Analisi Intermarket ....quelli che.... Investire&tradare - Cap. 1

Stato
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*** Usa: deficit bilancia commerciale sceso a 46,03 mld in febbraio (RCO)

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(RADIOCOR) 12-04-12 14:30:47 (0190) 0 NNNN
 
***Usa: invariati prezzi produzione marzo, core +0,3% (RCO)

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(RADIOCOR) 12-04-12 14:31:29 (0192) 0 NNNN
 
bien... sulla prossima sgrullata altra cartuccia e poi aspetto i corsi, anzi i francesi... coperta, ormai piccola rispetto al long sempre presente..
 
Argentina, Governo a un passo dal controllo di Ypf (Repsol)


La presidente Cristina Fernández intende convertire a società mista statale la principale compagnia petrolifera del Paese, Ypf - Il Governo starebbe pensando di acquisire almeno il 30% della società, controllata per il 57% dal gruppo spagnolo Repsol e per il 25% dalla famiglia Eskenazi - L'interventismo dell'esecutivo spaventa gli investitori stranieri.




Il Sudamerica è diventato negli ultimi anni una delle regioni più attrattive in tema di investimenti esteri, catalizzando capitali provenienti non soltanto dalle grandi multinazionali occidentali ma anche dalle nuove grandi potenze come Cina e India che, spinte dalla grande disponibilità di materie prime e dalla ritrovata stabilità politica, hanno contribuito alla impetuosa crescita economica che ha avuto luogo da dieci anni a questa parte. C’è tuttavia l’eccezione di un Paese che, nonostante l’enorme ricchezza di materie prime e una naturale vocazione all’internazionalizzazione, sembra andare in controtendenza creando un clima che, se non ostile, è quantomeno complicato per gli investitori stranieri.

Si tratta dell’Argentina di Cristina Fernández de Kirchner, la “Presidenta” che, forte della rielezione a furor di popolo ottenuta nello scorso ottobre, sembra voler continuare con decisione sulla strada di un ritorno al modello peronista, basato sul forte interventismo dello Stato nella gestione dell’economia. Le prime limitazioni alle libertà economiche si erano già potute notare negli anni del primo mandato della Kirchner, con la nazionalizzazione dei fondi pensione, le ingenti tasse sulle esportazioni agricole (vero e pressoché unico motore dell’impetuosa ripresa dopo la crisi del 2001-2002) e la legge sulle telecomunicazioni che aveva limitato l’offerta nel settore delle trasmissioni radiotelevisive. È sufficiente citare un dato: l’Argentina si trova al 113esimo posto mondiale nella classifica della Banca Mondiale per quanto la facilità di intraprendere attività economiche.

È di queste ultime settimane una vicenda legata al settore energetico e che vede nel mirino la compagnia petrolifera YPF (Yacimientos Petrolíferos Fiscales), principale azienda estrattiva e distributiva di petrolio e suoi derivati nel Paese sudamericano. YPF, controllata per il 57% dalla multinazionale spagnola Repsol e per il 25% dalla famiglia argentina Eskenazi, è stata oggetto di un attacco congiunto da parte del Governo di Buenos Aires e delle Province dove sono presenti le maggiori risorse petrolifere (Chubut, Santa Cruz, Neuquén, Mendoza, Salta e Rio Negro): le autorità sostengono infatti che l’azienda non stia effettuando sufficienti investimenti nei territori in cui opera e che negli ultimi mesi abbia volontariamente limitato le attività estrattive per mantenere più alti i prezzi. Per questo motivo le Province in questione hanno deciso di ritirare alcune concessioni fornite a YPF e proprio in queste ultime ore il Governo argentino ha lasciato trapelare il progetto di voler acquisire almeno un terzo delle azioni di YPF, rilevando la quota della famiglia Eskenazi e approfittando del basso valore dell’azienda: complici anche i forti ribassi subiti nel mercato azionario argentino negli ultimi giorni, YPF vale ormai 8,74 miliardi di dollari, meno della metà di quanto valeva l’anno scorso.

Repsol, dall’altra parte, non ha esitato a difendersi dimostrando come, dati alla mano, non sarebbe vera la carenza di investimenti effettuati in Argentina attraverso YPF. Al contrario, gli investimenti previsti per il 2012 ammontano a 3,4 miliardi di dollari (il livello più alto di sempre), con un aumento di 500 milioni di dollari rispetto al 2011. Il Presidente di Repsol-YPF, Antonio Brufau, si è recato nei giorni scorsi in Argentina per cercare un accordo con le autorità, ma il percorso verso l’istituzione di una società a partecipazione mista pubblico-privata sembra ormai segnato.

Kirchner come Chávez in Venezuela e Morales in Bolivia? Se ancora non siamo alle minacce di nazionalizzare gli idrocarburi, certo è che un simile evento difficilmente potrà incoraggiare l’afflusso di nuovi investimenti nel settore energetico in Argentina. Il Paese sudamericano, al di là della vertiginosa crescita dell’economia degli ultimi anni, si trova a dover fronteggiare un deficit energetico crescente, problema che in questo periodo non è stato affrontato anche per la mancanza di progetti infrastrutturali da parte del Governo: gli alti costi dell’energia sono dunque una delle ragioni per le quali l’Argentina è tormentata da un’inflazione che, nonostante le mendaci statistiche ufficiali, veleggia intorno al 30%.

In questo scenario non propriamente limpido per gli investimenti esteri, anche le aziende italiane potrebbero esserne danneggiate. Leader nel settore energetico argentino, in particolare nella produzione della distribuzione di energia elettrica, è Endesa, società controllata dal 2009 da Enel che rappresenta il primo operatore privato nel continente latinoamericano. Anche Endesa/Enel da diversi mesi sta affrontando un braccio di ferro con le autorità locali che impediscono all’azienda di aumentare ulteriormente le tariffe. Tale aumento è richiesto dall’azienda in virtù degli investimenti realizzati e dell’aumento dei costi di gestione provocato dall’inflazione. Il margine Ebitda di Endesa in Argentina è negativo e testimonia le difficoltà che sta affrontando l’azienda, sebbene l’esposizione sul mercato argentino sia relativamente limitata rappresentando solo il 3% dell’Ebitda nel continente latinoamericano.

L’Argentina ha bisogno degli investimenti stranieri per fornire ulteriore impulso alla propria crescita e le nazionalizzazioni non sembrano la risposta più adeguata a fornire una soluzione all’inflazione galoppante: ulteriori aumenti della spesa pubblica sarebbero deleteri per un Paese che ha impostato sull’assistenzialismo e i sussidi a pioggia buona parte delle proprie politiche sociali. Dall’altra, gli investimenti italiani nel settore energetico potrebbero essere scoraggiati e le nostre aziende potrebbero trovare conveniente puntare tutto su Paesi vicini come il Cile, dove c’è un clima ben diverso nei confronti dei capitali esteri.



Ho sentito che un' altra che balla è la Techint dei Rocca :rolleyes:
 
Argentina, Governo a un passo dal controllo di Ypf (Repsol)


La presidente Cristina Fernández intende convertire a società mista statale la principale compagnia petrolifera del Paese, Ypf - Il Governo starebbe pensando di acquisire almeno il 30% della società, controllata per il 57% dal gruppo spagnolo Repsol e per il 25% dalla famiglia Eskenazi - L'interventismo dell'esecutivo spaventa gli investitori stranieri.




Il Sudamerica è diventato negli ultimi anni una delle regioni più attrattive in tema di investimenti esteri, catalizzando capitali provenienti non soltanto dalle grandi multinazionali occidentali ma anche dalle nuove grandi potenze come Cina e India che, spinte dalla grande disponibilità di materie prime e dalla ritrovata stabilità politica, hanno contribuito alla impetuosa crescita economica che ha avuto luogo da dieci anni a questa parte. C’è tuttavia l’eccezione di un Paese che, nonostante l’enorme ricchezza di materie prime e una naturale vocazione all’internazionalizzazione, sembra andare in controtendenza creando un clima che, se non ostile, è quantomeno complicato per gli investitori stranieri.

Si tratta dell’Argentina di Cristina Fernández de Kirchner, la “Presidenta” che, forte della rielezione a furor di popolo ottenuta nello scorso ottobre, sembra voler continuare con decisione sulla strada di un ritorno al modello peronista, basato sul forte interventismo dello Stato nella gestione dell’economia. Le prime limitazioni alle libertà economiche si erano già potute notare negli anni del primo mandato della Kirchner, con la nazionalizzazione dei fondi pensione, le ingenti tasse sulle esportazioni agricole (vero e pressoché unico motore dell’impetuosa ripresa dopo la crisi del 2001-2002) e la legge sulle telecomunicazioni che aveva limitato l’offerta nel settore delle trasmissioni radiotelevisive. È sufficiente citare un dato: l’Argentina si trova al 113esimo posto mondiale nella classifica della Banca Mondiale per quanto la facilità di intraprendere attività economiche.

È di queste ultime settimane una vicenda legata al settore energetico e che vede nel mirino la compagnia petrolifera YPF (Yacimientos Petrolíferos Fiscales), principale azienda estrattiva e distributiva di petrolio e suoi derivati nel Paese sudamericano. YPF, controllata per il 57% dalla multinazionale spagnola Repsol e per il 25% dalla famiglia argentina Eskenazi, è stata oggetto di un attacco congiunto da parte del Governo di Buenos Aires e delle Province dove sono presenti le maggiori risorse petrolifere (Chubut, Santa Cruz, Neuquén, Mendoza, Salta e Rio Negro): le autorità sostengono infatti che l’azienda non stia effettuando sufficienti investimenti nei territori in cui opera e che negli ultimi mesi abbia volontariamente limitato le attività estrattive per mantenere più alti i prezzi. Per questo motivo le Province in questione hanno deciso di ritirare alcune concessioni fornite a YPF e proprio in queste ultime ore il Governo argentino ha lasciato trapelare il progetto di voler acquisire almeno un terzo delle azioni di YPF, rilevando la quota della famiglia Eskenazi e approfittando del basso valore dell’azienda: complici anche i forti ribassi subiti nel mercato azionario argentino negli ultimi giorni, YPF vale ormai 8,74 miliardi di dollari, meno della metà di quanto valeva l’anno scorso.

Repsol, dall’altra parte, non ha esitato a difendersi dimostrando come, dati alla mano, non sarebbe vera la carenza di investimenti effettuati in Argentina attraverso YPF. Al contrario, gli investimenti previsti per il 2012 ammontano a 3,4 miliardi di dollari (il livello più alto di sempre), con un aumento di 500 milioni di dollari rispetto al 2011. Il Presidente di Repsol-YPF, Antonio Brufau, si è recato nei giorni scorsi in Argentina per cercare un accordo con le autorità, ma il percorso verso l’istituzione di una società a partecipazione mista pubblico-privata sembra ormai segnato.

Kirchner come Chávez in Venezuela e Morales in Bolivia? Se ancora non siamo alle minacce di nazionalizzare gli idrocarburi, certo è che un simile evento difficilmente potrà incoraggiare l’afflusso di nuovi investimenti nel settore energetico in Argentina. Il Paese sudamericano, al di là della vertiginosa crescita dell’economia degli ultimi anni, si trova a dover fronteggiare un deficit energetico crescente, problema che in questo periodo non è stato affrontato anche per la mancanza di progetti infrastrutturali da parte del Governo: gli alti costi dell’energia sono dunque una delle ragioni per le quali l’Argentina è tormentata da un’inflazione che, nonostante le mendaci statistiche ufficiali, veleggia intorno al 30%.

In questo scenario non propriamente limpido per gli investimenti esteri, anche le aziende italiane potrebbero esserne danneggiate. Leader nel settore energetico argentino, in particolare nella produzione della distribuzione di energia elettrica, è Endesa, società controllata dal 2009 da Enel che rappresenta il primo operatore privato nel continente latinoamericano. Anche Endesa/Enel da diversi mesi sta affrontando un braccio di ferro con le autorità locali che impediscono all’azienda di aumentare ulteriormente le tariffe. Tale aumento è richiesto dall’azienda in virtù degli investimenti realizzati e dell’aumento dei costi di gestione provocato dall’inflazione. Il margine Ebitda di Endesa in Argentina è negativo e testimonia le difficoltà che sta affrontando l’azienda, sebbene l’esposizione sul mercato argentino sia relativamente limitata rappresentando solo il 3% dell’Ebitda nel continente latinoamericano.

L’Argentina ha bisogno degli investimenti stranieri per fornire ulteriore impulso alla propria crescita e le nazionalizzazioni non sembrano la risposta più adeguata a fornire una soluzione all’inflazione galoppante: ulteriori aumenti della spesa pubblica sarebbero deleteri per un Paese che ha impostato sull’assistenzialismo e i sussidi a pioggia buona parte delle proprie politiche sociali. Dall’altra, gli investimenti italiani nel settore energetico potrebbero essere scoraggiati e le nostre aziende potrebbero trovare conveniente puntare tutto su Paesi vicini come il Cile, dove c’è un clima ben diverso nei confronti dei capitali esteri.



Ho sentito che un' altra che balla è la Techint dei Rocca :rolleyes:

Secondo me è molto semplice la cosa, dopo un periodo di liberismo assoluto, ci mancava liberalizzassro anche il gulo, si è capito che non tutto può andare sotto proffitto.

Tutto qua. Se questa gente avesse gestito territorio, ambiente e risorse in modo normale non sarebbe nata la necessità di riportare sottao l'ala alcune cose.

Vedrai che anche molte banche torneranno sotto il piè dello Stato...uno raccoglie quel che semina.

:V
 
Allula...il minimo è, salvo smettite, stato sfiorato.

Come dicevo, se l'indice si fosse avvicinato e tenuto il minimo allora si poteva rafforzare ancor di più la visione di fondo.

Io sarei stato nuovamente in acquisto in area 14.150/14 ma se si continua con questo andazzo le variabili mi indicheranno l'ingresso successivo anche se più in alto.

Non so su che cilco siamo, per me poco cambia ora, il verso sarebbe lo stesso ovvero lungo.

Una volta ripartiti veramente si faranno i conti, per adesso si lascia fare.
 
Secondo me è molto semplice la cosa, dopo un periodo di liberismo assoluto, ci mancava liberalizzassro anche il gulo, si è capito che non tutto può andare sotto proffitto.

Tutto qua. Se questa gente avesse gestito territorio, ambiente e risorse in modo normale non sarebbe nata la necessità di riportare sottao l'ala alcune cose.

Vedrai che anche molte banche torneranno sotto il piè dello Stato...uno raccoglie quel che semina.

:V


vero, privato=bello vs pubblico=brutto è un' equazione che ormai i fatti hanno ampiamente dimostrato essere un falso.
Il punto è che nessuno è più in grado di fare il proprio mestiere con equilibrio e un minimo di competenza e decoro. Quando (cioè sempre) c'è il pericolo che il privato eluda le regole del giusto profitto e della corretta gestione, la Pubblica Amministrazione provvede ex-ante con una cornice di regole (poche, semplici, chiare) e, nel caso, ex-post con una cornice di sanzioni (rapide, ferree e pesanti).
Nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali mancano ormai entrambe le gambe, una fetta del privato si nutre alla greppia di un potere pubblico corrotto ed incompetente, il resto paga per tutti.
Questo (sempre parere mio) spiega perchè la finanza c' entri relativamente poco con le crisi che stiamo attraversando, i bilanci disastrati sono un effetto, non una causa: il problema è antropologico, di persone, di sentieri di carriera basati su criteri che sono tutto il contrario della meritocrazia nel privato e nel pubblico. Per questo non se ne uscirà se non a prezzo di choc fortissimi, e non solo da noi.
:rolleyes:
Onestamente, quando sento che per finanziare la protezione civile si ricorre ad una tassa sugli sms ma soprattutto a possibili nuove accise sulla benzina (parlano di 10 cent :eek: ripartiti a metà fra stato e regioni), capisco che fra la società civile e la politica esiste un divario incolmabile.
 
Allula...il minimo è, salvo smettite, stato sfiorato.

Come dicevo, se l'indice si fosse avvicinato e tenuto il minimo allora si poteva rafforzare ancor di più la visione di fondo.

Io sarei stato nuovamente in acquisto in area 14.150/14 ma se si continua con questo andazzo le variabili mi indicheranno l'ingresso successivo anche se più in alto.

Non so su che cilco siamo, per me poco cambia ora, il verso sarebbe lo stesso ovvero lungo.

Una volta ripartiti veramente si faranno i conti, per adesso si lascia fare.




situazione ambigua per me, come da grafici postati su indice e banche non è chiaro se si rompe al ribasso per area 14000 (a 14140 ho un supporto weekly che dovrebbe essere abbastanza tosto) oppure se si rimbalza.
Come faccio ogni tanto in queste situazioni, ho aperto una posizione bidirezionale, in questo caso con opzioni su isp, vicina al supporto daily. Posizione di size contenuta, max loss una cinquantina abbondante di euro per ogni opzione (che controlla lotti di 1000 titoli), aree di profit > 1.26 o < 1.09.
L' idea è che rimbalzi forte o rompa forte, comunque che resti volatile.
:)
 
Stato
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