'OPINIONE ■ FRANCO AMBROSETTI*
MA I CONTI NON TORNANO AUMENTANDO LE IMPOSTE
■ Nel tumulto generale che ci circonda come le difficoltà della moneta unica europea, i cambiamenti epocali nel Medio Oriente, l'entrata di nuove nazioni sulla scena economica mondiale, gli assedi in piena regola da parte dei mercati a Paesi che in sé non sarebbero insolventi come l'Italia, creando situazioni di allarme rosso per il futuro del progetto Europa - che tocca direttamente anche noi perché traiamo una gran parte della nostra ricchezza dalle relazioni commerciali con la zona euro - può succedere che i problemi del Cantone passino in second'ordine.
Stiamo assistendo a un cambiamento di proporzioni enormi a livello globale: l'incertezza sul futuro alimentata dagli stravolgimenti in atto la viviamo in tempo reale, grazie allo sviluppo supersonico dell' information technology .
Noi poco o nulla possiamo fare a parte assistere agli eventi che ci circondano.
Gli operatori economici sanno come muoversi in situazioni di instabilità e fragilità economica, ma non mi pare che a livello del Cantone si consideri la situazione con la stessa preoccupazione, quasi fossimo abitanti di un altro pianeta.
Così, mentre il mondo economico privato si dà da fare per non soccombere alla tempesta perfetta, navigando a vista nell'inutile ricerca di un approdo sicuro, le istituzioni faticano a uscire da un comportamento genere business as usual , occupate con il quotidiano e la routine.
Non mi pare di scorgere una visione strategica con proposte concrete di politica economica (che non siano la solita minestra riscaldata), volte a dare quella sferzata riformista che la Camera di commercio da anni sollecita.
Prendiamo i conti cantonali. Si prevedono 200 milioni di franchi di deficit per il 2012. Di per sé nulla di drammatico, corrisponde a un insignificante 1,3% del PIL. Se non ché si va ad aggiungere al debito di circa 2 miliardi accumulato nel passato portando il rapporto debito/PIL al 13%. Paragonato ai debiti dei Paesi che ci circondano, una bazzecola, ma una brutta situazione nel contesto svizzero in cui, fortunatamente, Confederazione e Cantoni tendono al pareggio di bilancio e all'azzeramento del debito. Il Ticino in Svizzera è uno dei Cantoni messo peggio.
Si deve intervenire. Come? Semplice: o si aumentano le entrate o si riducono le uscite, vale a dire la spesa.
Per sapere dove sia corretto agire, se sulle entrate o sulla spesa si guarda se i conti in rosso derivano da un crollo delle entrate rispetto alle uscite oppure da uscite esageratamente alte rispetto alle entrate. La scontatissima risposta che deriva da un osservazione sommaria dei conti è che da anni, e sottolineo da anni, le entrate aumentano, ma le uscite aumentano ancor più delle entrate provocando uno squilibrio fra le due voci, una perdita che gli economisti chiamano deficit. La conclusione logica parrebbe essere quella di incidere sulla causa primaria che manda i conti in rosso, quindi sulle uscite. Vale a dire contenere e se necessario tagliare la spesa pubblica.
Logico, no? Orbene, molte voci invece si sono levate in favore di un aumento delle entrate, detto in soldoni un aumento delle imposte. A prescindere dal fatto che è del tutto immorale far pagare al cittadino un deficit che non ha causato, dovuto semmai a cattiva gestione o inefficienze, sprechi e quant'altro, il partito delle tasse crede nel fallace assioma più tasse = più entrate per lo Stato. Sfortunatamente non è così semplice. Se un fruttivendolo non ha venduto nulla, non è aumentando il prezzo della verdura che potrà compensare il mancato introito, a meno di non essere l'unico nella regione.
In realtà un aumento delle imposte causa quasi sempre una riduzione dei consumi, soprattutto nelle classi più deboli, perché provoca una diminuzione del reddito disponibile. Nella classe media più tasse si ripercuotono su consumi e sul risparmio secondo la propensione dell'individuo. Per le aziende si traduce in un aumento di costo che può rallentare gli investimenti, ma più che altro viene ribaltato sul prezzo del prodotto finendo per essere pagato dal consumatore, “mazziato” due volte...
Quindi ai fautori di un aumento delle imposte chiedo: in una situazione in cui non sai se domani l'Europa Unita ci sarà ancora, nel bel mezzo di un rallentamento economico che speriamo non sfoci in una nuova fase recessiva, dopo aver subito la più grave crisi del dopoguerra, con un Ticino che perde competitività e attrattiva per via della concorrenza spietata degli altri Cantoni, con la Cassa pensione statale che ha un buco miliardario (chissà chi dovrà pagare?), il franco svizzero che penalizza come mai prima d'ora il settore delle esportazioni, cosa volete di più? Vi serve il martello per pestarvi gli attributi o il gatto a nove code per l'autoflagellazione?
La fiscalità deve rispettare criteri di equità. In Ticino con 50'000 persone esentasse, i redditi alti che versano il 60% delle imposte delle persone fisiche, aggiungiamo le imposte alla fonte, imposte sugli utili, sul capitale, imposte immobiliari delle persone giuridiche, e poi tasse di successione, di donazione, di circolazione, magari quelle sul sacco della spazzatura, sui cani, sull'acqua, manca solo la tassa al kg per chi è in sovrappeso (tralasciando quelle federali che in parte ritornano rimpinguando le entrate cantonali), l'equità fiscale pare più simile a una forma di egualitarismo spacciato per socialità.
Sappiamo bene che la riduzione della spesa pubblica è un tema complesso, difficile economicamente, socialmente e politicamente. Molti Stati però l'hanno affrontato e risolto. Aumentare le imposte è immensamente più facile ma non risolve il problema se questo è generato dalla spesa che cresce incessantemente a ritmi maggiori delle entrate.
La questione strutturale, perché di ciò si tratta, andrebbe risolta alla radice, con coraggio e determinazione senza pensare alla popolarità e ai voti che si perdono attuando quelle riforme urgenti ma altamente impopolari che da tempo chiediamo. La politica e le istituzioni ci devono pensare. Pensare, sì. Ma non per troppo tempo. Perché come recita un vecchio saggio proverbio siciliano, «più lunga è la pensata, più grande è la minchiata».
*presidente della Camera di commercio