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L'ircocervo della "passività irrecuperabile" e l'hybris dei banchieri




All'attenzione dell'organizzazione internazionale delle istituzioni superiori di controllo
http://www.intosai.org/

A: i dirigenti

Da: Marco Saba
Responsabile della ricerca
Centro Studi Monetari
http://studimonetari.org

Una domanda all'INTOSAI : che cosa è un "debito irredimibile " ?


Egregi/e Signori / Signore ,

che cosa è un "debito inesigibile" ? Si tratta di un profitto mascherato, non è vero ?

Cosa succede se si considera un guadagno come una passività in bilancio aziendale? Non si paga le tasse su di esso, non si dà agli azionisti una congrua compensazione alla fine dell'anno e si deve riempire la perdita del falso in bilancio con dei profitti reali. OSSIA : 2 + 2 = - 4 ( meno quattro ) invece di 2 + 2 = 4 ( più quattro ) . La differenza è facile da individuare : è il doppio della somma in questione , è 8 in questo caso.

È necessario lavorare molto duramente per coprire dei passivi fittizi, ma, nel caso del settore bancario, si può pretendere che il governo dello stato in cui la vostra attività bancaria è svolta debba fornire le risorse per colmare il gap ... tassando i cittadini per pagare la più grande tassa privata ​​chiamata "signoraggio bancario", due volte!

Le "passività irredimibili" bancarie stanno formando il buco nero che sta inghiottendo tutta la zona Euro (e molti altri paesi occidentali).

"Il vincolo di solvibilità della Banca centrale richiede solo che il valore attuale delle sue passività non monetarie nette sia "non positivo" nel lungo periodo poiché le sue passività monetarie sono passività solo di nome, in quanto sono irredimibili . "
- Willem H. Buiter, Signoraggio, Discussion Paper 2007-8 , pagina 20 , 1 marzo 2007
http://www.economics-ejournal.org/economics/discussionpapers/2007-8

Lo stesso accade quando le banche commerciali iscrivono le linee di credito create come una passività nel loro bilancio.

Il mio messaggio qui è solo una semplice domanda : come e quando pensate di esporre questa grande frode prima che la vostra alta Istituzione rischi di essere emarginata o addirittura ridicolizzata da altri agenti che evidenzino questa irregolarità ?

Grazie per la risposta, nel frattempo questa e-mail è pubblicata qui in attesa della vostra risposta (che sarà pubblicata al più presto) :
http://leconomistamascherato.blogspot.it/2014/03/to-intosai-giant-black-hole-is.html

Cordiali saluti ,

Marco Saba
Centro Studi Monetari
http://studimonetari.org

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Come liberarsi tecnicamente dal vincolo euro



Come liberarsi tecnicamente dal vincolo euro.

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=6700
L. Barra Caracciolo





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La sorte giuridica di Mes e Fiscal Compact sarebbe poi segnata


(Leggi la prima parte dell'Intervista pubblicata ieri: Euro, ordoliberismo e modifica delle Costituzioni democratiche)



di Alessandro Bianchi

Luciano Barra Caracciolo. Presidente di sezione del Consiglio di Stato, Rappresentante italiano presso la rete UE degli organi di autogoverno del potere giudiziario. Curatore del blog Orizzonte 48 ed Autore di Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei


- Nel suo libro arriva ad affermare come la convivenza tra i Trattati europei e la Costituzione italiana sia impossibile. Come e chi potrebbe sanare questa frattura?

Basterebbe riproporre il significato vero della Costituzione come originariamente concepita. Non a caso io nel mio libro riporto brani tratti dalle sedute della “Costituente”, i relativi dibattiti, cioè la fonte diretta e l'interpretazione autentica di quelle che erano le intenzioni dei Costituenti. Il problema, se ragioniamo sul dover essere, cioè sulla restaurazione di un minimo di legalità costituzionale, è un altro: ma i partiti lo vogliono fare? Si pongono questi problemi?

Se inizieranno a farlo, il corretto intendimento della Costituzione è di per sé uno strumento potentissimo. Nel libro propongo due cose: in primo luogo dimostro come la Corte costituzionale attraverso la lezione della Costituente potrebbe dichiarare costituzionalmente illegittimo il vincolo dei trattati, cioè la stessa ratifica. In secondo luogo, propongo una road map che non ha nulla di eversivo, ma è una ricalibratura dei pubblici poteri, cioè delle istituzioni democratiche sulle prescrizioni della Costituzione. Sia la liberazione dal vincolo esterno che la ricorrezione dei suoi effetti sulle istituzioni democratiche passa per lo strumento della legalità suprema, la Costituzione, e nulla è più illegale di quello che genera uno stato di sospensione sine die di questa, vale a dire i trattati europei. Basterebbe ripristinare la legalità costituzionale ed automaticamente avremo la via d'uscita progressiva da questo stato di cose.

- Si discute molto sulla questione giuridica del recesso dall'Unione Monetaria. Come potrebbe farlo tecnicamente l'Italia?

In una prima fase avevo ipotizzato che si potesse ritornare ad un'idea sobria dei trattati, qualificandoli come fonti pattizie e quindi applicando la Convenzione di Vienna. Questa, nei suoi principi generali, è considerata una raccolta ricognitiva di diritto consuetudinario ed in alcune sue parti espressione di ius cogens - vale a dire superiore per rango a qualunque altra norma pattizia o generale - e tra quest'ultimi principi internazionali inderogabili (da un qualsiasi trattato) rientra sicuramente il principio dell'impossibilità del vincolo predatorio negoziale, vale a dire del vincolo irreversibile e senza limiti di tempo alla partecipazione ad un trattato, a prescindere dal manifestarsi di suoi effetti manifestamente contrari alla convenienza di una parte e favorevoli soltanto all’altra (rebus sic stantibus). Su questo sfondo avevo inizialmente ipotizzato una prima via d'uscita possibile.
Ma, sempre con una visione attenta allo jus gentium, si può tranquillamente interpretare le stesse clausole dei trattati: in particolare mi concentro sugli articoli 139 e 140 del TFUE, formulando la teoria del contrarius actus. Dato che la procedura di ammissione all’euro configura l’ammissione medesima come atto ampliativo, la disciplina contenuta in tali norme richiede la manifestazione di consenso dello Stato considerato in ogni fase procedurale. Questo consenso, quindi, è un elemento costitutivo indispensabile dell’ammissione e potrà essere ritirato in qualsiasi momento in applicazione del principio della insopprimibile libertà del consenso nel diritto internazionale. Per comprendere meglio, basta fare l'esempio degli atti ampliativi del diritto pubblico interno come una licenza a vendere alcolici, che non prefigura un obbligo alla vendita e può essere sempre restituita.
Questo è un principio generale pacifico, risalente al diritto internazionale generale, nonché ai principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione dei trattati, interpretati secondo i principi giuridici generali delle nazioni civili. Non esiste quindi un vincolo irreversibile e non è configurato come tale dalle norme se lette in buona fede, intesa come vincolo normativo di jus cogens. E, di conseguenza, la strategia che suggerisco è quella di un recesso secco, senza alcun tipo di giustificazione. Le norme che implicano un beneficio, nello stesso modo prevedono la possibilità di restituzione del “titolo” di quel beneficio.

- Questo recesso influenzerebbe in qualche modo la partecipazione dell'Italia all'Unione Europea?

Basandosi sugli art. 139 e 140, è perfettamente logico e naturale che lo stato che decida di rinunciare al beneficio della partecipazione nell'euro rimanga nella stessa condizione degli altri paesi “con deroga”, come ad esempio il Regno Unito o la Svezia. Permangono cioè all'interno dell'Unione europea per tutte le norme specifiche che non riguardano la partecipazione ed adesione all'unione monetaria. Lo Stato “uscente” recupererebbe una condizione prevista dai Trattati, già tipizzata dai Trattati e che soprattutto non è transitoria: questo perchè non c'è un obbligo correlato ad un termine legale per l’adesione all'Unione monetaria, né l'Unione europea vede come suo elemento costitutivo della sua soggettività politica la partecipazione generalizzata all'unione monetaria. E questo è dimostrato dalla lettura degli art. 3 par. 3 del Tue in cui si descrive lo schema programmatico socio-economico dell'Ue, insieme al par.4, da cui emerge con chiarezza che l'Ue è un soggetto già nella sua pienezza nel momento in cui programma di istituire l’unione monetaria. Dalla loro corretta interpretazione si comprende come il programma economico-monetario non sia costitutivo della sua soggettività di diritto internazionale.

- Che cosa accadrebbe però a tutti quei trattati intergovernativi come il Mes ed il Fiscal Compact? Resterebbero comunque in vigore?

Per tutti quei trattati si tratta di un problema di diritto positivo abbastanza agevole da risolvere: l'operatività di queste fonti europee (alquanto atipiche e controverse) riguarda solo gli Stati in atto partecipanti all'Unione monetaria.
Dunque, l'adesione a questi vari trattati resterebbe, ma produrrebbe effetti realmente vincolanti solo in quanto persistesse lo status di aderente all'Unione Monetaria. Se non c'è più questo status, il paese resta parte di questo trattato, ma esso non rileverà in termini di obblighi “perfetti” e di sanzioni attualmente applicabili. Un paese “con deroga” non è obbligato in modo effettivo. Ci sono, del resto, delle clausole specifiche a dimostrarlo: l'art.14 del Fiscal Compact, ad esempio, prescrive come l’insieme delle norme essenziali si applicano ai paesi membri “con deroga” dal momento in cui iniziano effettivamente a far parte dell'Unione Monetaria.
Sul piano politico, però, queste alchimie finanziarie costruite per salvare l'euro si dissolverebbero nel momento in cui un paese importante come l’Italia dovesse decidere di uscire dall'euro, innescandone la dissoluzione.

- Ragionando sull'ipotesi di Eurexit dell'Italia. Quali sono le priorità che il paese dovrebbe tenere in considerazione?

Secondo me vanno distinte quelle che sono misure emergenziali che servono nell'immediato e quelle misure strutturali di lungo periodo.
Le prime sono state ben illustrate da un concorso di studi sulle conseguenze dell'Eurexit citato anche da Alberto Bagnai nel Tramonto dell'euro. Riguardano in particolare la segretezza della decisione dell'uscita - che non deve essere anticipata ai mercati, soprattutto in un contesto di Banca centrale indipendente pura, recepita dal diritto interno in applicazione del trattato, che ha il divieto assoluto di intervenire a sostegno dello Stato - poi la chiusura delle banche per un certo periodo di tempo, e altre misure di “primo impatto".
Quindi si arriva alla sostanza del problema: la sostenibilità del sistema nel lungo periodo. E qui non si può che ritornare al modello costituzionale, riaffermando come la sua compressione “lo vuole l'Europa” deve cessare con la fine dell'euro. Facciamo solo un esempio: l'uscita ci lascia assoggettati all'art. 126 del TFUE sull'indebitamento eccessivo, ma, per il paese fuoriuscito, avente lo status “con deroga”, non è prevista la fase sanzionatoria. Il Regno Unito convive allegramente con super deficit da quando è fallita la crisi dal fallimento Lehman Brothers dal 2008.
E poi ci sono le misure strutturali, ma quelle dipendono dal tipo di società che si vuole plasmare.
Fare deficit per politiche di “Banking Welfare” (come in UK e Irlanda) è un conto. Altra cosa è fare deficit per rilanciare un settore industriale e, come suo complemento logico, bancario pubblico, che consentano di affrontare una politica industriale indispensabile, colmando il gap di know how e di tecnologia perso a seguito dell'output gap, e della deindustralizzazione, derivati dai vincoli fiscali e monetari europei e dal mercantilismo asimmetrico della Germania.
Tutto questo lo indico nella road map del libro ed osservo che sempre più persone condividano quest'approccio. Il problema è un altro: l'Italia ha le risorse culturali diffuse, cioè dal senso comune del cittadino fino alla classe dirigente attuale, per uscire dalla crisi? La risposta temo sia, al momento, no. E questo a causa di una classe politica che, nella sua ostentata ignoranza, pare compattamente convinta che l'Italia, senza il vincolo esterno, sarebbe cresciuta di meno. E ciò con i media schierati tutt’ora a ribadire la favola che il paese viveva una situazione di inflazione e disoccupazione drammatica prima di entrare nell'euro. Il tutto contraddetto platealmente dai dati, soprattutto se risaliamo alla fase anteriore al divorzio tra la Bankitalia e Tesoro ed all'ingresso nello Sme, che sono stati la prova generale del sistema.

- E' fiducioso che dalle elezioni europee del prossimo maggio possa arrivare un cambiamento?

Sicuramente ci sarà un cambiamento della composizione del Parlamento con l'entrata di alcune forze di paesi in sofferenza a causa delle politiche europee e che chiederanno un cambiamento rispetto a questo vincolo e queste politiche. Che riescano poi a dare una piega pratica a questa loro presenza ne dubito, perché il Parlamento non fa molto. E’ un co-decidente subordinato a chi ha la forza decisionale ed ogni potere d'iniziativa. Può dire si e no a qualcosa ormai essenzialmente deciso da qualcun'altro. Se queste forze arrivassero alla maggioranza assoluta potrebbero imprimere una certa composizione alla Commissione, questo si. Ma anche qui il problema è lo stesso che ha l'Italia allargato a tutto il continente: esiste una classe dirigente di europei cosciente di questi problemi, abbastanza numerosa da trasformare queste soluzioni di buon senso in consenso?
La desertificazione dei diritti, l'inversione del conflitto sociale, hanno portato ad una corrispondente desertificazione culturale e democratica. Non voglio passare per catastrofista, ma quanto tempo occorre per ridisegnare una corretta percezione delle dinamiche socio-economiche e per un ribilanciamento verso la democrazia, che è poi prosperità di tutti?
Non è paradossale, ma forse la migliore speranza potrebbe arrivare dall'America, dove non sono solo Krugman e Stiglitz a denunciare queste dinamiche, ma la società inizia ad avere un rigurgito che va oltre la militanza di strada di Occupy Wall Street e pare poter divenire un attore politico elettorale. Il problema è se a questa vivace proposizione del dibattito politico-culturale corrisponderà una riorganizzazione della società frutto di questa rivendicazione. Gli Stati Uniti, ispirandosi ai loro stessi Padri Costituenti, dovrebbero ora tornare ad Alexander Hamilton, colui che dopo l'indipendenza aveva compreso che l'imposizione del libero-scambismo da parte dell'impero inglese avrebbe riportato il giovane Stato nella medesima condizione di sottomissione a quelle stesse oligarchie bancarie, legate all'impero britannico, che avevano combattuto. E per questo si fece promotore per lo sviluppo di un “infant capitalism” che prevedeva un livello di intervento statale che allora veniva variamente definito protezionismo. E che invece, adeguandosi ai tempi dello sviluppo economico attuale, esprime un principio di autoconservazione sociale delle comunità statali democratiche, che promuovono il benessere generale.
Se l'America desse un segnale del genere ci sarebbe un riequilibrio molto più rapido in Europa.




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Lannutti: il reddito da signoraggio va restituito




Lannutti: il reddito da signoraggio va restituito
RENDITA MONETARIA E DEMOCRAZIA | SAB 29 MAR
http://seigneuriage.blogspot.com/2014/03/lannutti-il-reddito-da-signoraggio-va.html Read more
mo toh.......................... gia' che lo dica. onore zona euro ricordiamo sono circa dai 2500 ai 3000 miliardi di dollari calcolato da g.s a spanne.........................senza calcolare le tasse nn pagate mettendo una posta attiva nelle passivita raddoppia ecc ecc ecc senza entrare nello specifico
 
guida la NATO

L’unità occidentale contro la Russia è un capolavoro d’illusione

marzo 29, 2014 Lascia un commento

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 27/03/2014
Quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha aperto il suo tour in Europa, questa settimana, ha avuto la coreografia inconfondibile di una sceneggiatura: luci, camera, azione, ecc, La trama è fin tropo familiare. Gli USA, il faro luminoso della democrazia e dei diritti umani, viene in soccorso delle damigelle europee in difficoltà poco prima di essere devastate dalla recidiva bestialità europea della guerra. I politici europei di sempre più basso calibro indulgono in tale parodia statunitense della realtà apparendo uniti intorno all’invito di Obama a sanzioni più severe contro la Russia. Dall’inglese David Cameron ai suoi omologhi tedesco e francese Angela Merkel e Francois Hollande, invitano ad imporre sanzioni economiche a imprese e industrie russe. Molta retorica e melodramma fanno stecca, ma c’è la netta mancanza di coraggio nell’attuarle.
Nella visita europea di Obama questa settimana, è sembrata più che una coincidenza che il presidente facesse la prima dichiarazione pubblica da un museo di Amsterdam. La scelta di un luogo così rarefatto per avviare la spola diplomatica di Obama, potrebbe sembrare a prima vista strana. Come il Washington Post ha riferito: “Il presidente Obama usa il viaggio diplomatico cercando di radunare la comunità internazionale attorno agli sforzi per isolare la Russia dopo la sua incursione in Ucraina”. Eppure il presidente degli Stati Uniti sceglie un museo per iniziare sì apparentemente importante settimana diplomatica? Al Rijksmuseum di Amsterdam ha parlato del diritto internazionale e della necessità di una risposta unitaria nel sanzionare “la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale di altre nazioni” russa. Le esternazioni del capo statunitense sono state fatte di fronte al capolavoro di Rembrandt, La ronda di notte. Completato nel 1642, il ritratto a grandezza naturale dei soldati olandesi è considerato tra i capolavori d’arte più belli del mondo. Il dipinto, tra l’altro, fu messo in deposito segreto tra 1939-1945 per salvarlo da eventuali danni durante la seconda guerra mondiale. Obama ha dichiarato: “Europa e America sono unite nel sostenere il governo e il popolo ucraini, siamo decisi ad imporre un prezzo alla Russia per le sue azioni, finora”. Il messaggio subliminale è: Washington arriva in Europa come una forza di raccolta del bene per difendere i principi democratici, valori civili e sconfiggere la barbarie. La presunzione di Obama ha profonda risonanza nella mitologia statunitense dell’”eccezionalismo” e del potere benigno.
Il nuovo film sulla Seconda Guerra Mondiale dell’attore e regista statunitense George Clooney, Monument Men, è un esempio di questa sciropposa vanità e parodia della storia statunitense. L’ultimo film di Clooney, su un team statunitense assegnato specificamente ad una missione per salvare le collezioni d’arte europee saccheggiate dai nazisti, tende a rafforzare il mito statunitense di aver salvato l’Europa dalla guerra selvaggia e dalla distruzione nel 20.esimo secolo. L’intervento statunitense nella Prima e Seconda guerra mondiale è, nella mitologia nazionale “eccezionale” statunitense, ritratto come un sacrificio nobile che salvò l’Europa dal baratro del nichilismo alla luce della democrazia liberale. Facendo eco a questo coro artificioso, i media occidentali indicano la Russia, guidata da Vladimir Putin, come la maggiore minaccia per la pace in Europa dalla fine della Guerra Fredda, più di 20 anni fa. Non importa il fatto inevitabile che fu la Russia sovietica che in gran parte sconfisse il fascismo tedesco nel 1945. Ma tra le righe semplicistiche, vi è abbondanza di prove che gli alleati di Washington sono tutt’altro che uniti o fiduciosi circa la questione della Russia e del recente sconvolgimento dell’Ucraina. In primo luogo, vi è una crisi di legittimità tra i cosiddetti leader occidentali. Quando i membri del G-7 furono successivamente fotografati a L’Aja rannicchiati intorno a un tavolo con bandierine che ne indicavano la nazionalità, il raduno aveva la gravitas di una mensa scolastica. La dichiarazione del G7 sulla cancellazione del previsto vertice del G8 di Sochi in Russia dice: “Sospenderemo la nostra partecipazione al G8 finché la Russia non cambia rotta e l’ambiente torna al punto in cui al G8 poteva aversi un dibattito significativo”. Non sembra una dichiarazione convinta. “Sospenderemo la nostra partecipazione...”, non “vietiamo alla Russia”, tradisce molta ansia mercanteggiante nel club elitario per avere una dichiarazione “unificata”.
La crisi di legittimità di Washington e della sua cricca alleata deriva dal fatto che tali Paesi non sono più le potenze economiche di una volta. Il centro di gravità dell’economia mondiale si volge verso i BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, tra le altre economie emergenti. Asia, Africa e America Latina sono il futuro, Nord America ed Europa sono il passato. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov non essendo obbligato dai pessimi difetti politici dell’invidia nel declinare il G8 quale entità ridondante, l’ha fatto. Quindi, da tale club occidentale, la minaccia di sanzioni economiche contro la Russia per presunte violazioni all’Ucraina suona decisamente vuota e impotente. La crisi della legittimità politica occidentale si manifesta anche nel proprio pubblico. Questa settimana ha visto il martellamento del partito socialista francese alle elezioni locali e l’ascesa del movimento anti-establishment e profondamente euroscettico del Fronte Nazionale. La popolarità del presidente francese Francois Hollande ha toccato il minimo storico, e questa stessa disaffezione cronica verso la classe politica si vede in altri Stati occidentali. Economie stagnanti e livelli record di povertà e disoccupazione minano l’autorità dei capi e dei governi occidentali. Così, nonostante i tentativi di radunare gravitas e finalità sugli eventi in Ucraina e le presunte irregolarità della Russia, il pubblico occidentale non ha voglia di ascoltare ipocriti sermoni politici. Come possono tali politici trovare urgenza e mezzi finanziari per gettare improvvisamente miliardi di dollari in Ucraina, quando c’è ne così tanto bisogno nella trascurata spesa sociale interna?
La disaffezione del pubblico verso i governi nazionali si estende alla sovranazionale Unione europea. Ciò spiega anche la drammatica avanzata del Fronte Nazionale in Francia e la crescente popolarità dei partiti nazionalisti anti-UE altrove in Europa. Tema comune è il disprezzo per i burocrati europei alienati, interessati più ad allargare l’UE sempre più austera economicamente per i cittadini. L’idea che vituperati personaggi europei come Cameron e Hollande, siano fotografati con gli altrettanto disprezzati burocrati europei Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso, e che tale immagine debba rappresentare una specie di solido fronte popolare unitosi alle sanzioni statunitensi contro la Russia, è ridicola e illusoria. Tale cricca di politici può sembrare unita, ma che senso ha tale “unità” quando sono sempre più screditati agli occhi dei loro popoli e del resto del mondo? Anche in tale cabala, l’apparente unità non convince. Le sanzioni più severe che Washington sostiene non sono state finora adottate dall’Unione Europea, nonostante la retorica. In particolare, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha rifiutato l’idea provocatoria di “escludere” la Russia dal G8, che Washington, Londra e Parigi avrebbero preferito. Merkel ha contraddetto il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, che già insisteva sul fatto che la Russia era stata sospesa dal forum. L’atteggiamento meno conflittuale di Merkel è stato ribadito dalla ministra degli Esteri italiana, Frederica Mogherini, che ha ricordato a tutti che la Russia è “un importante partner” e che un forum del dialogo non deve essere chiuso. Lontano dalla cricca G7, i governi finlandese e belga hanno avvertito contro uno scontro diplomatico con Mosca. La Norvegia, membro della NATO e dell’UE, ha detto che annulla gli accordi militari bilaterali con la Russia, ma aggiungendo che altri settori delle relazioni con la Russia dovevano rimanere normali. Il presidente svizzero Didier Burkhalter ha detto che il suo Paese non seguirà le sanzioni USA e UE contro i finanzieri russi.
Molti dei 300 milioni di cittadini europei, nonostante l’atteggiamento ufficiale di alcuni capi, sono ben consapevoli dell’importanza del commercio bilaterale con la Russia. Il commercio dell’UE con la Russia è dieci volte il volume tra Stati Uniti e Russia. Soprattutto il commercio UE-Russia del petrolio e gas, che rappresenta circa un terzo del mercato dell’UE. Nella parte orientale del blocco, la fornitura di gas russo costituisce l’80-100 per cento del consumo totale. Il legame commerciale della Germania con la Russia è d’importanza strategica, non solo per la Germania ma per il resto d’Europa. Le imprese tedesche hanno venduto 60 miliardi dollari di merci in Russia l’anno scorso. Non sorprende che la business class tedesca a gran voce si opponga a qualsiasi ulteriore sanzione contro la Russia. Il gruppo d’esportazione della Germania, BGA, dice che tale mossa sarebbe “catastrofica” per le oltre 6000 imprese tedesche che vi fanno affari. Un’altra figura del mondo degli affari tedesco, Eckhard Cordes, il capo del comitato orientale, potente lobby filo-Russia, ha espresso apprensione per l’impatto delle sanzioni. Ha detto ai media tedeschi: “Abbiamo una partnership strategica… riunendo i nostri popoli. Ed ora vogliamo coprirci con le sanzioni? Lo trovo così difficile da immaginare”. La responsabilità verso la maggiore economia europea è un vincolo oneroso per Merkel. Der Spiegel ha commentato il dilemma di Merkel: “La sua vittoria elettorale lo scorso autunno è in parte il risultato della promessa di proteggere la Germania dalla spiacevole crisi dell’euro. Ciò che ora ci si aspetta da Berlino sulla crisi Ucraina: sicurezza e stabilità”. In tutta Europa, imprenditori, industriali, operai e privati sanno che la spavalderia delle sanzioni economiche contro la Russia, articolate da una classe politica sempre meno rappresentativa e più illegittima, li danneggerà nella vita quotidiana. Il grande pubblico sa che le élite bellicose di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles hanno molto meno da perdere perseguendo il confronto con la Russia. Forse nei decenni passati, le nazioni potevano essere radunate attorno una bandiera con discorsi sciovinistici. Nell’economia globalizzata di oggi, tale tipo d’influenza condiscendente è finita e ogni tentativo di rianimarla è vista con ancora più disprezzo.
Paolo Scaroni, il capo del colosso energetico italiano ENI, ha detto al Financial Times in termini netti: “Abbiamo bisogno del gas russo ogni giorno. Hanno bisogno del nostro denaro ogni uno o due anni. Se nel bel mezzo del duro inverno non abbiamo il gas russo, siamo in difficoltà. Ma la Russia non è nei guai se avrà i nostri soldi il giorno dopo”. Scaroni ha anche confermato ciò che altri analisti energetici hanno detto di recente, e cioè che il progetto South Stream del gas naturale dalla Russia all’Europa è nell’incertezza per le tensioni sull’Ucraina tra Mosca e Bruxelles. Tale progetto promette di aumentare le forniture di gas all’UE, che probabilmente abbasserà i costi per i consumatori. Ora, grazie al tintinnare di sciabole di Washington e alla sua piccola squadra di capetti dell’UE, il progetto è in pericolo. Ciò indica l’enorme scollamento tra politici e Washington e la popolazione europea in generale. Tale disconnessione deriva da questioni economiche e sociali profonde, legate alla scomparsa della società capitalistica, ma l’ultima debacle con la Russia sull’Ucraina porta alla ribalta la disaffezione del pubblico. Il pubblico occidentale sa anche che i media occidentali non dicono la verità. Queste ultime sembrano essere più impegnate a spacciare una narrazione auto-allucinata in linea con il programma politico elitario, piuttosto che a rivelare ciò che è veramente in gioco sull’Ucraina.
Le misure di sicurezza russe sul confine con la destabilizzata Ucraina e la riunificazione costituzionale della provincia meridionale di Crimea, vengono distorte ad atti mostruosi d’aggressione. Le legittime misure precauzionali di sicurezza nazionale della Russia sono presentate come spettro malvagio che minaccia di “frantumare l’Europa”, secondo il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. Tale ritratto da cartone animato è privo di fatti salienti, fatti noti al pubblico che accede ai media alternativi. Come ad esempio il fatto che Washington e i suoi alleati europei hanno avviato i tumulti in Ucraina supervisionando il golpe a Kiev del 23 febbraio, dopo tre mesi di violenze di strada orchestrate. I governi occidentali hanno violato il diritto internazionale e la sovranità, e non per la prima volta. Il nuovo regime filo-occidentale illegittimo a Kiev è composto da neo-nazisti e altri fascisti che hanno scatenato il caos e le violenze in Ucraina, i più recenti esempi sono l’assalto a funzionari e proprietà di filo-russi, rapine a mano armata di treni diretti in Russia e molestie ai media neutrali. S’invocano stragi e terrorismo contro il popolo russo da parte dei golpisti, tra cui la principessina pro-democrazia cara alle élite occidentali, Julija Timoshenko, recentemente colta assaporando l’idea di “sterminare” i russi e incenerire la Russia con un attacco nucleare. Ma non si rendano chiari i fatti con una buona storia, come le élite occidentali potrebbero dire. E tale storia dice che l’Europa è quasi in guerra di nuovo a causa delle “vecchie abitudini barbariche”. Ma ci sono gli USA, “la coraggiosa America democratica”, che ancora una volta porteranno all’Europa pace e armonia civile, questa volta contro il dispotismo russo, invece del fascismo nazista di prima. Il problema per Washington e i suoi alleati delle élite europee è che il grande pubblico non si beve tale racconto trito e ritrito. Il grande pubblico giustamente vede l’aggressione della NATO e il Lebensraum USA in Europa come un problema, e non il presunto espansionismo russo…
Lo stesso giorno in cui Obama dava lezioni agli europei su diritto internazionale e norme civili, il suo consigliere della sicurezza nazionale per la Russia, Michael McFaul, scriveva sul New York Times. McFaul, ex-ambasciatore in Russia, ha scritto un incredibile falso storico dichiarando che Vladimir Putin è “un leader revisionista autocratico (che) ha istigato questo nuovo scontro… simile alla lotta ideologica tra autocrazia e democrazia del secolo scorso, ora ritornata in Europa. Noi (gli Stati Uniti) siamo pronti a guidare il mondo libero in questa nuova lotta”. Tale narrazione delle élite occidentali abbracciata da Obama e dalla sua squadra di inutili politici falliti europei, ha ormai alienato il pubblico globale, in patria e nel mondo. Certamente non nello stile di Rembrandt, ma la maggior parte dei popoli può ora vedere l’atteggiamento delle élite occidentali quale capolavoro dell’illusione.
La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro
 
diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia. Il resto è propaganda" Horacio Verbitzky

















































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lunedì 31 marzo 2014

La UE dichiara guerra ai risparmiatori: approvato il prelievo forzoso



Fonte: http://www.imolaoggi.it/2014/03/28/la-ue-dichiara-guerra-ai-risparmiatori-approvato-il-prelievo-forzoso/

EUROPA UE, NEWSvenerdì, 28, marzo, 2014


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28 mar – La scorsa settimana l’Unione Europea ha deciso sanzioni micidiali contro i proprio cittadini che, a differenza della Russia, non possono difendersi. Con il compromesso sull’Unione Bancaria raggiunto il 19 marzo, il Consiglio UE, la Commissione e il Parlamento Europeo hanno creato una macchina criminale che mira ufficialmente a confiscare i risparmi per mantenere in piedi le banche “zombie”.
L’accordo stabilisce che il Meccanismo di Risoluzione Unico (SRM), il cosiddetto “secondo pilastro” dell’Unione Bancaria, sarà operativo nel 2015; due terzi dei 55 miliardi di euro del Fondo di Risoluzione Unico (SRF) possono essere usati dall’inizio e il 70% dopo tre anni. Il fondo sarà finanziato dalle banche, ma non è chiaro se solo dalle 128 banche che fanno parte dell’Unione Bancaria o se da tutte. Le casse di risparmio e le banche cooperative hanno già messo le mani avanti perché non intendono sacrificarsi per salvare le grandi banche.
Il “primo pilastro” dell’UB, il Meccanismo di Supervisione Unico (SSM), come concordato precedentemente, sarà a regime già nel novembre di quest’anno.
L’intero sistema sarà indipendente dai governi nazionali. Il Consiglio sarà interpellato solo se lo decide la Commissione e solo nel caso che la Commissione disapprovi le decisioni prese dalla BCE e dal Consiglio del SRM (probabilità uguale a quella che gli asini volino).
Al cittadino viene spiegato che nel caso di una “risoluzione” (liquidazione) bancaria, verrà per primo utilizzato lo strumento del “bail-in”, e cioè del prelievo forzoso: vengono confiscati, nell’ordine, le azioni, le obbligazioni e i risparmi al di sopra dei centomila euro. Se questi non bastano si ricorre al fondo. Inoltre, i governi possono chiedere un prestito all’ESM, che naturalmente significa consegnarsi alla Troika.
Il Commissario per il Mercato Interno Michel Barnier ha definito l’accordo “il passo più importante (…) dopo l’Euro”. Il ministro del Tesoro tedesco Wolfgang Schaeuble ha ripetuto il mantra che col nuovo meccanismo i contribuenti non dovranno più sobbarcarsi il costo dei salvataggi bancari.
Due osservazioni. Primo, se salta una banca sistemicamente rilevante, la potenza di fuoco del nuovo meccanismo è del tutto insufficiente. Non miliardi ma migliaia di miliardi saranno necessari. Questo significa che i contribuenti non sono affatto al riparo. In secondo luogo, e ancor più importante, è che le nuove regole rovesciano il principio della fiducia su cui si basa ogni sistema di finanza e di credito, e cioè che il risparmio è protetto dalla legge. La maggior parte delle costituzioni nazionali lo afferma esplicitamente. Il nuovo accordo raggiunto dalle istituzioni UE, e che i parlamenti nazionali sono chiamati a ratificare, asserisce invece la supremazia della “stabilità del sistema finanziario” su ogni altro interesse o settore della società, compresi i risparmi.
Come abbiamo già denunciato, le norme di “risoluzione bancaria” affermano che i contratti derivati devono essere onorati se una loro sospensione minaccia “la stabilità del sistema”.
L’UE ha dichiarato ufficialmente guerra ai risparmiatori e così facendo ha gettato le basi per l’autodistruzione del sistema.
Movisol
 
Gli USA usano l’Ucraina come pretesto per lanciare la guerra energetica contro la Russia

marzo 31, 2014 Lascia un commento

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundatione 31.03.2014
Quando è diventato chiaro che le sanzioni economiche contro la Russia si ritorcono contro Stati Uniti ed Unione europea, l’occidente ha iniziato a studiare altri modi per “punire” la Russia, come abbatterne le quote di mercato dell’energia. Obama ha promesso d’iniziare le forniture di gas dagli Stati Uniti direttamente all’Europa. Molti lo vedono come l’inizio della guerra energia contro la Russia. Il 26 marzo la commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione su “il potenziale geopolitico del boom dell’energia degli Stati Uniti” per studiare i modi per accrescere la produzione di energia negli Stati Uniti da poter usare contro la Russia. I parlamentari vogliono farla finita con le restrizioni all’esportazione di energia per ridurre la presenza russa in Europa orientale, vista come minaccia geopolitica. Ed Royce (R-CA), presidente della Camera per gli Affari Esteri, ha detto che la dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche della Russia paralizza la politica degli USA in Ucraina. L’influenza degli Stati Uniti e l’autorità del presidente degli Stati Uniti sono diminuiti a livello globale. Secondo Royce, il modo per porre rimedio alla situazione è indebolire la Russia respingendola dai mercati tradizionali e abbassando i prezzi dell’energia… “In poche parole, aumentando la produzione di energia degli Stati Uniti si dovrebbe aumentare la nostra sicurezza economica e nazionale. Riducendo la nostra dipendenza dalle importazioni di energia dal cartello dell’OPEC, gli Stati Uniti sarebbero meno vulnerabili alle perturbazioni politiche e della sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. E aumentando le nostre esportazioni di energia, avanzerebbero i nostri interessi geopolitici, anche minando la leva coercitiva della Russia e di altri”, ha detto.
La crisi dell’Ucraina è vista come evento che dà impulso all’elaborazione di una nuova strategia degli Stati Uniti, mentre la riunificazione della Crimea con la Russia è usata come pretesto per dichiarare la guerra energetica. Già nel 2007 il Congresso statunitense approvò l’Energy Independence and Security Act, conosciuta come legge sulla politica energetica degli Stati Uniti, che prevedeva l’adozione di misure volte a ridurre la dipendenza dell’Ucraina e della Georgia da petrolio e gas della Russia. Il documento comprendeva diversi scenari per intraprendere azioni contro Mosca fino al blocco economico e all’embargo sulle importazioni di petrolio e gas russo verso l’Europa. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un pretesto, qualcosa che hanno cercato per tutti questi anni. Come è noto, dalla dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso oltre 5 miliardi dollari per sottrarre l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Non si preoccupano della sorte del popolo ucraino. Ma sanno che 40000 km di oleodotti passano sul territorio dell’Ucraina. Potrebbero essere tagliati tenendo l’Europa lontano dagli approvvigionamenti energetici. La questione della riduzione della dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche estere è stato un punto di riferimento per molti anni, dove più della metà della domanda europea dipende dalle importazioni. Il gas rappresenterà il 25% della domanda energetica europea fino al 2050, entro il 2030 l’Europa avrà speso circa 500 miliardi di euro per pagare le importazioni di energia. La Russia è il principale fornitore europeo di energia dal 2011, seguita da Norvegia, Algeria e altri Paesi. Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria dipendono al 100% dalle forniture di gas dalla Russia. Non importa se la Germania ha cercato per molti anni di ridurre la dipendenza, ha ancora importato il 28% del suo gas dalla Russia lo scorso anno. Non si può trovare un modo per ridurre bruscamente le importazioni. Ci sono poche alternative, soprattutto da Stati Uniti, Qatar e Iran.
L’esportazione degli Stati Uniti verso l’Europa è una prospettiva inverosimile, non può avvenire in un periodo di tempo prevedibile. Il boom del gas shale statunitense non influenza l’Europa più di tanto. È vero, la produzione di gas di scisto ha permesso agli Stati Uniti di diminuire la domanda di carbone esportato in Europa. Secondo le stime, entro il 2015 la Germania chiuderà centrali elettriche a gas per una capacità totale di 10 gigawatt, mentre attiverà centrali a carbone pari a una capacità totale di 7 gigawatt. Ciò significa che l’Europa deve discostarsi dai propri standard o gli sforzi fatti in molti anni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra andranno in malora. L’importazione di gas statunitense implica gravi perdite finanziarie. Al momento non ci sono infrastrutture per le importazioni marittime. Ad esempio, la Germania non ha alcuna infrastruttura che consenta di ricevere gas liquefatto da oltreoceano. I tedeschi spenderanno 5 miliardi di dollari per i terminali volti a soddisfare gli obiettivi indicati dalla strategia energetica degli Stati Uniti? Anche se viene presa tale decisione, le prime forniture via mare inizieranno ad arrivare non prima di 5-6 anni. Se le aziende statunitensi otterranno le licenze, la capacità raggiungerà 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2020. Nel 2013 la domanda totale dell’Europa era dieci volte maggiore e le forniture della Russia rappresentavano circa il 30% di essa. Il 10 per cento proveniente dagli USA non risolverà il problema. Aumentare le quote di esportazione significa aumentare i prezzi nel Paese riducendo la capacità dell’economia statunitense di competere. Gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità contro Gazprom. Nuovi gasdotti potrebbero essere costruiti dall’Iran all’Europa. Ma c’è lo stallo tra Iran e Washington, sostenuta dai suoi alleati europei. Le sanzioni che vietano gli investimenti nell’industria del gas dell’Iran sono in vigore da molti anni. L’UE ha imposto un embargo sulle forniture di gas naturale iraniano, comprendenti importazione, acquisizione, trasporti, finanziamenti e assicurazioni. E’ insensato parlare dell’Iran quale fornitore di gas finché l’embargo è in vigore. Ed anche se vengono abolite, non sarà così facile come può sembrare. Non vi è alcun motivo per vedere l’Iran quale alleato nella guerra energetica che gli Stati Uniti vogliono scatenare contro la Russia. I tentativi dell’occidente di corteggiare l’Iran, perseguono l’obiettivo di fare maggiori concessioni sul suo dossier nucleare, smettere di sostenere Bashar Assad e cedere alle pressioni riguardanti altre questioni legate alla situazione nella regione. L’Iran lo sa. Teheran non sacrificherà i suoi rapporti di buon vicinato con Mosca in cambio delle promesse dell’occidente. Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto a Catherine Ashton, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la sua recente visita in Iran, che ci sono tre condizioni per l’esportazione del gas verso l’Europa: l’annullamento di tutte le sanzioni economiche, finanziamenti per la costruzione dei gasdotti, il diritto di Teheran di prendere accordi con la Russia sulla politica dei prezzi. A differenza degli Stati Uniti, Mosca può collaborare con Teheran e accedere a un’ampia gamma di questioni.
Il Qatar rappresenta un quarto delle forniture di gas liquefatto per l’Europa, ma la sua importanza è spesso esagerata. È vero, riduce la competitività del gas russo in una certa misura. Ma il Qatar da tempo non vede l’Europa come una priorità. Proprio quest’anno ha ridotto le forniture al continente europeo a favore di Asia e America Latina. Ha bisogno di maggior gas per rispettare tali obblighi. Per incrementare le esportazioni, il Qatar ha bisogno di un oleodotto che passi attraverso Siria ed Iraq. Questi Stati sono in subbuglio ed è difficile immaginare come la sua costruzione potrebbe avvenire nelle condizioni attuali, e senza investimenti stranieri che potrebbero essere attratti per l’attuazione del progetto. Gli Stati Uniti dovranno rimandare i piani per trascinare il Qatar nella guerra energia prolungata contro la Russia.
La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
 
PERCHE' DOBBIAMO FAR CREARE MONETA ALLE BANCHE QUANDO, SE LA FACCIAMO EMETTERE ALLO STATO, POSSIAMO ABOLIRE LE TASSE? Infatti: "Quando la moneta viene prodotta dallo Stato, è quest'ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e ...servizi, la mette in circolo nell'economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione. "

- Banca d'Italia, http://www.bancaditalia.it/bancomonete/signoraggio
 
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Abbattiamo la Frode Bancaria e il Signoraggio ha condiviso un link.

3 ore fahttps://it-it.facebook.com/pages/Abbattiamo-la-Frode-Bancaria-e-il-Signoraggio/208622872545749#


Certo, chi tira le fila della politica e dei media non vuole che questo si sappia e il Popolo deve rimanere bue, altrimenti come si fa a pascolare il gregge?

L'economista Claudio Borghi smaschera tutte le bugie sull'uscita dall'euro: cosa succederebbe, davvero, se l'Italia uscisse dalla moneta unica?

https://www.youtube.com/watch?v=atXi0GtkK44


La Gabbia - Le sette balle sull'uscita dall'Euro (30/03/2014)
www.youtube.com

L'economista Claudio Borghi smaschera tutte le bugie sull'uscita dall'euro: cosa succederebbe, davvero

 
AGGIORNAMENTO FRATTALICO. IL CROLLO ENDOGENO DELL'ASSETTO OLIGARCHICO-FINANZIARIO UEM



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Come sanno coloro che hanno seguito le varie evoluzioni dell'ipotesi frattalica, essa si basa sulla omotetia (cioè identità ricorrente di forme-configurazione) tra 1943-1945 e l'attuale situazione italiana nel quadro dell'unione monetaria europea.
La difficoltà maggiore che si incontra in questo percorso è quella delle identificazione di un processo di coinvolgimento degli USA nel conflitto continentale europeo al fine di bilanciare lo strapotere della Germania a danno del resto dei paesi europei.
Per quanto ci riguarda, la difficoltà specifica è quella di riconoscere i tratti e gli eventi che preannunzino (allo stato attuale di questo si tratterebbe), lo sbarco in Sicilia e, quindi, l'insostenibilità di una mera sudditanza verso la Germania, come posizione ormai invisa agli alleati anglo-americani.


Il cedimento della supremazia tedesca, come paese "occupante"; potrebbe intravedersi pure nell'ascesa del movimento del Front National nella versione rigenerata, in termini di visione economica sostanzialmente keynesiana, da Marine Le Pen.
Ma anche questa evoluzione transalpina pare dotata di un'autonomia maggiore, sul piano della capacità interna, dell'antecedente del 1944, allorchè la vera e propria Liberazione dal giogo tedesco conseguì dallo sbarco alleato in Normandia.


L'insieme di queste differenze e la totale irriconoscibilità di un'aperta linea diplomatica ed economica, da parte degli USA, in soccorso di un'Europa oppressa e devastata dallo squilibrio strutturale imposto dalla Germania, potrebbe condurre all'abbandono della originaria formulazione dell'ipotesi frattalica.
In tal senso, persino la "svolta russa", qui adombrata come nuova Stalingrado, non si incastra nella direzione che sarebbe coerente con l'omotetia frattalica.
Ed infatti, la "vittoria" russa in Crimea, pur limitando l'invadenza di un governo dalle sospette caratteristiche di estrema destra neo-nazista, non fa convergere, pur da direzioni diverse, l'azione russa e quella USA nel delimitare l'aggressività e l'espansione tedesche.
Lo scontro "ucraino" ha portato, piuttosto, ad una riedizione della Guerra Fredda in cui, conformemente alla dottrina Brezinsky, gli USA vedono la Russia come il proprio antagonista principale nello scenario mondiale, mentre la Germania, all'opposto di 70 anni fa, è semmai un più o meno fedele alleato degli USA.


L'unica alternativa all'abbandono -per palese impraticabilità - dell'ipotesi frattalica è quella di riconoscere un diverso ruolo agli USA stessi; e questo accogliendo l'idea della difficoltà crescente in cui verserebbe la loro capacità di leaderhip di tutto l'occidente, in concomitanza con la loro stessa perdita di centralità nell'economia internazionale (almeno in ipotesi).
Una linea di tendenza che sarebbe la stessa Germania a condividere e ad abbracciare, calcolando su tale fenomeno le propria strategia di lungo periodo, con una crescente espansione verso interlocutori come Russia e Cina.
Come conferma, tra l'altro, il recente accordo tra Banca Popolare della Cina (PBOC) e Bundesbank sulla estensione della regolazione dei reciproci rapporti commerciali in renmimbi e senza più passare per il dollaro. (Analogo accordo era stato concluso, alla fine del 2011, tra Cina e Giappone).


In questo quadro evolutivo della geopolitica internazionale, l'alternativa al (ben possibile) abbandono dell'originaria ipotesi frattalica, sarebbe quella di immaginare un ruolo degli USA che -come spesso gli capita di recente a causa dei frequenti errori di valutazione- segua, adattandosi, e non preceda, "guidando", la liberazione dei principali paesi UE, o meglio dei loro popoli, dalla egemonia tedesca instaurata in nome e per conto dell'euro.
O, più esattamente, in nome e per conto del capitalismo finanziario ordoliberista che ne è l'ideatore e propugnatore.
Questo significa che se, com'è auspicabile per il benessere economico e la effettiva democrazia dei popoli europei, iniziasse a verificarsi alle prossime elezioni europee, - ed anche di seguito, in ogni altra occasione elettorale-, il sommovimento di consenso che porterà i vari "partiti unici dell'euro" a perdere la maggioranza, -nonostante gli espedienti di leggi elettorali congegnate per stabilizzarne l'egemonia-, ciò determinerà progressivamente il crollo dell'attuale assetto oligarchico-finanziario UE.
Un assetto che non potrà più essere amministrato da tecnocrati, zelanti esecutori di ordini che risulterebbero ormai smascherati nel loro senso antidemocratico ed invisi alla schiacciante maggioranza degli elettorati di tutta Europa.
Finito il delirio della stabilità finanziaria a carico delle tasche dei cittadini, per alimentare il welfare bancario e garantire, ora persino coi loro risparmi, il gioco irresponsabile dei flussi creditizi interni all'area valutaria disfunzionale, la moneta unica andrebbe in "rottamazione" - e mai con tanto entusiastico sollievo dei cittadini coinvolti in un simile oscuro disegno, ordito ai loro stessi danni.

Allora gli USA, diverrebbero giocoforza coscienti che, oltre un certo livello, il cerchiobottismo sul punto non servirebbe più a garantirgli quegli interlocutori docili che riflettevano in Europa il liberismo a trazione finanziaria da essi stessi ambiguamente trascinato fino ai nostri giorni.
E sarebbero costretti a prendere posizione in senso favorevole al ripristino del cambio flessibile, del recupero delle sovranità e delle politiche monetarie, favorevole altresì a politiche fiscali veramente espansive, che essi stessi hanno praticato (finora) a metà, sopravvalutando la leva monetaria, pro-WS e mercati finanziari, rispetto all'economa reale.
Se così non facessero, aprendo con ciò una nuova epoca di recupero della democrazia degli Stati nazionali e della sovranità monetaria e fiscale esercitata nell'interesse dei popoli (e non dell'1%), rischierebbero di rimanere isolati rispetto a tutti gli scenari di crisi e di lotta per la conservazione della loro supremazia economica.
Perchè una leadership non può essere troppo a lungo esercitata contro la democrazia e l'interesse delle popolazioni, calpestandone i diritti sociali, e nascondendosi dietro la ormai intollerabile dittatura dei "mercati" finanziari.


Insomma: l'ipotesi frattalica può, (semmai abbia una vitalità), trovare la sua verifica in una scansione dei tempi di ampiezza analoga ma con meccanismi di concatenazione degli eventi in ordine invertito rispetto al modello 1943-45.
Proprio perchè occorre prendere atto che gli USA stessi agiscono ora nello scenario senza prima aver risolto il conflitto di potere, relativo al paradigma del loro stesso modello socio-economico, inteso come "costituzione materiale", che ancora li scuote al loro interno. Come avevamo evidenziato nella riformulazione dell'ipotesi frattalica "un anno dopo" dicendo:

"la legittimazione da parte degli USA di interlocutori diversi da quelli comunque divenuti invisi alla schiacciante maggioranza del popolo italiano, sarà tanto più forte quanto più gli parrà necessario conservare equilibri geopolitici nell'area europea e mediorientale, rispetto alla possibile espansione dell'influenza russa (i "nuovi " carri armati di...Putin).
Questa influenza, nella nuova forma del rapporto privilegiato legato alle forniture di materie prime per la produzione di energia e di promozione di joint venture industriali meno invasive degli IDE colonizzatori propugnati dall'ordoliberismo, filogermanico e più "realista del re" rispetto alle stesse multinazionali USA, potrebbe indurre gli stessi USA al recupero di una linea economica più conciliante, rispetto ad elementi come la flessibilità dei cambi, il sostegno delle banche centrali alla monetizzazione del debito pubblico corrispondente al deficit, allo stesso abbandono di tetti al deficit in vista del ristabilimento di livelli di crescita e di consumi accettabili (proprio per la stessa convenienza del trattato di libero scambio).

Tutte misure che lo stesso FMI, in certe sue aperture, già sta preannunziando come possibili "ritorni" sull'orizzonte delle politiche economiche e fiscali considerate, entro certi limiti, auspicabili.




Il quadro così tratteggiato diviene certamente più chiaro rispetto alla ipotesi originaria; non nascondiamo che la proiezione predittiva di eventi come questi non si limiterebbe al 2014, com'è evidente una volta che lo si ricalibri sul 1943, ma esigerebbe uno sviluppo in un arco di tempo di almeno tre anni. Il cui punto di approdo, anche questo dovrebbe ormai essere chiaro, non sarà costituito dal semplice evento della rottura dell'Unione monetaria, che potrebbe intervenire anche prima, ma lasciando irrisolti molti dei nodi posti dalla permanenza di una classe dirigente e di una cultura mediatica "ordoliberista".

Quella che rimane la migliore speranza è un "certo" ripristino delle Costituzioni democratiche redistributive e pluriclasse. Magari rafforzato da una revisione costituzionale in senso inverso a quella ora perseguita: cioè volta a precisare le norme fondamentali in modo che "tutto questo non si possa ripetere mai più".

E per rafforzare questa analisi - e di prospettive antropologicamente positive ce n'è un grande bisogno, per riportare i valori umani nella posizione che compete loro in economia e in politica- ribadiamo anche:

"...sono più propenso a ritenere, ora, che questo "sentiment"segni solo l'inizio di una riscossa democratica, verso un (ri)allargamento della sua prospettiva.
E ciò, vista anche l'evoluzione della situazione mondiale, che implica un progressivo cedimento della "facciata" marmorea di una governance mondiale affidata alla grande finanza, ormai irreversibilmente screditata.

In una situazione, cioè, in cui il capitalismo finanziario finisce per essere come un condannato con la "condizionale", questa sorta di "epigrafe", vale nell'orizzonte del breve periodo.

Al massimo,può ancora durare fino a quandouna probabile nuova crisi finanziaria imporrà di prendere quelle misure che dopo il 2008 non si ebbe il coraggio di attuare: limitazione della libera circolazione dei capitali e superamento del modello di banca universale (almeno).

Certo, non sarà senza traumi un simile "rappel a l'ordre", ma almeno implicherà la profonda revisione della composizione della governance mondiale: ne verranno travolti e dunque ripensati, FMI, WTO e la stessa UEM.

E si dirà basta con i banchieri al potere...ovunque.

Avranno perso ogni legittimazione anche di mera facciata, e il controllo mediatico non basterà più: come potranno i giornalisti di regime e i banchieri istituzionalizzati chiedere ancora alle masse di disoccupati e lavoratori precari, spogliati di ogni sicurezza sociale e dei loro risparmi (e prospettive di risparmio) di sopportare ancora i costi della crisi che "loro" avranno nuovamente provocato?

Nel medio-lungo periodo, dunque (quando ancora non "saremo tutti morti", si spera), questa incomprensione, o incompleta comprensione, degli effetti del neo-liberismo, porterà inevitabilmente a ripensamenti e revisioni da parte di tutti gli attori (USA in primis): tanto più traumatici per tutti, quanto più sarà ritardata l'espulsione dai processi decisionali degli attuali componenti della stessa governance "globale".

Ci sarà da divertirsi (in un senso del tutto eufemistico), perchè "alla prossima" salteranno anche "loro".

E il "loro" potere di ricatto sarà enormemente diminuito, fino a scemare: in fondo, dovrebbero saperlo che quando si fa sentire una massa "colpevole" e la si mette con le spalle al muro, poi non avrà più molto da perdere.

Mentre "loro" avranno avuto, sì, "tutto"....ma poi tutto da perdere."



Pubblicato da Quarantotto a 09:06 50 commenti: Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest









domenica 30 marzo 2014

PERSINO L'IRLANDA. MA L'ITALIA PREFERISCE LITIGARE SUGLI F35 (la ripresa in stagnazione deindustrializzata)










(Tra i critici del progetto F-35, il Government accountability office!)




Plan B: how leaving euro can save Ireland

Our current economic problems didn't begin with the debt crisis but have their roots in decision to join eurozone, says Cormac Lucey *

* Cormac Lucey is programme director of the Diploma in Business Finance at the IMI. His new book – 'Plan B: How Leaving the Euro Can Save Ireland' – is published by Gill & Macmilan.

Insomma persino l'Irlanda inizia a dare segni tangibili di non poterne più!

Purtroppo in Italia siamo rimasti probabilmente gli ultimi a credere che "il problema non è l'euro", e che un attivo della partite correnti determinato dal crollo delle importazioni - con volume delle esportazioni sostanzialmente invariato- sia una garanzia di ritrovata competitività e futura crescita.

Come se il credit crunch, la caduta degli investimenti e la connessa disoccupazione dilagante, fossero problemi inesistenti o che, addirittura, si possano "spontaneamente" risolvere in situazione di debolezza crescente della domanda interna.

Se il FMI continua, per ora, ad accreditare una crescita 2014 di +0,6,, senza neppure conoscere i saldi delle varie misure che verranno varate nel dopo elezioni dal governo Renzi, tutta la scommessa di questa "ripresa in stagnazione-deindustrializzata" si basa su una tenuta dall'attivo delle partite correnti e, anzi, in un suo incremento ulteriore. Poichè è inimagginabile che aumenti il volume delle esportazioni, significa che ci sarà ulteriore contrazione della domanda interna.

Cioè contrazione dei consumi, non compensata da deboli misure di taglio delle tasse - in gran parte già anticipatamente neutralizzate dall' aumento delle addizionali irpef regionali e comunali (accuratamente understated dai media) - unita a tagli della spesa pubblica (cioè della domanda aggregata).

Non c'è che dire: scommetterei che il FMI ha toppato.

Ma forse avrebbe dovuto avvertire Obama che il problema è tutto in una prolungata recessione alternata a stagnazione. Perchè il simpatico cultore del baseball nei secoli si è invece messo a parlare di F35 e del problema Putin.

Un pò solipsistico per poter rivendicare il ruolo di leader dell'Occidente al tramonto...

 

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