GIAPPONE

tontolina

Forumer storico

Il Giappone ha Appena Rotto l’economia Globale (Preparati)​


come la mettimo? il giapp. possiede il 14% del debito sovrano USA
e gli altri 2000 miliardi dove li ha sistemati? in Europa?


articolo vecchio di almeno UN anno
del 6 agosto 2024

Perché il Giappone è l’epicentro del terremoto finanziario​

di Kosaku Narioka e Rebecca Feng (The Wall Street Journal)
4 min
MF - Numero 154 pag. 3 del 06/08/2024

L’aumento dei tassi d’interesse in Giappone ha bloccato il carry trade, operazione con cui gli investitori globali acquistavano gli asset più rischiosi, come le azioni statunitensi, finanziandosi con lo yen, grazie ai tassi di interesse bassissimi della Banca centrale nipponica |​

 
Ultima modifica:
Negli ultimi giorni il mercato obbligazionario globale è tornato a muoversi in modo disordinato, mettendo in evidenza quanto l’equilibrio costruito negli ultimi anni sia oggi estremamente fragile.
L’innesco, ancora una volta, arriva dal Giappone, ma il quadro va letto in una chiave molto più ampia, che intreccia finanza pubblica, geopolitica e politiche commerciali.
In Giappone i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza stanno salendo con un’intensità che non si vedeva da anni. Il decennale ha registrato in poche sedute il rialzo più rapido dal 2022, mentre il trentennale ha segnato il maggiore balzo giornaliero dal 2003. Il mercato sta prezzando l’ipotesi di una svolta fiscale più espansiva, anche alla luce delle dinamiche politiche interne e di programmi elettorali apertamente orientati allo stimolo. In un Paese con un rapporto debito/PIL già estremamente elevato, questo basta a mettere sotto pressione il tratto lungo della curva.
La rilevanza
di questi movimenti non è tanto domestica quanto sistemica.
Il Giappone è stato per decenni uno dei principali fornitori di liquidità al mercato obbligazionario globale. Rendimenti bassissimi in patria hanno spinto istituzioni e investitori a cercare rendimento all’estero, in particolare sui Treasury statunitensi. Quando però i rendimenti giapponesi risalgono e quelli esteri, una volta coperto il rischio cambio, diventano meno convenienti, il flusso può invertirsi, con effetti immediati sui mercati globali.
Ed è ciò che si sta iniziando a intravedere.

Negli Stati Uniti i rendimenti a lunga scadenza sono tornati a salire in modo brusco, con il trentennale che si avvicina a soglie tecnicamente e psicologicamente rilevanti.
Il mercato non guarda più solo all’inflazione, ma sempre di più alla traiettoria dei deficit e alla sostenibilità del debito nel lungo periodo. In questo contesto è riemersa anche la narrativa di un possibile “Sell America trade” già visto in occasione del Liberation Day, con la vendita congiunta di titoli del Tesoro USA, dollaro e azioni.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono le tensioni geopolitiche.
Il dossier Groenlandia e le minacce di nuovi dazi da parte di Donald Trump nei confronti dei Paesi europei hanno riacceso il tema della spesa per la difesa e, di conseguenza, dell’aumento delle emissioni di debito pubblico in Europa. Più spesa significa più offerta di titoli, e il mercato lo sta già riflettendo con un rialzo dei rendimenti sui bond a lunga scadenza di Germania e Regno Unito.
In questo contesto qualcuno ipotizza che l’Europa potrebbe rispondere alle pressioni americane vendendo titoli di Stato statunitensi. Ammesso che una mossa del genere sia tecnicamente e politicamente praticabile, è difficile immaginare che non produca effetti pesantemente negativi anche sull’Europa stessa, in termini di stabilità finanziaria, tassi e valore degli attivi. Inoltre, una vendita significativa di Treasury innescherebbe con ogni probabilità una reazione della Federal Reserve, che a quel punto interverrebbe come acquirente di ultima istanza, sterilizzando almeno in parte l’impatto sul mercato USA.
Il risultato è un sistema in cui le tensioni fiscali, la frammentazione geopolitica e la retorica protezionistica si rafforzano a vicenda. In un simile contesto non sorprende affatto la corsa dell’oro. Il metallo giallo torna a svolgere il suo ruolo storico di bene rifugio in un mondo caratterizzato da debito elevato, crescente incertezza politica e dal rischio che le banche centrali siano chiamate, ancora una volta, a intervenire per stabilizzare i mercati, accentuando anche il debasement monetario. Quando la fiducia nelle ancore tradizionali vacilla, l’oro tende a riflettere proprio questo: la ricerca di una forma di protezione fuori dal sistema.
 

1769278438288.png

“Vivere nella verità” dopo Davos​

 

Lo yen trema, la Fed osserva: il Giappone riporta il mondo sull’orlo dell’intervento valutario​

Il rimbalzo dello yen, le mosse della New York Fed e le parole di Tokyo riaccendono lo spettro di un intervento coordinato sul mercato dei cambi. In gioco la stabilità globale e il ruolo del dollaro

Tokyo trema. E con essa i mercati. Il Giappone è tornato al centro del sistema finanziario globale non per una scelta strategica, ma perché uno dei suoi equilibri storici si sta rompendo sotto gli occhi dei mercati. L’ipotesi di un intervento coordinato tra Tokyo e Washington sul mercato dei cambi, evento che non si verifica dal marzo 2011 dopo il disastro di Fukushima, segnala che la pressione sullo yen è diventata un problema sistemico. Quando il ministero delle Finanze giapponese parla in modo esplicito di azioni “appropriate” e la New York Fed effettua verifiche dirette sui livelli di cambio, il messaggio che arriva agli operatori è netto: il rischio non riguarda più soltanto la valuta giapponese, ma la stabilità complessiva dei mercati finanziari.

Lo yen e il ritorno dello spettro dell’intervento​

Lo yen ha messo a segno un forte rimbalzo, salendo di oltre il 3 per cento in due sedute dopo aver toccato minimi a 18 mesi vicino a quota 160 contro il dollaro. Il movimento è avvenuto in un contesto di forte speculazione su un intervento coordinato tra Giappone e Stati Uniti. La ministra delle Finanze Satsuki Katayama ha dichiarato che il governo “prenderà le misure appropriate sul mercato dei cambi se necessario”, rifiutandosi di commentare direttamente l’andamento della valuta ma ribadendo che Tokyo “continuerà a coordinarsi strettamente con le autorità statunitensi”.
A rafforzare le aspettative è stata la conferma, da fonti citate da più attori di mercato, che la Federal Reserve di New York abbia effettuato dei “rate check” sul dollaro-yen, una procedura tecnica considerata un precursore di interventi ufficiali. “Il fatto che arrivi dagli Stati Uniti suggerisce al mercato che potrebbero esserci più parti pronte a intervenire, ed è diverso rispetto a quanto visto in passato”, ha osservato Parisha Saimbi, strategist di BNP Paribas.

Secondo Dominic Bunning, responsabile della strategia G10 FX di Nomura, “se sia il ministero delle Finanze giapponese sia il Tesoro Usa stanno cercando di limitare l’ascesa del dollaro-yen, questo diventa un driver molto più potente”. Goldman Sachs ha sottolineato che “il segnale per un intervento è più forte rispetto al 2022 o al 2024, proprio per la partecipazione statunitense”, pur avvertendo che l’impatto delle operazioni dirette “tende a essere temporaneo quando il contesto di fondo giustifica le pressioni sulla valuta”.

Un’economia senza più protezioni strutturali​

Il contesto macroeconomico giapponese spiega perché lo yen sia diventato un punto di rottura. L’inflazione viaggia intorno al 2,1 per cento, un livello che per il Giappone rappresenta già una soglia critica. I rendimenti dei titoli di Stato a 30 anni hanno raggiunto il 3,66 per cento, mentre il Paese ha registrato cinque anni consecutivi di deficit commerciale. Come osserva Rabobank, “il Giappone ha rimosso il suo scudo protettivo”, perché non può più contare su surplus esterni in grado di sostenere la valuta.
Il problema è aggravato dal livello del debito pubblico, che supera il doppio del Pil. La Bank of Japan non ha margini per una stretta monetaria aggressiva senza mettere sotto pressione la sostenibilità fiscale. Allo stesso tempo, una valuta debole alimenta l’inflazione importata e colpisce il potere d’acquisto interno. “La BOJ non può fare troppo perché il debito pubblico è così elevato, e uno yen debole non aiuta, alimenta solo l’inflazione”, osserva RaboResearch.

Quando i mercati smettono di seguire le regole
La frattura più preoccupante è quella tra rendimenti e valuta. In condizioni normali, tassi più alti attirano capitali e rafforzano la moneta. In Giappone sta accadendo il contrario. I rendimenti salgono, ma lo yen resta vulnerabile. Questo tipo di divergenza segnala una perdita di fiducia, più che un semplice aggiustamento ciclico.
Junya Tanase, chief Japan FX strategist di JP Morgan, ha ricordato che “gli interventi coordinati del passato sono avvenuti in circostanze molto rare, come una crisi finanziaria o un grande disastro naturale”, aggiungendo che “la distanza tra i rate check congiunti e un vero intervento coordinato resta significativa”. Tuttavia, il solo fatto che quella distanza si sia ridotta ha già modificato il comportamento degli investitori.

Il carry trade sotto pressione​

Al centro delle preoccupazioni delle autorità c’è il carry trade sullo yen, uno dei pilastri silenziosi della finanza globale degli ultimi due decenni. Tassi giapponesi prossimi allo zero hanno consentito di finanziare investimenti in asset più redditizi in tutto il mondo. Migliaia di miliardi di dollari di posizioni sono costruiti su questa asimmetria.

Quando lo yen si muove in modo violento, il carry trade diventa instabile. La recente corsa a chiudere posizioni corte ha mostrato quanto il mercato sia vulnerabile. Un rafforzamento improvviso della valuta costringerebbe a liquidare asset rischiosi, con effetti a catena su azioni, credito e valute. È questo il rischio che Tokyo e Washington cercano di contenere, più ancora del livello puntuale del cambio.

Perché Washington è coinvolta
L’interesse degli Stati Uniti non è secondario. Un indebolimento disordinato dello yen, accompagnato da un rialzo dei rendimenti giapponesi, ha già prodotto spillover sul mercato dei Treasury. Il titolare del Tesoro statunitense Scott Bessent ha riconosciuto che “è molto difficile separare la reazione del mercato da ciò che sta accadendo endogenamente in Giappone”. In altre parole, la volatilità giapponese sta contaminando il cuore del sistema finanziario americano.
l rischio più delicato riguarda le riserve giapponesi di Treasury. Il Giappone è uno dei principali detentori di debito Usa. Se Tokyo fosse costretta a vendere titoli americani per difendere lo yen, l’impatto sui rendimenti statunitensi sarebbe immediato. È uno scenario che Washington vuole evitare, ed è per questo che il coordinamento valutario diventa una forma di prevenzione.

Dollaro debole e tensioni politiche​

La vicenda dello yen si inserisce in un contesto più ampio di debolezza del dollaro. Il biglietto verde è sceso per quattro sedute consecutive, vicino ai minimi da oltre tre anni contro un paniere di valute. Gli operatori parlano apertamente di un ritorno del “Sell America trade”, alimentato dall’incertezza politica negli Stati Uniti, dal rischio di shutdown (di nuovo) e dalla possibilità che il presidente Donald Trump annunci a breve il successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve.

“Il grande rischio non è la decisione sui tassi, ma la reazione politica”, hanno osservato gli analisti di Wells Fargo. “Trump potrebbe non gradire una Fed ferma e questo potrebbe iniettare ulteriore volatilità sul dollaro”, evidenziano. In questo contesto, un’azione coordinata sul dollaro-yen avrebbe anche l’effetto di assecondare una fase di debolezza del biglietto verde senza dichiararla apertamente.

Un segnale che va oltre il Giappone​

Gli analisti concordano sul fatto che un intervento diretto non sia imminente, ma il mercato non attende conferme formali. Come ha sottolineato Morgan Stanley in una nota, “la combinazione di nervosismo geopolitico, attenzione sullo yen e vuoto di notizie crea una tempesta perfetta capace di generare movimenti ampi”. Il solo fatto che le autorità abbiano rialzato il tono ha già stabilizzato la valuta giapponese ben lontano dai livelli considerati una linea rossa.

Il Giappone non sta affrontando solo una crisi valutaria, ma prima di tutto politica. Sta mostrando cosa accade quando un’economia altamente indebitata perde parte delle sue ancore storiche in un mondo in cui i tassi non sono più artificialmente compressi. Per questo la vicenda interessa Washington, Francoforte, Londra e tutti i principali centri finanziari mondiali. Le tensioni sono destinate a durare ben oltre la prossima tornata elettorale di inizio febbraio, quando si capirà al meglio la strategia della premier Sanae Takaichi.

Il rischio di una crisi silenziosa​

Se il carry trade dovesse ridimensionarsi in modo strutturale, gli effetti si propagherebbero su più mercati. Non sarebbe una crisi improvvisa, ma una sequenza di aggiustamenti forzati. Il coordinamento tra banche centrali mira a evitare proprio questo scenario, guadagnando tempo e riducendo la probabilità di movimenti disordinati. Dietro il linguaggio prudente dei comunicati ufficiali si intravede una consapevolezza condivisa: lo yen è diventato un indicatore di stress sistemico. Difenderlo non significa salvare una valuta, ma contenere un rischio che potrebbe rapidamente superare i confini del Giappone. Quando le grandi banche centrali tornano a parlarsi sul mercato dei cambi, la storia insegna che qualcosa di rilevante è già in atto.
 

Users who are viewing this thread

Back
Alto