Per cortesia ripristinate il 3d di mototopo

IUS SOLI: I CALCOLI ELETTORALI DI BREVE PERIODO E LA PROSPETTIVA ELISYUM [/paste:font

7. Insomma, mentre i diritti sono falcidiati per via di vincolo fiscale e sono messe da parte, senza colpo ferire, le politiche costituzionalmente obbligatorie tese a perseguire l'eguaglianza sostanziale dei cittadini (per...impossibilità finanziaria), può ben accadere che la massiccia immissione di immigrati, con la crescente concessione di svariati titoli di permanenza nel territorio dello Stato, aggiunga povertà importata a povertà indotta dalle politiche €uropee.
Ma, per evidenti inerzie determinate dagli effetti sociali di tali politiche sui cittadini italiani, la legislazione "assistenziale" finisce inevitabilmente per privilegiare la povertà importata che, - tanto più in questa situazione di costante recessione o stagnazione €uroindotta-, risulterà (normativamente) ben più "titolata" nella spartizione della ridotta "torta della disperazione". L'invecchiamento della popolazione, di conserva con la riduzione di retribuzioni e conseguenti prestazioni pensionistiche, e la disincentivazione a fare figli, divengono colpe imperdonabili (attribuite a chi ha subìto le €uropolitiche).

8. Ma una tale situazione diviene presto socialmente intollerabile: il dissenso che ne consegue, diviene un costo politico-elettorale, per chi è strenuo sostenitore del vincolo esterno e della sua efficacia terapeutica sugli italiani choosy, fannulloni, e adagiati sulla vitafacile.
La cuccagna è finita e il senso di colpa (v. qui), da comparazione della propria (pregressa) situazione con quella degli immigrati, immessi a dosi omeopatiche proprio per le loro più ridotte aspettative di tutela e giustizia sociale, maturate nei paesi di provenienza (altrimenti non sarebbero certo emigrati), viene instillato affinchè non si recrimini troppo.

8.1. Ma quando il senso di colpa non funziona più e lo scontento sociale diviene un fatto politico di ampie proporzioni, occorre allora "sanare" la situazione: la cittadinanza "autoctona", dotata di diritto di voto, potrebbe non digerire più la "discriminazione al contrario".
E c'è il rischio che si accorga che questo disagio si acutizza, appunto, per via del fenomeno della coapplicazione di €uro-limiti fiscali prevalenti sui diritti di prestazione costituzionali, e dell'immissione nel territorio statale di contingenti aggiuntivi, praticamente illimitati, - guai a limitarli!- di non-cittadini (che, grazie alla Costituzione, dovrebbero poter godere di questi stessi diritti su un piano di tendenziale parità).

9. Ecco che, quindi, nasce la soluzione dello ius soli: non che questo non fosse già contemplato in una forma ragionevole, per le condizioni vigenti in tempi di fisiologica, - cioè svolta nell'interesse della cittadinanza- preservazione dei confini statali e del mercato del lavoro (come ci insegna Chang).
Una forma di ius soli vigeva eccome: sia automatico, come nel caso degli apolidi o del nato in Italia di cui non si riesca a determinare la nazionalità dei genitori, sia in una forma "temperata" che si lega alla scelta effettuata entro 1 anno dal raggiungimento della maggiore età.
E neppure, nell'attuale legislazione, mancavano forme di acquisizione della cittadinanza dotate di una ragionevole elasticità (in tempi sempre "fisiologici") e connesse alla mera residenza dello straniero.
E sempre tenendo conto che la "residenza" legittima era comunque titolo per il godimento di tutti i diritti fondamentali della persona previsti dalla nostra Costituzione.

10. D'altra parte, non si può sostenere che tale regime legislativo, - oltre ad essere compatibile col paritario godimento dei diritti fondamentali (su tutti, istruzione scolastica pubblica, assistenza sanitaria, e risconoscimento pieno dei diritti del lavoro e previdenziali)-, rendesse eccessivamente disagevole l'ottenimento della cittadinanza:
Boom di nuovi cittadini in Italia
"Il 2016 è stato un nuovo anno record per quanto riguarda le acquisizioni di cittadinanza in Italia.
Sono state, infatti, 205mila. Un numero che ha registrato continui aumenti: si è passati da 29mila nel 2005, a 66mila nel 2010 e a 100mila nel 2013. Da qui in avanti la crescita è stata ancora maggiore, con un totale di quasi 130mila nel 2014, fino a raggiungere il picco di ben 178mila nel 2015.
I dati sono stati diffusi dalla Fondazione Ismu in occasione della Festa della Repubblica, e segnalano anche che sono diventati italiani soprattutto molti di coloro che appartengono a comunità di antico insediamento e che hanno dunque maturato i requisiti di residenza o naturalizzazione: albanesi e marocchini in testa. Da notare che, invece, sono in significativo calo le cittadinanze concesse a seguito di matrimonio. Le quali, nel 2012, rappresentavano ben 1/3 del totale".

11. Il problema quindi non pare legato, nella pratica e al di là dei giudizi etici aprioristici, alla restrittività delle previsioni sulla cittadinanza né a presunte carenze nel riconoscimenti dei diritti fondamentali e di prestazione ai non cittadini residenti.
Il problema sta anzitutto in un "suggerimento" tutto di provenienza €uropea: un suggerimento dato non si sa in base a quali dati (visto il primato italiano delle "nuove cittadinanze") e a quali impellenti esigenze. L€uropa, si sa, ci vuole bene e ci addita sempre soluzioni nel nostro interesse:
Razzismo, la Ue bacchetta l'Italia: "Più moschee e subito lo ius soli" - La Commissione anti-razzismo del Consiglio d'Europa punta il dito contro Roma: l'Italia deve affrettarsi per la naturalizzazione degli stranieri e aprire più luoghi di culto islamici.
E quali sarebbero le basi sulle quali affermare che l'Italia, - col suo record di nuove cittadinanze e il suo riconoscimento incondizionato dei diritti fondamentali e di prestazione agli stranieri-, sarebbe indietro nella lotta al razzismo?
Hanno forse interrogato i cittadini italiani con dei questionari e riscontrato che gli italiani ce l'hanno con cittadini di diverse etnie più degli altri €uropei? Non ci risulta proprio...Questa consueta "bacchettatura" ci pare un boutade colpevolizzatrice senza serio ed oggettivo fondamento.

12. In realtà, invece, dobbiamo tornare proprio a quel senso di colpa che non funziona più.
Si perché, come insegna Chang (pp.8-8.1):
"I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell'immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.
Come si determina il massimo della immigrazione?
Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l'80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire "autoctoni"), con i più "economici", e spesso più produttivi, immigranti. L'immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all'economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.
"
...
"Naturalmente, nel criticare l'incoerenza degli economisti free-market in tema di controllo dell'immigrazione (ndr; nel senso che l'abolizione dei confini è esattamente una scelta politica degli Stati e anche consapevolmente forte), non sostengo che il controllo dell'immigrazione debba essere abolito. Non ho bisogno di farlo perché (come in molti avranno ormai notato) non sono un free-market economist.
I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest'ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).
Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l'immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.
Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un'accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un'occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all'assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.
Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell'identità nazionale.
Costituisce un mito - a un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l'ampiezza dell'immigrazione hanno bisogno di essere controllate".



13. L€uropa dunque ci sta in qualche modo suggerendo di fare una scelta politica - che in effetti si sta già facendo- che incide sulla determinazione dei salari. Già...
Ma se non basta la mistica dell'accoglienza, fondata su senso di colpa e accuse disinvolte di razzismo, a tacitare un dissenso dilagante che nasce sostanzialmente dall'austerità espansiva e dalla "scarsità delle risorse", si deve rendere la massa immessa in funzione di determinazione deflattiva del livello salariale (e che viene pure "caricata" di vittimismo e rancore dalla medesima attenta propaganda filo-€uropeista), politicamente in grado di rafforzare queste stesse politiche e di bilanciare nelle urne, in tempi più brevi possibile, il malessere sociale dei riottosi cittadini italiani, che rischia di convertirsi in debacle elettorale dei partiti filo-€uropeisti.
Quindi le maglie della concessione della cittadinanza vanno allargate più che si può. E, naturalmente, FATE PRESTO!
Alla svalutazione (salariale) dei tassi di cambio reale, perciò, deve corrispondere la svalutazione del diritto politico: l'indirizzamento idraulico del voto dei "nuovi italiani" viene scontato come sistema di rafforzamento del dominio delle oligarchie, che appunto perciò promuovono i propri futuri, e riconoscenti, sostenitori.

13.1. La stessa possibilità numerica di una protesta elettorale che esiga il ripristino della legalità costituzionale, e respinga il vincolo €sterno dei mercati in nome della sovranità del lavoro, viene intanto allontanata.
La coesione sociale che, come ci dice Chang, si lega alla identità nazionale, e che potrebbe condurre alla rivendicazione di sovranità democratica, in opposizione alle politiche antisolidaristiche imposte dall'€uropa, viene stemperata in un gioco di conflitti sezionali irrisolvibili (all'interno della guerra tra poveri che deriva dalla "scarsità di risorse"): i conflitti sezionali, a base etnico-religiosa, sono poi facilmente proiettabili in incessanti false flags elettorali di rivendicazione di diritti cosmetici.
E, a quanto pare, ESSI, previdenti, già si "avvantaggiano":
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14. E quindi: giù con uno ius soli (pur sempre temperato, ma "meno") molto più largheggiante, cui si aggiunge lo ius culturae: in pratica, anche non essendo nati in Italia, un po' di scuola, - se di tipo "professionale" basta un ciclo triennale-, e il mero raggiungimento della maggiore età: con tanto di sanatoria, e rimessione in termini, per chi abbia già maturato, in precedenza, i nuovi requisiti (essendo cioè, oggi, già ultraventenne).
Questo insieme di previsioni, in pratica, determinerà un'ondata di nuove cittadinanze nell'ordine di svariate centinaia di migliaia di persone, (potenzialmente milioni), concentrate in, presumibilmente, pochi mesi (quelli, in teoria, necessari a perfezionare le pratiche che si accumuleranno tra richiedenti rimessi in termini e richiedenti che avranno comunque maturato i requisiti dopo l'entrata in vigore della legge: tagli al personale delle prefetture e dei commissariati permettendo...).
Ce n'è di che spostare l'equilibrio elettorale a favore di chi sostenga e introduca una tale legge.


15. Ma se, nel breve periodo, tale iniezione di "nuovi cittadini" porterà obiettivamente un grande vantaggio elettorale, altrettanto non si potrà ritenere per il futuro: anche i potenziali milioni di nuovi italiani, infatti, col passare degli anni (non molti in realtà), si renderanno conto delle politiche (specialmente del lavoro) euroindotte e degli effetti del pareggio di bilancio - a cui L€uropa (e il FMI) li condanna, come tutti gli italiani, per i prossimi decenni.
E questi stessi neo-italiani, finita la ipotizzata gratitudine iniziale, dovranno subire anche la indispensabile terapia d'urto per ridurre il debitopubblicobrutto.
In pratica, passato l'effetto elettorale iniziale, i nuovi italiani non ci metteranno troppo a realizzare che sono finiti sulla stessa barca di quelli "vecchi" e che, anche per loro, non c'è una speranza di democrazia e benessere. Magari "culturalmente" ci metteranno un po' a capire che avere i diritti politici non serve a granché, quando sei in uno Stato in cui, votare o meno, non cambia di una virgola le politiche che "devono" essere seguite. Ma ci arriveranno; oh, se ci arriveranno!


16. Divenuti cittadini, e caduto lo schermo mediatico dell'inesistente privazione di "diritti", ogni speranza di normalizzazione delle loro vite in funzione dell'appartenenza a un "ordinamento delle Nazioni Civili", svanirà rapidamente. Al punto che l'acquisizione della cittadinanza italiana, per coloro che, lodevolmente, saranno i più istruiti o, comunque, i più realistici sulla realtà in cui sono cresciuti, potrà diventare un titolo che agevola l'emigrazione dalla penisola in altri paesi €uropei!

E forse saranno i nuovi italiani i più desti a dire basta con l'ordine sovranazionale dei mercati. Mica peraltro: perché la concessione dei diritti politici, una volta accordata, rende la tangibilità della natura idraulica del voto e la prospettiva di Elisyum molto ma molto più attuale.
Non sempre è una mossa intelligente contare sul fatto che la disperazione, la povertà e la disgregazione sociale possano essere blandite con un contentino...

Pubblicato da Quarantotto a 10:31 59 commenti: Link a questo post
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giovedì 15 giugno 2017
RIVEDERE I TRATTATI? IL VINCOLO[/paste:font]
 
Ultimamente, poi, la seconda si profila piuttosto...ingombrante, nella sintesi "lo vuole l'Europa". Ma non solo. Per capire il fenomeno, useremo la analisi economica del diritto.






























giovedì 15 giugno 2017
ALLA RICERCA DELLA SOVRANITA' PERDUTA: SALVIAMO (chirugicamente) LA COSTITUZIONE, e nell'articolato dibattito che ne è seguito, abbiamo cercato di delineare le misure di rafforzamento dell'attuale modello costituzionale di fronte allo svuotamento determinato da ogni genere di trattato economico che imponga un "vincolo esterno": in essenza, si tratta di precisare i limiti e le procedure di verifica democratica della legittimazione e del modo di esercizio del potere negoziale di coloro che sono chiamati a trattare in nome e per conto dell’Italia.
E ciò rispetto ad ogni tipo di trattato internazionale, futuro ma anche passato e ancora in applicazione.

"Messo in sicurezza" questo presupposto imprescindibile di ogni iniziativa negoziale legittima entro il quadro dell'art.11 Cost., in un modo che rifletta, né più né meno, la reciprocità rispetto a quello che reclama (qui pp.2-3) un "contraente" come la Germania rispetto al proprio modello costituzionale, proviamo di conseguenza a ipotizzare in che modo si possano modificare i trattati europei attuali, nell'ambito di qualsiasi strategia volta a renderli sostenibili in coerenza con la tutela della sovranità democratica del lavoro delineata in Costituzione.

2. La premessa "di sistema" dovrebbe basarsi, in teoria, sulla consapevolezza che occorra correggere un andamento del capitalismo contemporaneo che cerca di imporre "l'ordine internazionale del mercato", e che Basso aveva descritto in questo modo:
… È la naturale tendenza antidemocratica del neocapitalismo che deve difendere il carattere privato dell’appropriazione del profitto in un’economia le cui dimensioni sono sempre più vaste e le cui fondamenta sempre più collettive; la contraddizione fondamentale del capitalismo giuoca qui nettamente nel senso di cercare di svuotare la collettività di qualsiasi potere decisionale con tanta maggior forza quanto più la logica delle cose spingerebbe nella direzione opposta.

Che poi questo processo antidemocratico si svolga nel senso di una vera e propria dittatura di tipo fascista, o nella forma del potere personale di tipo gollista, o nella formazione di una ristretta oligarchia di uomini d’affari, alta burocrazia civile, militare e tecnica, e leader politici, non cambia molto la sostanza delle cose: i processi in atto nei paesi occidentali sono più o meno tutti in questa direzione.
In una società di massa, questo processo è possibile se si riesce ad ottenere l’appoggio, magari passivo, delle masse: a questo fine la depoliticizzazione, la deideologizzazione, la mistificazione della coscienza delle masse, l’alienazione concepita soprattutto come non-partecipazione, come isolamento dell’uomo dalla sua vita collettiva …
” [L. BASSO, L’integrazione e il suo rovescio, in Problemi del socialismo, marzo-aprile 1965, n. 1, 47-72].

3. Per individuare le linee fondamentali di una "revisione" dei trattati che riesca a preservare la democrazia dalle prevaricazioni dell'oligarchia cosmopolita (v. qui, p.2) del grande capitale, muoviamo dalle criticità evidenziate da Federico Caffè: l'attualità di queste indicazioni è oggi ancor maggiore, se si considera che la privazione della sovranità monetaria in cui ci colloca l'appartenenza all'eurozona, amplifica le esigenze di correzione dei problemi da lui evidenziati.
I trattati economici sono, com'è noto, ormai quasi esclusivamente volti a imporre il liberoscambismo, e utilizzano rigidi sistemi di condizionalità (derivati dal "sistema FMI") per travolgere ogni resistenza: quello europeo è un modello particolarmente intenso in questa direzione, acutizzando l'assoggettamento dei popoli coinvolti agli effetti della c.d. globalizzazione, con tutti i problemi di democrazia evidenziati da Rodrik.
Veniamo dunque all'analisi di Caffè sul problema delle relazioni economico-commerciali internazionali, e quindi del "vincolo esterno" considerato come ricerca dell'equilibrio dei conti nazionali con l'estero, e veniamo alla sua analisi sul come ogni soluzione sia resa più ardua dall'assoggettamento alle regole di un trattato federalista europeo (considerata la originaria e immutabile ideologia, mercatista e liberista, che caratterizza da sempre questa costruzione).
4- Caffè in termini generali sul problema dell'equilibrio dei conti con l'estero (il suo è definito "intelligente pragmatismo" in un mix dosato e ragionevole di liberoscambismo e protezionismo):

"La piena occupazione e il vincolo dei conti con l’estero.
Una tipica applicazione dell’intelligente pragmatismo degli economisti che Caffè si scelse come maestri - e di altri che ebbe per compagni, come Giorgio Fuà e Sergio Steve - è rappresentata dal modo di trattare il vincolo dei conti con l’estero. Tale vincolo - imposto dalla necessità, o dall’opportunità, di non superare un certo disavanzo di parte corrente - è spesso assimilato a quello della piena occupazione: se il vincolo dei conti con l’estero non viene spontaneamente rispettato, si argomenta, bisogna intervenire con misure deflazionistiche. Ragionare in questo modo significa rinunciare a chiedersi che cosa faccia sì che, nella concreta situazione in esame, il vincolo dei conti con l’estero si incontri prima che venga raggiunta la piena occupazione, e dunque che cosa possa essere fatto per allentare il vincolo stesso.
Se la difficoltà sorge dall’insufficienza della capacità produttiva disponibile - che si traduce in un innalzamento della propensione a importare quando venga superato un certo livello di attività produttiva - è a tale insufficienza che va posto rimedio attraverso un’appropriata politica dell’offerta. Un compito, questo, che risulta fortemente facilitato dal fatto che l’insufficienza della capacità produttiva non si manifesta simultaneamente in tutta l’economia, ma assume la forma di strozzature produttive, aggredibili con interventi settoriali. Complementare, e non alternativo, al compito suddetto è quello di accrescere la capacità di esportazione.
Degli ostacoli che le strozzature frappongono alle politiche di piena occupazione erano ben consapevoli quelli che Steve ha chiamato i «keynesiani della prima generazione», fra i quali vanno compresi Michał Kalecki e gli altri autori del libro L’economia della piena occupazione, del 1944, tradotto in italiano nel 1979 con un’introduzione di Caffè.
«Se non esistono riserve di capacità o queste sono insufficienti - scrive Kalecki in questo libro - il tentativo di assicurare la piena occupazione nel breve periodo può facilmente causare delle tendenze inflazionistiche in vasti settori dell’economia, poiché la struttura della capacità produttiva non è necessariamente adeguata alla struttura della domanda [...]. In un’economia nella quale l’attrezzatura produttiva è scarsa è quindi necessario un periodo di industrializzazione o ricostruzione […]. In tale periodo può essere necessario impiegare controlli non dissimili da quelli impiegati in tempo di guerra.». Un’affermazione come questa basta da sola a mostrare tutta l’inconsistenza e la superficialità dell’identificazione, che tanto spesso si è voluta fare, fra keynesismo e politiche keynesiane, basate esclusivamente sul sostegno della domanda aggregata.
Se, anziché con la politica dell’offerta, il miglioramento dei conti con l’estero viene perseguito per mezzo della deflazione, il freno che ne deriva alla formazione di capacità produttiva tenderà ad aggravare ulteriormente la situazione. «E’ un affare molto serio - ha scritto un altro keynesiano della prima generazione, Richard Kahn - se l’attività produttiva deve essere ridotta perché la produzione a pieno regime comporta un livello di importazioni che il paese non può permettersi. Ed è un affare particolarmente serio se la riduzione in esame prende largamente la forma di una riduzione degli investimenti, inclusi gli investimenti volti alla formazione della capacità produttiva capace di farci esportare più beni a prezzi più concorrenziali e di diminuire la nostra dipendenza dalle importazioni.» (11).
Se proprio occorre ridurre gli investimenti, afferma ancora Kahn, tale riduzione deve essere «altamente discriminatoria»: bisogna, cioè, tentare di «stimolare gli investimenti nelle industrie esportatrici e in quelle capaci di sostituire le importazioni, particolarmente nei settori in cui è l’attrezzatura produttiva a rappresentare la strozzatura, e di scoraggiarli in tutti gli altri settori. Le restrizioni monetarie possono, tuttavia, essere caricate di un contenuto discriminatorio solo con difficoltà ed entro limiti piuttosto ristretti.
Vi sono qui, per eccellenza, forti ragioni per ricorrere a metodi alternativi di scoraggiare gli investimenti, e particolarmente a quei metodi che operano attraverso controlli diretti» (12)...
«E’ consentito discutere di protezionismo economico?».
Se mi sono dilungato sulle idee dei «keynesiani della prima generazione» è per ricordare le radici di una posizione cui Caffè restò fedele per tutta la vita. «Nel mio giudizio - egli affermava nel 1977 - gran parte dei mali economici del presente è da attribuire al mancato impiego di ragionevoli, circoscritti e selettivi controlli diretti; il che porta ad affidare soltanto ai “prezzi di mercato” una funzione di razionamento, resa spesso iniqua da una distribuzione del reddito e della ricchezza accentuatamente sperequata» (14).
...L’accoglienza riservata a proposte anche solo blandamente protezionistiche era tuttavia tale da indurre Caffè a chiedersi, nel titolo di un suo articolo, "E’ consentito discutere di protezionismo economico?"
Certo, non era consentito discuterne pacatamente, la reazione degli avversari consistendo spesso nel rifiuto aprioristico e nella sleale (o stupida) deformazione delle proposte, quando non nell’accusa di volere l’«autarchia» (con quanto di evocativo dell’esperienza fascista questo termine inevitabilmente comportava).
Per parte sua, Caffè non smise di fare appello alla ragione. «L’accorto dosaggio tra le misure intese ad accrescere le esportazioni, mantenendole competitive, e quelle rivolte a favorire l’incremento delle produzioni sostitutive delle importazioni - leggiamo nell’articolo appena ricordato – andrebbe cercato su un piano di mutua comprensione e di reciproco rispetto. Colpire ogni voce di dissenso con l’addebito di tendenza all’autarchia è mera espressione di arroganza intellettuale ben poco lodevole. E’ auspicabile che a un inesistente monopolio della verità si sostituisca il proposito di tener conto delle ragioni degli altri. E ve ne sono in abbondanza» (17).
Contro la libertà di movimento dei capitali.
Un discorso a parte merita la necessità, su cui Caffè ha sempre insistito, di limitare la libertà di movimento dei capitali, particolarmente in un sistema di cambi come quello di Bretton Woods o come il Sistema monetario europeo, cioè in un sistema di cambi modificabili di tempo in tempo con determinate procedure, ma fissi, o pressoché fissi, fra una modifica e l’altra. La necessità suddetta nasce da due diverse considerazioni.
La prima è che, se i capitali sono liberi di spostarsi da una valuta all’altra, la difesa del tasso di cambio grava interamente sulla politica monetaria, impedendo a quest’ultima di tenere adeguatamente conto della situazione economica interna (o costringendola addirittura a muovere nella direzione opposta a quella che tale situazione richiederebbe). La seconda considerazione è che la manovra dei tassi di interesse è comunque di limitata efficacia di fronte a un attacco speculativo in atto; quando infatti la svalutazione di una moneta è attesa a brevissima scadenza, può risultare attraente speculare contro di essa anche in presenza di tassi d’interesse iperbolici, quali l’economia non potrebbe sopportare per più di poche settimane.
Caffè lodava spesso la saggezza dei costruttori del sistema di Bretton Woods, i quali avevano previsto la possibilità di imporre controlli sui movimenti di capitale. E ricordava con particolare approvazione quella clausola dello statuto del Fondo monetario internazionale (rimasta di fatto in vigore solo fino al 1961) che escludeva che un paese membro potesse ricorrere all’assistenza del Fondo allo scopo di fronteggiare un’ingente e prolungata fuga di capitali, e prevedeva inoltre che il paese membro potesse essere invitato ad adottare opportuni controlli, atti a impedire un tale uso dei mezzi valutari concessi (18).
Egli non ha potuto assistere al tentativo europeo di far convivere cambi fissi e totale libertà di movimento dei capitali: due termini che l’esperienza e la riflessione facevano ritenere antitetici, e che tali si sono rivelati. E non ha neppure potuto assistere al trionfo di una concezione della politica economica che rappresenta l’esatto contrario dell’intelligente pragmatismo: la concezione che suggerisce di fissare il tasso di cambio, asservire a esso la politica monetaria e attendere che l’intera realtà sociale, nella sua infinita complessità, si riassesti - non importa a quali costi - intorno a questo punto fermo. Ma non è difficile immaginare cosa ne avrebbe pensato.
...
Messaggi non ricevuti.
Fra le manifestazioni della vocazione sobriamente protezionistica (e accentuatamente anti-deflazionistica) di Caffè va ricordata la sua opposizione alla partecipazione dell’Italia al Mercato comune europeo nella seconda metà degli anni cinquanta (21). Non che fosse l’unico ad avanzare dubbi e perplessità al riguardo: dubbi e perplessità, com’egli stesso amava ricordare, erano anzi alquanto diffusi fra gli economisti (22).
Particolarmente degni di nota appaiono tuttavia i due pericoli che Caffè segnalava: quello del predominio economico della Germania e quello, conseguente al primo, dell’affermarsi a livello europeo di orientamenti di politica economica poco favorevoli al raggiungimento e al mantenimento nel tempo della piena occupazione. Così come non è senza significato che egli si dichiarasse favorevole alla Zona di libero scambio (proposta allora in alternativa al Mercato comune), al cui interno il peso economico della Germania avrebbe potuto essere controbilanciato da quello dell’Inghilterra e l’inclinazione deflazionistica della prima essere corretta dal prevalere nella seconda di correnti d’opinione e impostazioni di politica economica di derivazione keynesiana...
 
La preoccupazione che l’Europa nascesse sotto un segno deflazionistico ci rimanda alla preoccupazione per la nascita sotto lo stesso segno dell’Italia repubblicana, manifestata da Caffè in un articolo come Il mito della deflazione, pubblicato in forma anonima sulla rivista «Cronache sociali» nel 1949 (23).
Al grande equivoco del dopoguerra – la riscoperta in nome dell’antifascismo di un liberismo oltranzista – egli contrapponeva in questo notevolissimo articolo una solida formazione keynesiana, un pacato realismo e un’acuta consapevolezza che le occasioni di progresso sociale, una volta perdute, difficilmente si ripresentano...
Fra coloro che non davano segno di ricevere i suoi messaggi Caffè annoverava non solo le forze di governo, ma anche quelle di opposizione, e in particolare il Partito comunista, cui rimproverava la fede incrollabile nel primato della politica sull’economia e una cultura economica subalterna a quella dominante e impermeabile al keynesismo.
La sua critica assunse toni particolarmente accesi poco dopo la metà degli anni settanta, quando il Partito comunista, forte di poderosi successi elettorali, entrò a far parte di una vasta coalizione parlamentare che trovava il suo fragile cemento in un programma di stabilizzazione monetaria. Caffè sorrideva amaramente di quel programma e dei suoi presupposti teorici, come anche della generale approvazione con cui venivano accolte le terroristiche ingiunzioni del Fondo monetario internazionale (divenuto ormai, com’egli sottolineava, un organismo ben diverso da quello prefigurato dagli accordi di Bretton Woods).
Considerava un grave errore, da parte della sinistra, garantire il consenso a una politica deflazionistica. E parlava dei guasti economici e sociali che in questo modo si producevano e di quelli cui ci si asteneva dal porre rimedio, del dramma dei giovani senza lavoro, della disgregazione sociale del Mezzogiorno, delle speranze suscitate e destinate ad andare deluse.
La sinistra, soleva ripetere, cadeva in un errore simile a quello commesso nell’immediato dopoguerra, quando aveva preso parte a governi di coalizione caratterizzati sul piano economico in senso conservatore; con il risultato di consentire alle classi dominanti di rafforzarsi fino al punto di poter fare a meno di dividere con le sinistre il governo del paese.
5- Caffè, in particolare, sul "vincolo esterno" dei trattati ormai in applicazione e sulle evidenti storture che si erano già determinate proprio in fase applicativa.
“Se sono esatte le notizie riferite dalla stampa circa le “sollecitazioni” con le quali la Comunità economica europea avrebbe accompagnato l’accettazione del provvedimento italiano di un deposito provvisorio infruttifero, nella misura del 30%, su determinate importazioni o acquisti divaluta estera per specificati scopi, ci si trova di fronte a un comportamento che attesta con chiarezza come la cooperazione comunitaria si sia trasformata in esplicito rapporto di vassallaggio.
Una espressione di indignazione morale di fronte a questo stato di cose lascerà del tutto indifferenti le autorità politiche del nostro paese, alle quali è verosimilmente da riferire l’origine prima di quelle “sollecitazioni”.
Ma è bene che i giovani i quali seguono queste note e le considerano quasi una continuazione del colloquio nell’aula universitaria siano consapevoli che condizionamenti del genere venivano, in un passato alquanto remoto, imposti ad alcuni paesi (come l’Egitto, la Turchia, la Cina) in momenti in cui non erano in grado di far fronte agli impegni del loro indebitamento verso l’estero.
Questi condizionamenti venivano designati come regime delle “capitolazioni” e la parola rende abbastanza bene l’idea.
Ma, prescinendo dagli aspetti etico-politici, sono quelli di carattere strettamente tecnico che vanno contestati punto per punto.
In primo luogo (sono cose che giova ripetere) i trattati comunitari prevedono, in caso di comprovate difficoltà della bilancia dei pagamenti, “clausole di slavaguardia” che possono condurre anche alla temporanea reintroduzione di quote o contingenti alle importazioni.
I paesi membri, vale a dire nel caso che ne ricorresse la necessità, potrebbero imporre misure restrittive più severe di quelle che si concretano con l’adozione di sovraddazi, o l’imposizione di un deposito infruttifero.
Può essere discutibile se sia stato opportuno, a suo tempo, accettare provvedimenti restrittivi più blandi, ma non previsti dalle disposizioni comunitarie.
In tesi generale, sembra preferibile attenersi alle carte statutarie, anziché tollerare prassi difformi (alle quali, in altre circostanze, hanno fatto ricorso anche paesi diversi dal nostro).
Ma l’importante è di tenere presente che i paesi membri hanno “diritto” di far appello alle clausole di salvaguardia e che le autorità comunitarie avrebbero soltanto titolo a verificare se ricorrano o meno gli estremi che ne giustificano l’applicazione.
Detto questo, non si intende contestare alle autorità comunitarie di valutare i fattori di difficoltà della bilancia dei pagamenti italiana e di esprimere le loro raccomandazioni. Stupisce, tuttavia, che queste raccomandazioni siano la replica puntuale di interventi molto controversi nel dibattito economico che si svolge nel nostro paese (dalla “soluzione” del problema della scala mobile, al contenimento del disavanzo pubblico, dal “divorzio” tra il Tesoro e l’Istituto di emissione, alla predisposizione della copertura a fronte di nuove spese pubbliche, alla realizzione di un accordo tra le parti sociali). Ancora una volta lasciando da parte i risvolti politici di simili raccomandazioni, vi è una tale sensazione di stantio, di ripetitivo, di carenza di originalità da lasciare perplessi sulle capacità di ispirazione di organi che hanno l’arduo compito di tracciare il disegno dell’armonizzazione delle politiche comunitarie."

6. Questo insieme di notazioni di Caffè, relative all'opportunità e alle modalità di adesione ad un'organizzazione internazionale che instauri un'area di liberoscambio in Europa, ci porta a evidenziare alcuni aspetti "correttivi" di immediata priorità, resi ancor più attuali dalla vigenza della moneta unica.
Le linee di un riforma dei trattati sono dunque conseguenziali ai problemi evidenziati:
a) evitare la rigida fissazione dei cambi internamente all'area (a fortiori, scartando la soluzione di una moneta unica), per non rendere la politica monetaria quella "variabile indipendente", dal costo in termini di occupazione, che il mantenimento del cambio impone, deprimendo la domanda interna e, di conseguenza, gli investimenti e la capacità produttiva. Ogni Paese-membro deve poter svolgere la sua politica monetaria avendo di mira le esigenze di autonomo finanziamento delle proprie politiche volte al raggiungimento della piena occupazione, potendo contare sulla rispettiva Banca centrale come ente ausiliario e strumentale di tali politiche, secondo le rispettive previsioni costituzionali "fondamentali".
b) evitare un regime di indiscriminata libertà di movimento dei capitali interni all'area di liberoscambio, cioè limitando all'aspetto daziario-doganale e dell'imposizione sul valore aggiunto (nel paese di effettivo acquisto dei beni e servizi scambiati), il regime essenziale dell'area.
c) prevedere clausole che consentano, in caso di persistenti squilibri commerciali e di crescente indebitamento di uno Stato-membro con l'estero, l'adozione di misure che consistano, sul lato della domanda, in controlli e contingentamenti dei settori merceologici in cui siano ravvisate delle "strozzature", cioè la persistente incapacità del settore nazionale interessato di produrre a prezzi competitivi e il crescente e irreversibile aggravamento della situazione di importazione, laddove tale strozzatura riguardi beni fortemente incidenti, per il loro valore aggiunto, sui conti nazionali. A ciò, sul lato dell'offerta, si devono poter accompagnare politiche pubbliche di investimento diretto e/o di incentivazione all'investimento, che evitino lo strutturarsi del modello squilibrato (e gerarchico) di specializzazione che si verifica in virtù del principio dei vantaggi comparati (qui, p.2).
d) nella realtà applicativa, - come mostra il riferimento di Caffè al "regime della capitolazioni" e alle "sollecitazioni" che si sono accompagnate, de facto, già nella vigenza del trattato del 1957, alla "accettazione di provvedimenti restrittivi più blandi" rispetto a quelli normativamente previsti dalle "clausole di salvaguardia"-, ciò significa l'attenta calibratura delle norme che consentono gli interventi correttivi, in modo che siano lasciati alla autodeterminazione degli Stati in caso di squilibrio dei conti con l'estero, nonché in modo che eventuali organi "comunitari" abbiano un limitato potere di riscontro e "presa d'atto", non esteso ad accentrare in termini discrezionali la decisione su tali politiche di "riequilibrio" (ed al fine di imporre pesanti "condizionalità" deflazionistiche).
e) ciò implica anche che il regime dei "divieti di aiuto di Stato", quale previsto dall'attuale trattato, sia sostanzialmente superato, chiarendo delle ampie e ragionevoli ipotesi di deroga, in un complesso di formulazioni che non si prestino, come le attuali, a disapplicazioni e discriminazioni incomprensibili e, spesso, tese a favorire il più "furbo" e il più forte.

7. Naturalmente, non occorrerebbe ancora ribadire che le due linee di "uscita dalla crisi" qui suggerite, - cioè precisare, già in sede costituzionale, i limiti di legittimazione e dei modi di esercizio del potere di negoziare i trattati economici, nonché aderire a contenuti coerenti con tali limiti costituzionali - sono tra loro non separabili: la prima è il presupposto necessario della seconda. Non si può permettere, la già provata società italiana, (cioè il popolo detentore della sovranità), di correre ulteriori rischi per il proprio benessere e la propria democrazia, e di ritrovarsi, nuovamente, di fronte al fatto compiuto di negoziati il cui contenuto, nell'epoca del diritto internazionale privatizzato, sia lasciato a forze democraticamente incontrollabili.


Pubblicato da Quarantotto a 14:00
 

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Bank Rothschild of America
novembre 28, 2013 1 commento

Dean Henderson 23 novembre 2013

La NSC inviava armi ai contras nicaraguensi prima che la rete di rifornimento di Oliver North fosse operativa. Gli aiuti degli Stati Uniti all’Arabia Saudita venivano inviati ai contras attraverso la Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI) di Karachi in Pakistan. [1] Mentre il denaro della Casa dei Saud veniva deviato verso i contras, uno dei più grandi depositanti iniziali della BCCI era lo Scià di Persia, i cui conti svizzeri della BCCI erano enormi. Con le famiglie dominanti dei “due pilastri” di Nixon nel CdA, la BCCI sarebbe diventata il ricettacolo dei petrodollari del Golfo Persico, generosamente mescolati con narcodollari, usati per finanziare in tutto il mondo le operazioni segrete della CIA e dei suoi partner del Mossad israeliano e dell’MI6 inglese. La BCCI era la banca di riferimento dei dittatori più noti del mondo, tra cui la famiglia Somoza, Saddam Hussein, l’uomo forte filippino Ferdinand Marcos e quello di Haiti Jean-Claude “Papa Doc” Duvalier. Il regime dell’apartheid sudafricano usò la BCCI, come fece Manuel Noriega, che andava regolarmente nella filiale della BCCI di Panama per ritirare il suo stipendio annuale della CIA di 200000 dollari. La BCCI era la lavanderia favorita del Cartello di Medellin e dei nuovi boss dell’eroina mondiale, i leader delle fazioni dei mujahidin afgani controllati dalla CIA. La BCCI finanziò la vendita segreta di armi di Reagan all’Iran e collaborò con Robert Calvi del Banco Amrosiano. Fu il tramite per il denaro sporco generato dal finanziere latitante del Mossad Marc Rich e del denaro proveniente dall’oggi in bancarotta Enron, reincarnatasi nel Bank Group Pinnacle di Chicago. [2] Frequentatore della sede di Karachi della BCCI, avendo titolarità di un conto, era Usama bin Ladin.
Con filiali in 76 paesi, la BCCI trattava armi convenzionali e nucleari, oro, droga, mercenari, intelligence e contro-intelligence. Questi interessi erano spesso schermati da facciate legittime, quali il trasporto di caffè dall’Honduras o di fagioli vietnamiti. La banca aveva stretti rapporti con la CIA, l’ISI pakistano, il Mossad israeliano e le agenzie d’intelligence saudite. Fu il collante finanziario collegato a numerosi scandali pubblici apparentemente distinti. I principali azionisti della BCCI erano regnanti e ricchi petrosceicchi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ideato da Reagan. Fu fondata nel 1972 in Pakistan da Agha Hasan Abedi, un amico intimo del dittatore militare pakistano Zia ul-Haq. Abedi inizialmente sollecitò depositi nella banca dagli espatriati pakistani che lavoravano negli Emirati Arabi Uniti. La BCCI decollò quando Bank of America piazzò 2,5 milioni di dollari per una quota del 30%. In quel momento Bank of America era la più grande banca del mondo ed era controllata da NM Rothschild & Sons. [3] La “N” stava per Nathan, che una volta prestò al tiranno francese Napoleone 5000000 di sterline, mentre al tempo stesso faceva prestiti al suo avversario inglese di Waterloo, il duca di Wellington, per equipaggiarne l’esercito. Nathan Rothschild poi commentò l’accaduto, “fu il miglior affare che abbia mai fatto.” La “M” stava per Mayer, studioso di esoterismo della Cabala ebraica che lanciò la dinastia dei banchieri Rothschild con denaro sottratto e acquisì titoli nobiliari per la famiglia agli inizi del 19.mo secolo. Nel 1885 la regina Vittoria nominò baronetto il nipote di Nathan, mentre i fratelli condussero operazioni globali presso i governi di Inghilterra, Francia, Prussia, Austria, Belgio, Spagna, Italia, Portogallo, germanici e Brasile. Erano i banchieri delle Corone d’Europa con partecipazioni in Paesi lontani come Stati Uniti, India, Cuba e Australia. [4] Nel 1996 il 41.enne Amschel Rothschild, che gestiva il colosso finanziario della famiglia, morì in un misterioso suicidio. La Rothschild Asset Management, che Amschel guidava, perse 9 milioni di dollari l’anno precedente la morte. Le perdite si verificarono mentre Evelyn Rothschild stava creando una joint venture con la seconda banca più grande della Cina. Amschel fu trovato morto impiccato a un portasciugamani posto a un metro e mezzo dal pavimento del bagno, nel suo hotel di Parigi. Un giornalista scherzò, “impiccarsi non deve essere stato facile per un uomo alto un 1,85m”. [5]
L’esecutivo della Bank of America Roy P.M. Carlson orchestrò l’affare BCCI. Carlson poi entrò nella Safeer, la società di consulenza di Teheran fondata dall’ex direttore della CIA e ambasciatore in Iran Richard Helms. Carlson divenne presidente della travagliata Banca Nazionale della Georgia (NBG) di Bert Lance, segretamente acquisita dalla BCCI con l’aiuto del miliardario saudita Ghaith Pharaon. La NBG era una cliente di Kissinger Associates, che anche “consigliò” l’armamento di Saddam alla Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Partner di Helm presso Safeer era il magnate iraniano Rahim Irvani che controllava il Gruppo Melli, dove Carlson era presidente. Irvani fondò una società off-shore per nascondere l’acquisizione della BCCI di First American Bank dell’ex-segretario alla Difesa statunitense Clark Clifford. Helms progettò l’acquisizione. I grandi investitori della BCCI erano gli sceicchi del petrolio del GCC. Il capo della famiglia regnante di Abu Dhabi, lo sceicco Zayad bin Sultan al-Nahiyan era il più grande azionista della BCCI, controllando il 77% delle azioni della BCCI. [6] Il defunto sceicco Qalid bin Mahfuz, il miliardario saudita che controllava la National Commercial Bank, la più grande banca del mondo arabo, partecipava col 20%. I monarchi al-Qalifa del Bahrain e i monarchi al-Qabu di Oman possedevano anche grandi azioni della BCCI. E la BCCI era proprietaria della Banca nazionale dell’Oman. Nel 1976 la BCCI istituì una filiale nelle Isole Cayman nota come International Credit & Investment Company (ICIC). Fu attraverso questo ramo della BCCI, così come dalla filiale di Karachi, gestita dal figlio del presidente Zia ul-Haq, che le operazioni finanziarie più avvedute ebbero luogo.
Un grafico trovato in una cassaforte della Casa Bianca relativo agli sforzi per rifornire i contras nicaraguensi di Oliver North, indicavano una “IC” nelle Isole Cayman quale epicentro della rete dell’Impresa di North. Donazioni private vennero incanalate dalla ICIC e finirono nei conti Lake Resources del Credit Suisse a Ginevra, controllati da Richard Secord. Secord era allora un alto “consulente” della Casa dei Saud. Il Washington Post riferì che “IC” aveva inviato 21182 dollari alla Gulf & Caribbean Foundation di William Blakemore III, vecchio compare di George Bush Sr. nel petrolio del Texas occidentale. [7] L’ICIC fece una quantità enorme di affari con il Banco de America Central (BAC). La traduzione inglese del nome della banca è Bank of Central America, un nome stranamente simile a quello della Bank of America, gestita dalla BCCI. In realtà, BAC fu istituita da Wells Fargo Bank (l’altra metà sulla costa occidentale delle banche dei Quattro Cavalieri, che spesso lavora in tandem con Bank of America) e dall’elite zuccheriera pro-Somoza del Nicaragua. [8] BAC diventò la più grande lavanderia dei narcodollari del Cartello di Medellin, legando il dinero della cocaina al supermercato delle armi honduregno dei contras nicaraguensi, rifornito con le armi dell’Impresa.
Ogni volta che Aga Hasan Abedi scambiava denaro con le azioni emesse della BCCI, le vendeva allo sceicco Qamal Adham, capo della Direzione Generale dell’intelligence saudita, o a AR Qalil, altro funzionario dell’intelligence saudita e agente di collegamento della CIA. Adham e Qalil prendevano il denaro per acquistare azioni appaltando “prestiti” della ICIC nelle Isole Cayman, che non furono mai rimborsate. Quando Secord dirigeva l’Impresa da Riyadh, dov’era l’agente di collegamento di Reagan con l’Arabia Saudita, l’intelligence saudita era occupata a riciclare narcodollari attraverso l’ICIC. Prestiti simili furono emessi dall’ICIC allo sceicco Muhammad bin Rashid al-Maqtum, rampollo della famiglia regnante degli Emirati Arabi Uniti, e a Faisal al-Saud al-Fulaij, presidente della Kuwait Airways nei primi anni ’70, che ricevette oltre 300 mila dollari in tangenti dalla Boeing. Al-Fulaij era anche legato alla Kuwait International Finance Company. Questi prestiti dell’ICIC furono trasferiti dalla Banque de Commerce et de Placements, filiale svizzera della BCCI gestita dal luogotenente dei Rothschild Alfred Hartman, o dalla Banca nazionale dell’Oman, che la BCCI possedeva. [9] La ragione per cui Abedi continuava ad essere a corto di liquidi era che la filiale di Karachi della BCCI, gestito dal figlio di Zia ul-Haq, finanziava gli eserciti della CIA dei mujahidin in Afghanistan. Nel 1978 uno dei più grandi depositanti della BCCI, il tenente-generale pakistano Fazle Haq, fu nominato governatore della provincia nord-occidentale del Pakistan. Haq era il braccio destro del presidente Zia. Nella sua nuova posizione prese il controllo del finanziamento della BCCI ai mujahidin. Si fece carico anche del traffico di eroina pakistano. La BCCI trasferì milioni agli ufficiali e ai funzionari dell’ISI pakistani dai conti della CIA presso la filiale di Karachi. La BCCI era così coinvolto nello sforzo della CIA che il proprio personale avrebbe spesso trasportato armi nelle basi dei mujahidin presso Peshawar, nella provincia del nord-ovest di Haq, appena entro il confine del Pakistan con l’Afghanistan. Questi stessi dipendenti della BCCI sarebbero quindi stati i corrieri dell’eroina nel viaggio di ritorno a Karachi. La banca fu così invischiata negli affari pakistani che si potrebbe quasi dire che non c’erano differenze tra i due. Oltre ai prestiti all’ICCI, la BCCI fu mantenuta a galla da Bank of America, che trasferiva un miliardo di dollari al giorno fino al 1991. Bank of America era come un aspirapolvere globale che risucchiava i depositi della banca da tutto il mondo. La maggior parte di questi depositi furono dirottati vero la filiale di Karachi. Anche Bank of America ebbe una sua grande filiale a Karachi. Vi erano almeno 10 linee di telex tra Bank of America-Karachi e l’ICIC nelle Isole Cayman.
Nel 1980 Bank of America vendette le sue azioni della BCCI, ma continuò a gestire la maggior parte della sua attività. Nel 1984 BCCI trasferì 37,5 miliardi dollari nelle banche statunitensi, oltre la metà gestita da cinque banche del pool Bank of America, Security Pacific (poi fusa con la Bank of America), American Express (dove i membri del consiglio includevano Henry Kissinger, Edmund Safra e Sulaiman Olayan), Bank of New York (che nel 2000 fu multata per riciclaggio di oltre 10 miliardi di narcodollari della mafia russa) e First Chicago (a lungo diretta dalla CIA e in parte di proprietà della famiglia regnante al-Sabah del Kuwait). [10]

[1] The Outlaw Bank: A Wild Ride into the Secret Heart of BCCI. Jonathan Beaty and S.C. Gwynne. Random House. New York. 1993.
[2] “The Enron Black Magic: Part III”.
[3] “A System Out of Control, Not Just One Bank”. George Winslow. In These Times. October 23-29, 1991. p.8
[4] Rule by Secrecy: The Hidden History that Connects the Trilateral Commission, the Freemasons and the Great Pyramids. Jim Marrs. HarperCollins Publishers. New York. 2000. p.80
[5] Ibid. p.81
[6] “Emirates Looked Other Way While al Qaeda Funds Flowed”. Judy Pasternak and Stephen Braun. Los Angeles Times. 1-20-02
[7] The Mafia, CIA and George Bush: The Untold Story of America’s Greatest Financial Debacle. Pete Brewton. SPI Books. New York. 1992
[8] Out of Control. Leslie Cockburn. Atlantic Monthly Press. New York. 1987. p.155
[9] Beaty and Gwynne
[10] Winslow. p.9

Dean Henderson è autore dei seguenti libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
 



La nostra ignoranza è la LORO forza.
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A dimostrazione che nel dibattito accademico, per quanto ingessato dal conformismo, circolano tesi ben più critiche di quelle riportate sui media mainstream, un recente bollettino di ricerca della stessa BCE avalla dichiarazioni che si potrebbero definire “no euro”: in esso si sostiene che il sistema di regole esistente rende i paesi dell’area euro vulnerabili agli umori dei mercati (e dunque agli speculatori); si afferma che le politiche condotte dopo la crisi del 2009, sebb...ene nel contesto delle regole che le imponevano, erano sbagliate perché focalizzate sul contenimento del debito (obiettivo comunque fallito) anziché sullo stimolo fiscale – con effetti deflattivi che si sarebbero di conseguenza potuti evitare. Nella conclusione afferma a chiare lettere che con la propria moneta sovrana non si fa default. (Ovviamente la responsabilità dell’euro in tutto questo non viene troppo evidenziata, ma stiamo pur sempre parlando di un bollettino della BCE).

ARTICOLO COMPLETO ALL'INTERNO DEL LINK

Altro...

Bollettino BCE: non si può fare default con la propria moneta
Un bollettino di ricerca della BCE afferma che il sistema di regole dell'eurozona espone pericolosamente i paesi membri agli umori dei mercati, che le politiche…
 
Renzi sempre più alla deriva: Minniti supportato dai servizi segreti a difesa dell’interesse nazionale. Ora è ufficiale, “Rischio destabilizzazione”



La fronda a difesa dei sacrosanti interessi nazionali – se ancora ce ne sono – ogni giorno si ingrossa: ieri il Senatore Esposito ha rilasciato un’interessante intervista al Mattino di Napoli dove ha specificato come membro anziano del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) che l’Italia corre seri “rischi di destabilizzazione” per i fatti in Libya. Questo è gravissimo, anche perchè ad esprimersi è una emanazione diretta dei servizi segreti nazionali sempre molto reputati in nordafrica, anche dagli omologhi stranieri. Segue l’intervista in calce.

Faccio presente che “rischi di destabilizzazione” detto da un esperto di servizi, membro anziano del COPASIR da ben nove anni, porta alla mente episodi bui del passato, addirittura scenari tragici (rischio attentati?). Ossia, se è vero quanto riportato dal Mattino – e non abbiamo nessun argomento per dubitarlo – non è più il momento di restare inermi, il rischio è altissimo.



Tale esternazione segue i commenti di fuoco sull’EUropa da parte del ministro Minniti degli scorsi giorni; ministro che – notate bene – è da considerarsi un tecnico cresciuto all’ombra dei servizi segreti nazionali più che un politico. In parallelo, come avete letto, anche i militari si sono parimenti allineati sulle stesse posizioni, che sembrano vieppiù in contrapposizione contro lo schema voluto da Renzi, facendo supporre l’esistenza di un accordo occulto con Angela Merkel per tenere i migranti in Italia a fronte di una moratoria sulla richiesta di rientro del debito durante il governo renziano (…). Evidentemente questo non va più bene nemmeno allo stesso partito di Renzi, ricordando che Esposito è in quota Udc mentre Minniti resta un tecnico prestato alla politica, sebbene in quota sinistra ma allineato al fronte più lontano da quello dell’ex sindaco fiorentino (i militari come l’ammiraglio Picchio possono invece essere semplicisticamente considerati espressione della destra). Ossia, fatta esclusione per il M5S – che in ogni caso già si è schierato in modo chiaro a favore degli interessi del paese per limitare i danni provocari da un eccesso incontrollato di migranti – si sta creando un asse trasversale molto interessante, foriero di collaborazioni future in un ambito di interesse generale e non particolare (…).

Il flusso di migranti incontrollato va fermato. Punto.

«Il fenomeno migratorio mi sembra riproporre vecchi schemi già visti, alcuni Stati europei congiurano contro l’Italia per salvaguardare i propri interessi economici. Un flusso verso il nostro Paese che l’Europa sembra favorire invece di scoraggiare come se esistesse un piano per far sbarcare i migranti in Italia e poi lasciarli da noi non accettandone un’equa ripartizione». Giuseppe Esposito, senatore dell’Udc, è da nove anni vicepresidente del Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica che ha il compito di collegamento tra i Servizi segreti e la politica.

Sta dicendo che la “bomba” migratoria è quindi un mezzo per destabilizzare anche politicamente l’Italia?

«Non è possibile escluderlo, al momento la solidarietà verso il nostro Paese è stata espressa soltanto a parole e non attraverso azioni concrete. Purtroppo la storia recente ci ha già detto che sono state poste in essere manovre scorrette per indebolirci».

A cosa si riferisce in particolare?

«Appena sei anni fa siamo stati messi in un angolo da Francia e Inghilterra che decisero per un intervento militare in Libia per destituire Gheddafi. Il flusso di migranti nel Mediterraneo nasce da quella decisione. Una mossa che creò enormi difficoltà sia all’Italia che alla Turchia. Poi, dopo qualche anno, attraverso alcuni leaks abbiamo scoperto i reali motivi di quel gesto che secondo l’intelligence americana era di natura economica e di ostilità al nostro Paese. In particolare nelle mail inviate all’allora segretario di Stato americano, Hillary Clinton, veniva spiegato che la Francia aveva interesse ad eliminare Gheddafi perché l’Italia era riuscita a diventare un partner strategico del governo libico. Anche allora, senza conoscere questi retroscena, in Parlamento votai contro ad un intervento militare che destabilizzò tutta quell’area del mondo con le primavere arabe e poi costrinse Berlusconi a cedere il passo al governo tecnico di Mario Monti».

Teme che anche adesso ci siano dei piani stranieri per destabilizzare l’attuale esecutivo?

«Se le navi europee portano i migranti solo in Italia non c’è altra spiegazione che da parte di altri Stati ci sia l’interesse di mettere in difficoltà il nostro Paese soprattutto sul sistema di accoglienza che abbiamo costruito in questi anni. Un sistema che ha consentito anche all’intelligence di svolgere il proprio lavoro con cura, ma è evidente che se i ritmi degli sbarchi resteranno quelli di questi ultimi giorni diventerà molto difficile effettuare controlli seri delle persone che sbarcano nei nostri porti».

Eppure l’antiterrorismo dovrebbe essere un problema europeo.

«Appunto, da anni stiamo facendo una battaglia sulla creazione di un’intelligence europea o almeno di una camera di compensazione tra i vari Servizi di sicurezza per condividere le informazioni. Però osservando le nuove rotte migratorie c’è qualcosa che non torna, come se tutto questo peso dovesse essere scaricato esclusivamente sull’Italia».

Esposito, vice del comitato di controllo sui servizi segreti: temo manovre destabilizzanti

In particolare quali rotte destano sospetti?

«Mi sembra assurdo che l’Ue abbia stanziato quasi 6 miliardi alla Turchia per chiudere la rotta balcanica che interessa più da vicino i Paesi del centro e del nord Europa, invece per il traffico di migranti abbia investito appena qualche milione di euro. Tra l’altro attualmente la Turchia è diventato uno snodo cruciale che ha impatto anche sui flussi che arrivano da noi perché dall’Est asiatico, in particolare da Bangladesh e Pakistan, ci sono migliaia di persone che arrivano in aereo a Istanbul e poi da lì, sempre in volo, giungono in Libia e Tunisia dove poi prendono i barconi».

Sul fronte del terrorismo invece cosa dobbiamo concretamente temere?

«Fino ad oggi la nostra intelligence ha svolto un grande lavoro. Sono preoccupato però quando la politica per raccattare qualche misero voto mostra comportamenti non lineari anche da parte di membri del governo. La sicurezza ha bisogno di politiche di lungo corso che non possono procedere secondo logiche di stop and go o inseguendo le emergenze del momento come purtroppo sembra avvenire in questi giorni».

Il Mattino, 3 Luglio 2017
 
economici.itil mondo visto da un'altra angolazione
Euro crisis luglio 3, 2017 posted by Mitt Dolcino
Dopo Minniti ed Esposito l’ammiraglio Picchio conferma: con i migranti è in atto un attacco concertato agli interessi nazionali dell’Italia!



Dopo il ministro Minniti, in quota alla sinistra ma di estrazione servizi e davvero molto stimato oltreoceano, dopo il vicepresidente del COPASIR, Esposito in quota a NCD ma ex Forza Italia ecco aggiungersi un altro importante attore a confermare che esiste effettivamente un attacco agli interessi italiani: un militare di rango, l’ammiraglio Alessandro Picchio, ex consigliere militare dei governi Berlusconi e Monti, vedasi link. e link Tre coincindenze fanno una prova diceva Agatha Christie (…). A maggior ragione se chi denuncia il caso è un insieme di soggetti con poca o nulla assonanza culturale e politica, tre fonti veramente agli antipodi che lanciano lo stesso grave messaggio.



Secondo l’ammiraglio Alessandro Picchio, già consigliere militare dei governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti, la questione è torbida. “C’è un disegno contro l’Italia”, spiega al Messaggero puntando il dito contro quelle Ong che fanno gli interessi non dei migranti, ma di chi le finanzia. “Il problema va risolto in Africa dall’Onu e dall’Unione europea”.

“Nel Mediterraneo – spiega l’ammiraglio – ci sono organizzazioni che con la scusa di essere non governative, si lasciano guidare da uno spirito anarchico. Potrebbero presentarsi davanti a un porto francese o spagnolo o perfino del Nord Europa. Sono navi che in teoria non hanno uno Stato di riferimento, ma chi le finanzia, e i finanziatori spesso non sono italiani. Chi vuol creare difficoltà all’Italia? Da un lato le Ong seguono proprie logiche, dall’altro sottostanno a interessi finalizzati a ostacolare il nostro Paese”. Una delle chiavi è il fallimento degli accordi bilaterali firmati a suo tempo con i Paesi nordafricani per limitare i flussi. “Hanno smesso di funzionare dopo la guerra in Libia, destabilizzata da Paesi come Francia e Gran Bretagna per non lasciare all’Italia il petrolio libico“.
Oggi come allora, cambiano i soggetti ma la regia sembra sempre la stessa, così come il fine: mettere in diffico o nel porto verso cui sono diretto. Le Ong non possono sempre sbarcare negli stessi porti che neppure sono i più vicini. Altrimenti c’è un disegno. Non è un caso che le Ong sbarchino sempre da noi. Le nostre difficoltà fanno comodo a certi cari cugini”. Serve l’intervento di Francia e Germania, dunque, decisive nell’Ue e nell’Onu: “Se lo vuole un gruppo di Stati importanti, le decisioni vengono prese e le missioni finanziate”, assicura Picchio, che poi ipotizza anche interventi militari: “La stabilizzazione della Libia dovrebbe farla l’Italia, che sa parlare e trattare con tutte le tribù. Un intervento militare si può invece fare nei Paesi dell’Africa subsahariana dai quali i profughi provengono”.ltà il nostro Paese. “Se salvo gente in mare in teoria devo portarla nel porto più vicino, cioè in Tunisia o a Malta




Oggi con i migranti effettivamente c’è un tentativo di destabilizzazione della Penisola, sembra quasi che si voglia creare il problema (migranti) per da una parte dare la colpa dell’immane disagio nazionale ai poveracci che inopinatamente ed incontrollatamente arrivano dal mare a centinaia di migliaia (“è colpa dei migranti…“), disagio che è invece figlio dell’EU e soprattutto dell’euro: è infatti la moneta unica l’elemento che sta annientando il benessere nazionale a vantaggio tedesco, permettendo a Berlino di NON rivalutare l’ipotetico marco. Dall’altra si gettano le basi per la creazione di una casta sociale di diseredati stranieri che eventualmente con l’approvazione dello ius soli verrà autorizzata a votare e naturalmente voterà sinistra [per inciso, è precisamente quello che avrebbe voluto fare Obama negli USA se non fosse fallito il tentivo dopo l’uccisione la morte prematura di Justice Antonin Scalia di avere la maggioranza Dem alla Corte Suprema, ndr]. Faccio presente che le ONG che raccattano i disperati in mare e li scaricano SOLO in Italia sono (i) praticamente tutte straniere (ii) sono pagate dal bilancio dell’EU oltre un miliardo di euro annui in sovvenzioni (!!!)

Nel mentre si fiena con i centri di accoglienza pagati dalle tasse dei cittadini (centri quasi in toto gestiti dalla sinistra), mentre a pagare il conto sono sempre gli italiani, mai così in crisi, mai così stratassati, sempre più senza lavoro. E se il prossimo anno come da piano eurotedesco arriverà la Troika si svenderà anche il Paese lasciando vere macerie, con una disoccupazione ed un diisagio da fare invidia alla Grecia. Oggi finalmente qualcuno (A.M. RInaldi) ha chiesto chiaramente se esiste un patto tra Renzi e Merkel per fare arrivare i migranti solo in Italia, dietro a chissà quale scambio di favori, vedasi link.



Mi auguro davvero che il bubbone esploda, basta una scintilla per creare tumulti nelle piazze. Tradotto, basta che qualcuno “usi” il malcontento popolare accumulato nel Belpaese… Per adesso nessuno lo ha fatto ma potrebbe non durare.

In questo contesto mi viene in mente un farneticamente articolo de La Stampa di Torino di qualche giorno fa in cui si incensava il fantastico ritorno al successo dell’economia portoghese: per forza, prima è stata mandata sul lastrico, poi è stata comprata per un tozzo di pane (soprattutto gli immobili) mentre le imprese nazionali sono state vendute all’estero. Dunque, oggi risorge. Certo, a vantaggio degli stranieri che han comprato. Se andate a Lisbona scoprirete che la maggioranza degli stabili di pregio e degli edifici altisonanti sono stati comprati dai tedeschi!!! Un cantiere aperto il Portogallo. Fatevi un giro e mi direte….

Si noti: a seguito di tale scempio – dal titolo: prima li affami e poi li compri per un tozzo di pane – è stato anche permesso ai lusitani di approvare leggi non permettono di pagare NULLA di tasse alle imprese che là si stabiliscono per ben 10 anni, legge autorizzata dall’EU!

Il bello è che nell’articolo de La Stampa, che vi ripropongo, lo stesso Premier Da Silva ringrazia le imprese, si quelle che ex novo si sono stabilite in Portogallo con l’esenzione delle tasse per 10 anni!!! Se succedesse in Italia quante ne arriverebbero di aziende? Peccato che un siffatto provvedimento a Roma non verrebbe mai permesso dall’EU franco-tedesca, interessata a mettere le mani sugli assets del vostro Paese, ossia prima si deve far fallire il Paese! Pensate che grazie a tale legge lusitana l’Italia perde addirittura i suoi pensionati verso Lisbona, dove non pagano le ritenute sulle pensioni! Articolo degno della FNN CNN quello de La Stampa.



Vi ricordo invece che in Italia invece quando si è cercata di approvare la legge sui paperoni per fare arrivare gente stra-ricca nel Belpaese (il primo ad usare tale legge voluta da Renzi sarà il suo sodale in mille avventure Carlo Debenedetti, scrivetevelo!, ndr) Berlino ha immediatamente annunciato che era contraria. Per non parlare delle tasse sugli immobili, che in Portogallo scendono ed in Italia si parla invece di raddoppiarle con la revisione del catasto, dietro precisa richiesta europea (che così facendo blocca l’economia del mattone in Italia ossia uno dei driver principali della crescita, tutto calcolato, ndr).

Appunto, non c’è dubbio, vogliono prendersi l’Italia. Solo una svolta maschia può impredirlo. Forse – a questo punto – solo autoritaria.
 

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