perché in realtà l’arresto è stato effettuato anche per proteggergli la vita. Il presidente del parlamento in persona, Disodado Cabello, per tre giorni ha trattato direttamente con i genitori di Leopoldo López per convincerlo a consegnarsi alla giustizia per salvargli la vita. Come ha poi spiegato lo stesso presidente della Repubblica, Nicolas Maduro, i Sevizi di Intelligenza hanno scoperto un piano, orchestrato a Miami, per scatenare la guerra civile in Venezuela e proprio Leopoldo López, uno dei principali esponenti dell’opposizione doveva essere la vittima sacrificale. Il piano, rivelato dallo stesso presidente Maduro era il seguente: Leopoldo López incitava alla violenza che puntualmente esplodeva in Venezuela; la magistratura venezuelana ovviamente, non poteva fare altro che emettere un ordine di cattura; nel frattempo López era assassinato da un gruppo paramilitare, facendo ricadere la colpa sugli ambienti vicini al governo per scatenare una vera e propria guerra civile nel paese. Per evitare il suo assassinio e scongiurare lo scatenarsi di questa possibile guerra civile, si è mosso in prima persona il presidente del parlamento. Ovviamente, con l’arresto di Leopoldo López non cessa il pericolo di un colpo di stato in Venezuela.
e) Il piano per realizzare il colpo di stato in Venezuela e la filosofia di Gene Sharp
L’oligarchia venezuelana e l’oligarchia statunitense non si rassegnano e pertanto tenteranno continuamente di spodestare Maduro e la cosiddetta rivoluzione bolivariana, attraverso un colpo di stato o meglio una rivoluzione colorata. Come visto sopra, l’oligarchia statunitense ha la necessità di controllare politicamente il Venezuela sia per potersi appropriare del petrolio e delle risorse venezuelane, sia per poter controllare l’intero continente latinoamericano; se cade Venezuela, ossia se il Venezuela ritorna nella sfera d’influenza degli USA, a rotazione cadranno tutti gli altri paesi del continente che se ne sono allontanati, in virtù dell’esempio e dell’aiuto venezuelano.
L’obiettivo dell’oligarchia è dunque quello di riprendersi il potere politico in Venezuela. In che modo? Qual è il piano? La risposta viene dal filosofo, politico e scrittore statunitense Gene Sharp, alla cui filosofia si ispirano tutte le rivoluzioni colorate.
Per il filosofo statunitense, autore di vari saggi tra cui “Politica dell'azione non violenta”, “La via della non-violenza” e “Dalla dittatura alla democrazia”, le guerre tradizionali corpo a corpo, non sono più efficaci e tra l’altro implicano alti costi economici, come le costose operazioni belliche in Afganistan e Iraq.
Sharp invece delle guerre tradizionali per abbattere un nemico, un governo indica una serie di azioni che vanno dall’indebolimento del governo stesso fino alla frattura istituzionale. Individua ben 198 metodi per abbattere un governo mediante colpi di stato morbidi, anche se in definitiva la strategia di Sharp può riassumersi in cinque passi.
Il primo passo è promuovere azioni non violente per generare nella società un clima di opposizione al governo; a tal fine si effettuano denuncie di corruzione, di intrighi, diffusione di rumori, di notizie false, completamente inventate; il tutto, appunto per creare un clima di opposizione al governo di turno preso di mira.
Il secondo passo consiste nello sviluppare una intensa campagna d’informazione in “difesa della libertà di stampa e dei diritti umani”. Azioni tendenti appunto a far apparire che nel paese preso di mira il governo reprima la libertà di stampa e violi sistemáticamente i diritti umani. In Venezuela si è arrivati ad inventare che il Governo al fine di reprimere la libertà di stampa abbia impedito la importazione di carta, impedendo in questo modo addirittura la stampa del giornale di opposizione. Ovviamente è del tutto falso. In Venezuela non esiste alcuna repressione della libertà di stampa e meno che meno violazione dei diritti umani. Se qualcuno si avvicina ad una edicola venezuelana può facilmente darsi conto che l’80% o più della stampa, in mano all’oligarchia del paese, scrive liberamente tutto quello che gli pare contro il governo.
Col terzo passo si arriva alla lotta attiva per le rivendicazioni politiche e sociali; si arriva anche alla manipolazione collettiva affinché sempre più persone vengano coinvolte in manifestazioni violente.
Col quarto passo si arriva ad operazioni di guerra psicologica e destabilizzazione del Governo, creando un clima di ingovernabilità.
Alla fine e siamo al quinto passo di questa strategia, l’obiettivo diventa la rinuncia del Presidente di turno, mediante rivolte di strada. Parallelamente, mentre si scatena una vera e propria guerra civile e si ottiene l’isolamento internazionale del paese, si prepara il terreno per un intervento militare esterno.
Tutti i passi descritti sono stati puntualmente eseguiti in Venezuela, ma il piano è fallito perché gli oppositori non sono riusciti ad arrivare al quinto ed ultimo punto.
Dal lato interno, l’opposizione non è riuscita a scatenare la guerra civile vera e propria e dal lato esterno non è riuscita a far isolare internazionalmente il Venezuela.
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La stragrande maggioranza della popolazione, con cifre superiori al 90% stando ad alcuni sondaggi, ha rinnegato le azioni violente e per conseguenza la possibilità di farsi trascinare in una guerra civile. Ovviamente in tali cifre rientrano non solo chi appoggia il governo, ma anche la maggioranza di chi politicamente non lo condivide. Il fatto è che in Venezuela non si è mai stati così bene come in questi ultimi anni: le classi più umili, un tempo povere ed emarginate oggi vedono comunque soddisfatti i bisogni fondamentali, come la possibilità di ottenere una casa dignitosa, l’accesso ai servizi sanitari, l’accesso all’educazione fino ai più alti gradi, la possibilità di fare una vacanza, ecc.. Le classi medie e medie-alte, professionisti, impresari e lavoratori autonomi non hanno mai guadagnato tanti soldi come in questi ultimi anni ed anche se magari avversano politicamente il governo sanno che avventurarsi in campi di battaglia violenti, come accaduto in Libia, Serbia ed altri paesi significa poter perdere tutto, anche la vita e quindi hanno rigettato il progetto dell’oligarchia.
Sul piano internazionale, il Venezuela prima dell’avvento di Chavez, era totalmente sconosciuto alla maggior parte delle persone del mondo, oggi ha relazioni di stima con la maggior parte dei paesi. Lo dimostra il fatto che lo scorso anno, per il funerale di Chavez arrivarono oltre sessanta capi di stato o di governo; quest’anno in occasione dell’anniversario della sua morte erano presenti una dozzina di capi di stato o di governo e decine di delegazioni ad alto livello.
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I principali esponenti dell’opposizione hanno tentato in tutti i modi di far condannare il Venezuela per le presunte violazioni dei diritti umani, in tutte le istanze internazionali senza riuscire nemmeno ad attivare il dibattito sulla situazione del paese in ambito OEA (l’Organizzazione degli Stati Americani, per la sua sigla in spagnolo). In questa istanza internazionale, la proposta di dibattito richiesta dalla deputata di opposizione Maria Corina Machado è stata rigettata dalla stragrande maggioranza degli stati, ottenendo il voto favorevole solamente di USA, Canada e Panama, paese quest’ultimo con cui il Venezuela ha rotto le relazioni diplomatiche qualche tempo fa. Al contrario, il Venezuela ha ottenuto solidarietà ed appoggio morale da tutti i massimi esponenti degli altri paesi del continente, inclusi quelli che hanno posizioni vicine agli stati Uniti, come Colombia o Cile.
Per il momento dunque il tentativo di rivoluzione colorata o colpo di stato è fallito, ma sicuramente l’oligarchia non si darà per vinta e continuerà a tentare il golpe in altre occasioni.

Note
 
Abbattiamo la Frode Bancaria e il Signoraggio

22 ore fahttps://it-it.facebook.com/pages/Abbattiamo-la-Frode-Bancaria-e-il-Signoraggio/208622872545749#

Un grosso errore sottovalutare la crisi geopolitica creata ad arte tra la Russia e gli Stati Uniti. Ricordo una famosa citazione:

«La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna del...le parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere». [Amschel Mayer Rothschild]Altro...





 
FORZA TREMONTI! NEL SUO ULTIMO LIBRO, GIULIETTO MENA L’EURO CHE “È UN KILLER VENUTO DA FUORI” - E POI SMONTA IL “CAPOLAVORO” PRODI-CIAMPI: FURONO I TEDESCHI A VOLERCI NELL’EURO PERCHÉ TEMEVANO LA CONCORRENZA DELLA MANIFATTURA ITALIANA - IL MISTERO DEGLI EURO-DERIVATI

In “Bugie e verità”, Tremonti affonda il colpo contro la fretta di introdurla, i parametri “stupidi” e i “derivati per l’Europa” per le manovre di estetica contabile - “Nel corso di una riunione “ad hoc” sul lago Lemano, gli industriali teutonici convinsero i loro banchieri a favorire a ogni costo l'ingresso dell'Italia”…



Stefano Filippi per ‘Il Giornale'
Tutto quello che avreste voluto sapere sull'euro e nessuno ha mai osato dire ora è nero su bianco nell'ultimo libro del redivivo Giulio Tremonti. Il «cuore artificiale dell'Europa contemporanea», una moneta «che toglie più di quello che dà» sentita «come un killer venuto da fuori». L'ex ministro abbandona i silenzi diplomatici in Bugie e verità, che Mondadori ha appena mandato in libreria (286 pagine, 18 euro), togliendo le ultime ipocrisie sugli anni recenti di storia italiana dominati dall'«internazionale della bugia».
TREMONTI
Non è mai tardi per un'operazione-verità, e quello del braccio economico del Berlusconi premier (mal sopportato da colleghi di governo in Italia e in Europa) è il racconto di un protagonista, da sempre critico con la moneta unica, la fretta di introdurla, i parametri «stupidi», la blindatura che di fatto impedisce ripensamenti. Ma adesso dirsi euroscettici non è più una bestemmia contro la patria.
Il primo vero peccato mortale fu come l'Italia entrò nell'euro, una storia «che si intreccia con alcuni “codici misterici”». Quell'operazione, condotta da Prodi e Ciampi, fu venduta come un merito dell'illuminata classe dirigente tricolore. In realtà, svela Tremonti, furono le industrie tedesche a premere sull'acceleratore: temevano la concorrenza della manifattura italiana, seconda in Europa e quinta nel mondo, resa più pericolosa dalle svalutazioni competitive della lira rispetto al marco.
TREMONTI BOSSI E CALDEROLI
«Nel corso di una riunione “ad hoc” sul lago Lemano», scrive Tremonti, gli industriali teutonici convinsero i loro banchieri a favorire a ogni costo l'ingresso dell'Italia, «intrappolata e spiazzata dalla nuova moneta che si sarebbe dimostrata troppo forte per un'economia debole».
Ma i conti dello Stato non erano in ordine, l'eurotassa o la diversa contabilizzazione dei contributi Inps non bastavano, servivano «manovre di estetica contabile» più efficaci: così si fece ricorso ai «tuttora segretissimi “derivati per l'Europa”» cui accenna un allegato dell'ultima legge di Stabilità, in modo da contabilizzare subito le entrate e occultare le uscite.
BUGIE E VERITA' - LIBRO DI GIULIO TREMONTI
«Delle particolari straordinarie operazioni finanziarie, e della connessa debolezza della posizione del governo italiano, gli altri governi europei erano perfettamente al corrente» al punto da imporci un cambio lira/euro molto penalizzante. «L'Italia non aveva tutti i numeri per entrare nell'euro fin da principio, ci è entrata alterando il suo bilancio», accusa l'ex ministro.
Anche la lettera della Bce del 5 agosto 2011 nasconde retroscena mai rivelati. Tremonti fa risalire l'operazione alla cocciutaggine con cui il governo italiano si opponeva al nuovo Fondo salva-stati, «contrario al nostro interesse nazionale». Le nostre banche possedevano il 5 per cento dei debiti dei Paesi a rischio (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) ma dovevano contribuire con il 18 per cento del fondo.
L'Italia avrebbe accettato soltanto in cambio degli euro-bond, mezzi finanziari per ridurre i rischi della speculazione internazionale. «Il colpo di manovella fu dato con “l'illuminata” costruzione di una falsa catastrofe»: rimangiandosi i complimenti al governo Berlusconi di pochi giorni prima, l'improvvisa lettera scatenò la valanga finanziaria dello spread.
L'arma della speculazione fu usata anche dopo il G20 di Cannes, il cui clima ostile all'Italia è già stato raccontato dall'ex premier spagnolo Zapatero. Subito dopo il vertice, ricorda Tremonti, «la principale piattaforma elettronica per la negoziazione dei titoli pubblici italiani Lch-Clearnet senza ragione e improvvisamente ha alzato i richiesti margini di garanzia sui titoli italiani»: il costo dei Btp cresceva ancora e ne favoriva la vendita.
mario draghi
«Una mossa troppo repentina al punto da risultare sospetta». Ed ecco il «dolce colpo di stato». Naturalmente, una delle prime decisioni del governo Monti fu di piegarsi ai voleri franco-tedeschi: «A partire dal 2015, e, per ironia, proprio per espressa volontà nostra, ci troviamo obbligati non solo a pagare il conto delle perdite bancarie degli altri, ma anche a rispettare il fiscal compact: per vent'anni tagli di spesa pubblica più o meno per 50 miliardi di euro ogni anno».
CIAMPI SCALFARO COSSIGA E NAPOLITANO
Tra luci e ombre dell'azione economica dei governi di centrodestra, Tremonti solleva il velo sugli errori degli esecutivi di centrosinistra, soprattutto quelli del quinquennio 1996-2001 spesso sottaciuti: da quelle «riforme devastanti» (soprattutto il decentramento sbilanciato, le forzature per l'ingresso nell'euro e la «costituzionalizzazione dell'Europa») «hanno avuto origine e sviluppo le principali dinamiche negative che oggi stanno portando l'Italia allo sprofondo della sua crisi».
Mario Monti e Silvio Berlusconi e prodi l medium
È tutto questo che ha prodotto il vituperato antieuropeismo: «Non sta scritto da nessuna parte che il “populismo” in arrivo in Europa e su vasta scala sia un male politico», un movimento che «per dinamica e dimensione è già europeo» e che «per la sua parte maggiore, è pacifico e civile e, per ora, ancora muto. Ma forte perché popolarmente diffuso». Uscire dall'euro non si può: Tremonti ne specifica i pochi benefici e gli altissimi costi. Si può però fare dell'altro, una ricetta già proposta dall'ex ministro: «Interrompere l'orgia legislativa in atto e di nuovo garantire la libertà: tutto è libero, nel campo economico, tranne ciò che è espressamente vietato».
 
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Euro addio senza drammi: mutui, stipendi, inflazione. Che succede









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Per gentile concessione, pubblichiamo stralci di «Non vale una lira. Euro, sprechi, follie: così l’Europa ci affama» (Mondadori, 166 pagine, 17 euro), il libro di Mario Giordano in vendita da oggi. Il testo è diviso in tre parti: «Perché bisogna uscire dall’euro», «Perché il sogno europeo è già finito» e «Perché questa Europa non ci piace». Lo stralcio che offriamo ai lettori di «Libero» è tratto dalla prima parte: al capitolo «E intanto le banche si preparano al “collasso”» il nostro editorialista rivela alcuni report redatti dai più importanti istituti finanziari italiani e non che teorizzano apertamente uno scenario di break-up dell’eurozona. Perché, si chiede l’autore, queste ipotesi non informano anche il dibattito politico e l’opinione pubblica, chiusa in dogmi e reciproci estremismi?
di Mario Giordano
La situazione, se non fosse tragica, sarebbe persino ridicola. Infatti, mentre pubblicamente è quasi vietato parlare di uscita dall’euro perché appena uno la nomina viene sommerso dai fischi e dai pomodori, in privato, nei sotterranei dei grandi istituti e nei caveau delle banche, si preparano tutti i piani dettagliati per far fronte all’ipotesi che viene ritenuta qualcosa di più di un’ipotesi.
Almeno una probabilità. Vietato dirlo, però: il popolo bue, come al solito, viene mandato al macello nella più totale ignoranza. «Non bisogna diffondere il panico» è la parola d’ordine. Per carità, il panico non va mai bene. Ma davvero esso nasce dalla conoscenza dei fenomeni? O piuttosto dall’ignoranza? Oggi, per dirne una, sappiamo come si formano i fulmini, e per questo essi ci fanno meno paura di quanta ne facevano agli antichi, che al contrario non ne conoscevano la natura. E allora: perché, in materia economica, c’è qualcuno che ci vuol riportare all’oscurantismo di Giove Pluvio?
il report
Nell’ottobre 2013, per esempio, Mediobanca ha preparato un rapporto di 122 pagine che è rimasto finora completamente riservato. Mai stato pubblicato. In Italia non ne ha parlato nessuno. L’unico a farne un accenno è stato il quotidiano inglese «Telegraph» in un articolo del 30 ottobre. Eppure si tratta di un documento esplosivo perché sostiene, in pratica, che l’Italia è vicina al capolinea, che il sistema sta per esplodere e che il nostro Paese sarà costretto a uscire dall’euro. Si badi bene: Mediobanca non lo auspica, non chiede un ritorno alla lira, continua stoicamente a considerare la disciplina monetaria europea come l’unica possibile. Però non può fare a meno di prendere atto che staremmo assai meglio se fossimo fuori dall’euro. E che saremo costretti a uscirne se gli Stati del Nord Europa continueranno con la loro politica economica aggressiva nei confronti degli Stati del Sud.
Il passaggio chiave di questo documento riservato, che ho modo di consultare mentre scrivo, è a pagina 35-36 quando gli analisti di Mediobanca citano il cosiddetto «ciclo di Frenkel», cioè i sette passaggi chiave attraverso i quali un sistema a cambi fissi che non funziona si avvia alla distruzione. È uno degli argomenti principi di tutti i teorici del no-euro, perché il calvario di un’unione monetaria in difficoltà si manifesta sempre allo stesso modo, in tutte le crisi mondiali, dal Cile all’Argentina, e si conclude con l’ultima delle sette fasi, cioè quella del «collasso», in cui tutto salta per aria. Ecco, secondo Mediobanca, uno degli istituti finanziari più autorevoli del nostro Paese, il «ciclo di Frenkel si applica perfettamente» all’Europa del Sud (pagina 35) e dunque quello che ci aspetta è inevitabilmente il settimo punto del «ciclo» (pagina 36): «Il collasso: un attacco speculativo costringe i Paesi a lasciare il sistema a tassi fissi e a svalutare la moneta».
Ma perché dobbiamo aspettare il giorno del giudizio universale senza sapere nulla? Perché dobbiamo restare nell’ignoranza? Il «Telegraph», nel riferire del documento Mediobanca, sottolinea che per l’Italia il crash non sarebbe così disastroso: abbiamo un debito estero inferiore agli altri Stati del Sud, ancora molti risparmi privati, un avanzo primario in bilancio. «L’Italia può lasciare l’euro quando vuole, ed è abbastanza grande da superare lo shock.» Ma perché di tutto ciò non si può parlare apertamente? Perché si tengono i loro studi nei cassetti? «C’è paura ad affrontare questi temi, soprattutto ad affrontarli apertamente, ma sono all’ordine del giorno sulle piazze finanziarie» ci confessa una voce raccolta nel fondo di un caveau. E ci dà qualche indicazione per raccogliere la prova di quel che dice.
I report di questo genere, in effetti, abbondano. E tutti prendono in considerazione il crollo della moneta unica. «Uscita dall’euro e break-up» è il documento pubblicato dalla banca d’affari Nomura nel novembre 2012, «Risposta a 10 domande sull’Euro break-up» è il documento pubblicato da J.P.Morgan nel dicembre 2011, «Piano per un ordinato break-up dell’Unione monetaria europea» è lo studio realizzato da Jens Nordvig e Nick Firoozye sempre per Nomura nel gennaio 2012. Nel luglio del medesimo anno è la volta della Merrill Lynch: secondo il report della banca d’affari, l’Italia avrebbe «tutto l’interesse» a uscire ordinatamente dall’euro, a patto che lo faccia prima degli altri (Grecia e Spagna). A perderci sarebbe soltanto la Germania.
uscire o morire
Della stessa opinione anche un centro studi molto quotato nella City londinese, il Lombard Street Research, che nell’elaborare un report dedicato all’Olanda e all’euro (marzo 2012), a pagina 18 ipotizza, fra le altre, anche la possibilità che esca dalla moneta unica solo l’Italia, aggiungendo che di tutte le uscite questa sarebbe una delle meno costose. «L’Italia potrebbe tornare rapidamente a crescere» sostengono gli analisti. Anzi: il ritorno alla vecchia moneta sarebbe per il nostro Paese quasi una passeggiata, soprattutto se paragonato a ciò che ha passato negli ultimi dieci undici anni. Ma il report prende in considerazione anche altre possibilità: che lascino la moneta unica solo la Grecia e il Portogallo, oppure la Spagna, oppure l’Olanda con la Germania, oppure anche l’Olanda da sola. Sembra quasi una partita a poker: chi farà la prima mossa? E soprattutto: chi rimarrà fregato con le carte (inutili) dell’euro in mano?
Comunque, al di là delle singole e molto tecniche questioni affrontate da questi studi, quello che a noi interessa è sottolineare che il tema dell’uscita dall’euro, negli uffici dell’alta finanza, è all’ordine del giorno. Se ne parla nei corridoi, nei sottoscala, nei bunker riservati dei grandi centri direzionali. Lo conferma l’economista Eugenio Benetazzo, definito il Roubini italiano, uno dei pochi che aveva previsto in anticipo la crisi del 2008 con un best seller (Duri e puri) assai controcorrente. Nel suo Neurolandia Benetazzo parla degli «eurokiller», e cioè di quei «grandi operatori istituzionali, banche d’affari, amministratori di risparmio gestito, fondi pensione, che ritengono che l’euro abbia gli anni contati per ragioni strutturali e socioeconomiche». E perciò «stanno attivando politiche per trarre beneficio dal previsto default».
silenzio, si crepa
Ma perché nulla di questo dibattito trapela? Perché non viene alla luce del sole? Perché devono prepararsi a trarne beneficio solo i grandi operatori istituzionali e le banche d’affari? Se davvero l’Italia ha la possibilità di salvarsi uscendo dall’euro prima degli altri (come dice Merrill Lynch), perché questo non viene spiegato anche agli italiani? Perché, al contrario, ogni volta che si pone la questione dell’euro si viene liquidati con un’alzata di spalle e un’occhiata di disprezzo?
La Greenwich Treasury Advisors, società di consulenza che ha fra i suoi clienti le più grandi multinazionali, dalla Ibm alla Siemens, dalla Monsanto alla General Motors, segue con attenzione lo sviluppo della situazione anche perché, scrive nel suo report, «in democrazia non possono essere sostenuti piani di austerità per molti anni consecutivi» e dunque la rottura del patto dell’euro da parte di qualche Paese che non ce la fa più a reggere la situazione è da mettere in conto. Anche questa relazione, ovviamente, è rimasta sconosciuta agli europei (non certo alle multinazionali). L’unico documento di questo genere di cui si è avuta notizia è quello realizzato nel settembre 2011 dall’Ubs, l’Unione delle banche svizzere, perché è piuttosto catastrofico nelle sue stime e prevede costi altissimi per i cittadini europei in caso di uscita dall’euro. Eppure anche questo rapporto, tanto caro agli europeisti, comincia così: «L’euro ha creato più costi economici che benefici ai suoi membri. E per questo potrebbe non esistere più»…
di Mario Giordano
 
giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare." Albert Einstein

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27 marzo 2014

Solo 9 Paesi hanno una Banca Centrale che non appartiene ai Rothchild!



Sono solamente 9 i Paesi che hanno la Banca Centrale che non appartiene ai Rothschild. Sono: Cina, Russia, Iran, Venezuela, Ungheria, Siria, Cuba, Islanda e Corea del Nord. Tre di questi Paesi, nell'ordine Russia, Iran e Venezuela, sono anche le tre più grandi riserve energetiche del mondo, considerando le riserve di petrolio, gas e carbone.
Direttamente o indirettamente tutte le altre banche centrali appartengono o sono controllate dai Rothschild. Ci sono addirittura quattro banche centrali che sono quotate in borsa: le banche centrali di Belgio, Grecia, Giappone e Svizzera. La Banca centrale di Grecia oltre che essere quotata alla Borsa di Atene è quotata anche alla Borsa Tedesca. https://www.blogger.com/null
Da queste brevi considerazioni, penso sia comprensibile a tutti perchè i paesi che hanno una banca centrale indipendente siano costantemente attaccati mediaticamente dai media di tutto il mondo, tutti al servizio ovviamente delle grandi potenze imperialistiche dell'occidente.

Tutti questi paesi sono praticamente inseriti nell'asse del male, tutti i loro governi sono per i media occidentali delle "dittature" ed in tutti ci sono tentativi di destabilizzazione.
Si comprende anche perchè Russia, Iran e Venezuela siano costantemente "presi di mira" dai media internazionali. Oltre che avere la Banca Centrale indipendente dai Rothschild sono anche le tre più grandi riserve energetiche del mondo.

Quando una Banca Centrale disegna la politica economica e monetaria del proprio paese sta pensando ai benefici per il suo popolo o ai benefici per i propri azionisti? Scontata la risposta: pensano ai benefici per i propri azionisti. Si comprende perchè un Paese come il Belgio possa stare per mesi (esattamente 18) senza un governo, perchè in sostanza il ruolo del governo è relativo. Si comprende perchè un paese come Grecia è completamente in balia della Troika, ossia del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e della Commissione Europea (CE).

E l'Italia? La maggior parte degli italiani pensa che la Banca d'Italia, ossia la Banca Centrale dell'Italia appartenga allo Stato! Invece, come tutte le banche centrali del mondo, escluse quelle dei 9 paesi citati sopra, la Banca d'Italia appartiene ai propri azionisti. L'elenco completo degli azionisti della Banca d'Italia è consultabile nel sito stesso della Banca d'Italia, all'URL: http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/partecipanti/Partecipanti.pdf. Da tale documento, in linea, si evince che le due principali banche italiane, Intesa San paolo e Unicredit hanno il 52% delle quote; Inps e Inail, enti statali, hanno quote irrilevanti. Ovviamente nel capitale delle grandi banche italiane, che controllano la Banca d'Italia, rientra quello dei Rothschild. Povera Italia! Poveri italiani!

Di Attilio Folliero
 

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