Vi passo un'altra casta che fa abbastanza schifo, perchè non perde l'occasione di chiedere trasparenza ed è la prima a non darne celandosi dietro un untuoso opportunismo:
Che la sinistra non viva delle sole salsicce in vendita sui banchi delle Coop o alle Feste dell’Unità è un’ovvia intuizione. Tuttavia, nel clima teso della campagna elettorale ogni luogo comune è un cavallo da cavalcare. Con la finanza rossa nell’occhio del ciclone per l’affare Unipol era prevedibile che i riflettori della stampa avversaria si accendessero anche su un’altra realtà tradizionalmente vicina alla sinistra, divenuta negli anni un grande centro di potere economico: il sindacato. Con oltre 20 mila dipendenti e più di un miliardo di euro di entrate ogni anno, Cgil, Cisl e Uil formano un imponente apparato parastatale, radicato capillarmente sul territorio nazionale.
«I sindacati possono finanziare convegni, centri studi, riviste e case editrici; organizzare adunate noleggiando aerei, treni, pullman e navi traghetti, senza dover rendere conto del denaro che maneggiano, e questo in virtù dell’articolo 39 della Costituzione che recita: “Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso gli uffici locali o centrali”». Così Giorgio Bianco, autore de "Il libro grigio del sindacato” e collaboratore di Ragion politica, testata on-line di Forza Italia. «A differenza di una qualsiasi azienda a scopo di lucro, afferma Bianco, le organizzazioni sindacali, in virtù della loro natura mutualistica, sono protette da condizioni di privilegio o di quasi monopolio. Non sono tenute a pubblicare bilanci, non hanno rendiconti ufficiali, non hanno conti consolidati, a livello di federazione». Basta per sostenere che il sindacato è una forma di capitalismo sotto mentite spoglie?
Mario Napoli, professore di Diritto Sindacale all’Università Cattolica di Milano, spiega: «Il sindacato è un’istituzione economica solo nel senso in cui ha il potere di concorrere alla determinazione delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro». L’unico ruolo economico del sindacato è quello della contrattazione con le imprese. Questo spiega lo statuto giuridico di libertà. «Non bisogna confondere il mondo sindacale con quello delle società cooperative – precisa Napoli –. Il fine sindacale è l’associazione non la produzione di ricchezza. Le attività economiche del sindacato sono del tutto secondarie e strumentali al suo fine. D’altronde se pensiamo bene anche la Curia detiene partecipazioni azionarie». Di parere simile Andrea Di Stefano, direttore di Valori, mensile di economia sociale e finanza etica: «È del tutto normale che il sindacato si dedichi ad attività economiche e lo faccia attraverso società, in genere cooperative, appositamente create. Le case editrici, i centri studi e le scuole di formazione di gestione sindacale hanno spesso prodotto lavori molto seri. Negli Stati Uniti nessuno si scandalizza se il sindacato gestisce i fondi pensione. Per quanto riguarda la partecipazione azionaria in Unipol, poi, la cosa era arcinota da tempo».
Secondo i detrattori, il rischio è che i sindacati si trasformino in società di fatto che gestiscono milioni di euro senza gli obblighi delle public company. «Nessuna corsa al profitto – smentisce Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil nazionale –. L’unico obiettivo della gestione economica è il pareggio di bilancio. Le risorse sono utilizzate per l’organizzazione di iniziative sindacali, per l’acquisto di sedi, o per aiutare le strutture più deboli, come il Nidil (la federazione dei lavoratori atipici), che è nato da poco e non riuscirebbe a sostenersi da solo». Dell’affare Unipol dice: «Abbiamo deciso di uscire dalla compagnia di Consorte, a differenza di Cisl e Uil, perché non eravamo d’accordo con le sue scelte già dal tempo della scalata a Telecom. Nel 1992, poi, la Cgil è uscita anche dal Cda degli enti previdenziali. Oggi ci limitiamo a far parte dei Civ (Consiglio d’indirizzo e vigilanza) di alcune Banche e Assicurazioni».
«Grazie a una legislazione favorevole il sindacato può dedicarsi a qualsiasi investimento, senza che nessuno ne sappia niente» - controbatte Giuliano Zulin, giornalista di Libero. Di mancanza di trasparenza, invece, la Cgil non vuol sentir parlare. Su ogni operazione c’è un preciso controllo amministrativo, assicura Lapadula. Secondo lo statuto della Cgil, ogni anno le Segreterie di ogni struttura devono presentare un bilancio consuntivo e un bilancio preventivo che il Comitato direttivo è chiamato ad approvare. La contabilità deve essere tenuta a disposizione del Collegio dei Sindaci revisori e delle strutture di livello superiore che hanno la facoltà di esercitare il controllo amministrativo. I bilanci consuntivi e preventivi, infine, devono essere resi pubblici fra gli iscritti alle rispettive strutture.
Continuando a fare i conti in tasca al sindacato, delle tre consociate la Cgil è quella più ricca e anche con più iscritti: 5 milioni e mezzo di tesserati, contro i 4 milioni della Cisl e i 2 milioni della Uil. Un totale che cresce da sette anni, anche se con un incremento annuo poco sopra l’1 per cento grazie soprattutto agli immigrati, in crescita del 30 per cento, e alle donne, in aumento del 10%. Sono loro che contribuiscono a rialzare il tasso di sindacalizzazione della popolazione in declino dalla prima metà degli anni 80 con la crisi della grande industria.
«Se i sindacati facessero conto sulle tessere – sostiene Bianco – non potrebbero nemmeno sostentarsi». Le principali risorse della Triplice sono i finanziamenti pubblici ai Patronati, i contributi del Ministero delle Finanze ai Caf (i centri di assistenza fiscale), i distacchi (permessi, aspettative ecc. con contributi previdenziali a carico dell’INPS) e le somme incassate per la formazione professionale. «Inoltre – continua Bianco – i sindacati incassano balzelli su ogni rinnovo di contratto collettivo, e anche un contributo sulla disoccupazione agricola». Di grande valore è anche il patrimonio immobiliare, ereditato dalle organizzazioni corporative del periodo fascista, e concesso dallo Stato agli attuali sindacati nel 1977.
Secondo Bianco, il sindacato non è affatto privo dell’assillo di cassa e non si risparmia di mettere in atto pratiche “machiavelliche” pur di rimpinguare i suoi conti. Una su tutte: la trattenuta automatica delle quote d’iscrizione dalla busta paga dei lavoratori, circa l’1% dello stipendio mensile. «Se non si presenta domanda di disdetta entro una certa data, - dice Bianco – scatta automaticamente il rinnovo dell'iscrizione anche per l'anno successivo. Il lavoratore o il pensionato che voglia sganciarsi dal truffaldino meccanismo dell'automaticità delle trattenute, è costretto a fastidiosi adempimenti burocratici, e non di rado, per evitare seccature evita di farlo». La polemica è aperta. La questione morale del sindacato – speriamo – chiusa.