Ennesimo articolo, in realtà una pubblicità mascherata, contenente una serie di dati manipolati ad hoc.
Questi articoli sono pericolosissimi, perché i lettori poco preparati (quasi tutti, quindi) finiscono per crederci ("C'è scritto anche sul Corriere, quindi faccio bene a comprare fondi"), ma sappiamo anche che è il loro obiettivo: dichiarare il falso sempre e comunque pur di difendere prodotti costosi e mediocri.
Le banche e le sim comprano tantissima pubblicità, ed allora non bisogna mai scrivere la verità su di loro, nemmeno quando è sotto gli occhi di tutti.
In questo caso, come in tantissimi altri, ci si inventa paragoni che non stanno in piedi e che chiunque abbia un po' di dimestichezza con gli indici di borsa è in grado di smontare in due minuti.
Quasi tutti i fondi comuni azionari fanno meglio del Mibtel? Complimenti!
Vediamo un po' se è vero...ma mi sa che troveremo qualche sorpresina negativa.
1) Il Mibtel non è affatto un benchmark significativo per tutti i fondi azionari: quelli che investono soprattutto in blue chips, da regolamento o come pratica quotidiana, devono essere paragonati al Mib30 e non al Mibtel.
2) Dove sono i dividendi? L'indice non ne tiene conto, accusando lo stacco delle cedole tramite una perdita del proprio valore (come ben sa chi segue i futures, che scontano in anticipo lo stacco), I fondi comuni, però, incassano le cedole (come scrive Beppe Scienza: non li regalano mica alla Caritas), pertanto una seria analisi deve comparare l'andamento dei fondi comuni non con un indice di borsa come Mibtel o Mib30, bensì con un indice che tenga conto anche dei dividendi staccati: esiste, ad esempio, l'indice Mediobanca total return, che è il vero indice su cui si devono fare paragoni del genere.
3) I fondi italiani, in caso di performance negative, godono del credito di imposta, incorporandolo nel valore delle quote. Ad esempio, una perdita del 30% viene visualizzata come una perdita del 26.25%
Quel 41.1% di perdita dell'indice diventa, ad esempio, - 35.96% per il solo credito di imposta, ed ecco che il - 35.53% dei fondi diventa ordinaria amministrazione, ed anzi se si tiene conto dei dividendi, come detto, dimostra che i fondi non hanno nemmeno saputo replicare l'indice.
L'utilizzo di benchmark di comodo, la dimenticanza dei dividendi e la dimenticanza del meccanismo del credito di imposta sono tre delle principali armi utilizzate dai giornalisti "esperti del settore" per dimostrare il falso. Si tratta di errori ed omissioni continue, ma commesse sempre e solo a favore dei fondi, quindi non in buona fede.
Buona fortuna chi li legge questi articoli e gli crede pure, magari suggerendolo anche agli amici, dandosi un tono da esperto.