News, Dati, Eventi finanziari Speciale elezioni USA

Tutti i sistemi che gli statunitensi useranno alle urne
Tredici americani su 100 voteranno con le perfora-schede
Schede, perforatrici e computer
ecco la giungla del voto Usa
dal nostro inviato MAURIZIO RICCI



NEW YORK - Ho votato e non sono ottimista. Più esattamente, ho simulato il voto con ognuno degli otto sistemi che più di cento milioni di americani useranno, martedì prossimo, per scegliere Bush o Kerry e ne sono uscito con la convinzione che, senza una schiacciante maggioranza per l'uno o per l'altro, la notte delle elezioni sarà l'anticamera del caos.

Nell'agosto scorso, 12.498 cittadini si presentarono a votare nei seggi per le primarie della contea di Hillsborough, vicino Tampa, in Florida. Ognuno di loro entrò nella cabina e distribuì, sulle nuove macchine elettroniche, i suoi voti nelle diverse competizioni elettorali. Con una eccezione: a quanto pare, tutti i 12.498 elettori decisero compattamente di non esprimere un voto per la carica di procuratore distrettuale.

Nessuno sa perché non abbiano votato per quella particolare carica o, se l'hanno fatto, cosa sia successo dei loro voti. Contemporaneamente, in una cittadina dell'Indiana, un totale di 5.352 elettori si presentarono alle urne, ma le macchine elettroniche riuscirono a contabilizzare la ragguardevole cifra di 144 mila voti espressi, nessuno sa come. La galleria degli orrori, partoriti dalle macchine elettroniche nei mesi che hanno preceduto il voto nazionale di martedì, non finisce qui. Ma, martedì, 13 americani su 100, concentrati in Stati decisivi, voteranno ancora con il vecchio sistema delle punchcards, le perfora-schede rese celebri dal disastro di quattro anni fa in Florida.
Alla fine, il sistema più voter friendly è, forse, il più venerando. Tutto meccanico: la leva, che useranno il 14 per cento degli americani. Nella cabina c'è una leva, non molto più piccola di quelle degli scambi ferroviari. Spostandola da sinistra a destra si sganciano i fermi di una serie di levette su un quadro subito sopra. È come il quadro degli interruttori di un grande palazzo. Sopra ogni levetta, c'è un quadratino di carta con il nome di un candidato. Spostate verso il basso la levetta e appare una freccetta rossa che vi dice chi avete votato e, insieme, blocca tutte le levette di quella categoria di candidati. Adesso, la grande leva a destra, bloccando tutto e avete votato. Siccome il sistema si usa soprattutto nello stato di New York, dove si sa già chi vincerà, nessuno se ne preoccupa.

Il sistema più odioso è quello delle perfora-schede. Vi danno una scheda, fitta di quadratini e di numeri incomprensibili, che voi dovete fissare nell'apposita scanalatura. Sotto c'è la cartella elettorale, disposta strategicamente, in modo che, ogni volta che voltate una pagina, questa si apra, lasciando libera solo una colonna di quadratini, quella relativa alla carica cui si riferisce la pagina. Di fianco al nome di ogni candidato, sulla cartella, c'è una freccetta che indica quale quadratino della scheda dovete perforare, con l'apposita matita metallica. Se non pigiate con forza sufficiente, la scheda non si buca bene, rimane attaccato il tondino di carta - il famosissimo chad - che la macchina interpreterà (come nel 2000) come scheda non perforata. L'altro problema è che, se la scheda - che è di cartoncino - è un po' spiegazzata o non è stata fissata all'inizio, la colonna dei quadratini non appare bene. Di sicuro, quando tirate fuori la scheda e guardate il labirinto di quadratini e di numeretti, non è che potete capire quello che avete fatto. Solo un americano su sette - quest'anno - voterà così. Ma i chads possono ridiventare la storia di queste elezioni. A votare con le perfora-schede saranno, infatti, soprattutto gli elettori dell'Ohio, cioè uno degli stati più combattuti e più decisivi.



Un terzo degli americani avrà il lettore ottico. Si annerisce un quadratino vicino al nome del candidato, che poi sarà letto dalla macchina. Ma i segni non devono assolutamente uscire dal quadratino. Se ci fate sopra la tradizionale croce, il voto non è valido.

Un altro 30 per cento farà il salto nell'elettronica. Io ho provato quattro diverse macchine (Trakker, Accupoll, Sequoia, eSlate): nelle prime tre si tocca lo schermo, nell'ultima c'è una rotella che funziona come mouse per puntare il candidato da votare e poi si clicca. Sono tutte disegnate con grande pignoleria. Ad ogni passaggio potete controllare cosa avete fatto, tornare indietro. Nelle macchine che ho usato io, c'era anche una stampante che mi forniva una ricevuta. Secondo esperti come Adam Cohen, quella ricevuta dovrebbe poi essere posta in un'urna, per essere utilizzata in eventuali riconteggi. Ma le stampanti costano. Mezza Florida, ad esempio, non le avrà. E questa impossibilità di riconteggio è andata ad aggiungersi a tutti gli esempi orrorifici di irruzioni degli hacker nel sistema, di crash del computer, di collasso del software che hanno circondato di dubbi il voto elettronico. Che ha, però, anche altre incognite. Il sistema, più che gli sportelli del bancomat, ricorda le macchine elettroniche che vendono biglietti nelle principali stazioni ferroviarie italiane. Molti di quelli che le hanno utilizzate per evitare la fila allo sportello hanno avuto modo, soprattutto, la prima volta, di rimpiangere la loro decisione. Per gli anziani, non avvezzi al computer e al bancomat, votare con il dito può risultare incomprensibile.

Altrettanto per chi non ha abbastanza soldi per il computer o per la carta di credito, che serve per gli sportelli virtuali. Facile che si formino code, tanto lunghe da scoraggiare potenziali elettori. A meno di non avere addetti ai seggi svegli ed efficienti. Il problema è che, secondo l'apposita Commissione federale elettorale, ne occorrerebbero, negli Usa, almeno 2 milioni, ma, ad oggi, si è riusciti a reclutarne solo un milione e mezzo. Età media: 72 anni. Per martedì, allacciarsi le cinture.
 
16:09 Telefonate fasulle per ingannare gli elettori
Trucchi telefonici sono stati usati fino all'ultimo minuto dagli attivisti dei due partiti per convincere gli elettori a votare per il loro candidato. Nel New Jersey una serie di telefonate agli elettori sottolineano che Norman Schwarzkopf, il generale responsabile della prima Guerra del Golfo, ha dato il suo sostegno a John Kerry. Il generale, che è un repubblicano, ha protestato per la menzogna. Nel Michigan gli elettori stanno ricevendo telefonate, da parte di una giovane voce femminile, dove viene ricordato che votare per Kerry significa "appoggiare la legalizzazione dei matrimoni gay". Anche questa è una bugia. Kerry non è un sostenitore delle nozze gay. In Pennsylvania almeno una dozzina di anziani hanno ricevuto telefonate dove vengono informati che non hanno il diritto di votare.


repubblica.it
 
Un paese che riscopre la passione

Un Paese che riscopre la passione

2 Novembre 2004

di Lucia Annunziata

Alla fine, chiunque vinca, di questi mesi ricorderemo questo sentimento, bruciante e rinnovatore: questa è stata infatti una campagna elettorale appassionata. Divisa, irridente, senza scrupoli ma, soprattutto, appassionata. I numeri da soli bastano a descrivere questo clima: nel 2000 votarono 105 milioni di persone, una quota elettorale intorno al 40 per cento; nel 2004 si sono iscritti a votare 156 milioni - entrano cioè nell’arena elettorale 50 milioni di cittadini che vogliono scegliere, l’equivalente elettorale di una intera nazione europea. Con loro risale la percentuale di voto al 60 per cento, toccando una quota che in questo Paese è stata raggiunta, non a caso, solo nel 1968.

Il peso di questi 50 milioni si è sentito: nei pienoni delle manifestazioni, nell’aumento di diffusione dei giornali, nel moltiplicarsi dei siti internet e del loro uso, nella quantità di spot. Ma soprattutto si è sentito nell’aperta disponibilità, ormai inusuale in un Paese a lungo guardingo e indifferente, a dire la propria opinione e a schierarsi. Si sono schierate così testate come il venerando New Yorker che nei suoi ottanta anni di vita non lo aveva mai fatto (per Kerry), e star del disimpegno come Eminem (per Kerry); si sono divise organizzazioni e fasce sociali di solito bipartisan o solidamente a favore di un partito o di un altro: i Veterani del Vietnam (a favore di Bush), i neri e gli ebrei (molti passati a favore di Bush) e le donne (molte passate a Bush); e sono ricomparse vecchie definizioni politiche: gli studenti (tornati alla militanza in massa, in maggioranza a favore di Kerry) e la classe operaia (divisa).

I giornali sono stati attraversati da una tempesta: 36 quotidiani hanno abbandonato Bush per Kerry e 9 Kerry per Bush. Il tutto è stato mescolato e poi lanciato in orbita da uno strepitoso fiorire della satira: un telegiornale serale di satira su Comedy Channel ha raggiunto i 2,9 milioni di spettatori (il New York Times, per dire, ne ha 1,7 di diffusione). Il dibattito interno dei partiti è finito: Ralph Nader è stato mandato alla malora, con solo un 1 per cento di favori, mentre i neocons, dichiarati in declino, hanno ripreso tutto il loro ruolo attraverso la risalita di Karl Rove come stratega di Bush.

Nel 2000 si votò sotto l’impatto dell’apatia, del distacco dalla politica. L’11 settembre ha choccato il Paese, la guerra oggi lo spinge a ridefinirsi. E nella passione per la propria scelta l’America, almeno per un po’, sembra essersi lasciata alle spalle anche la sua immagine di soli pochi anni fa: l’America del troppo - troppi giocattoli, troppi consumi, troppe ricchezze in Borsa, troppa tecnologia e troppo prozac - afflitta da narcisismo e indifferenza.


lastampa.it
 
TROVATE MACCHINE ELETTORALI CON DENTRO 2000 VOTI

USA: VOTO, TROVATE MACCHINE ELETTORALI CON DENTRO 2000 VOTI
(ANSA) - WASHINGTON, 2 NOV - A Filadelfia sono state trovate,
all'apertura dei seggi, alcune macchine elettorali già
contenenti un totale di duemila voti, rivela il sito Internet
'Drudge Report'.
I voti sono stati scoperti dai funzionari elettorali che
stavano aprendo i seggi. Non è chiaro se la presenza dei voti
nei macchinari sia dovuta ad un mancato riazzeramento (un
fattore quindi accidentale) o invece ad un tentativo di frode.
I macchinari sono situati in diverse aree di Filadelfia
(compresi una scuola e una sede dell'Esercito della Salvezza),
la più grande città della Pennsylvania, uno degli stati
chiave delle elezioni.
Sempre secondo il Drudge Report una pistola è stata trovata
in uno dei seggi facendo scattare l'intervento della polizia,
che ha isolato il luogo per indagare sull'incidente.
(ANSA).
 
Certo che i lettori di Repubblica farebbero la felicità di Kerry :-D

1099412373sondaggiorepubb.jpg
 
Kerry: "Riportare al tavolo tutti i paesi"

da Repubblica.it:

17:33 Teresa Heinz ha votato in Pennsylvania
Ha votato in Pennsylvania, da sola, come previsto (il marito vota infatti nel Massachusetts, a Boston), Teresa Heinz, la moglie di John Kerry. La Heinz, vestita di verde, ha salutato i presenti con un inchino.


17:31 Kerry mobilita Wisconsin
John Kerry porta a porta nel Wisconsin per reclutare all'ultimo momento potenziali elettori. La legge del Wisconsin permette di registrarsi all'ultimo momento, anche prima di entrare nel seggio.


17:30 Bush, sosta nell'Ohio
Il presidente George W. Bush è arrivato a Columbus in Ohio per ringraziare quanti, nello stato campo di battaglia del Midwest, hanno votato per lui. La tappa a Columbus è stata aggiunta all'ultimo momento nell'itinerario del presidente diretto a Washington. Con Bush la First Lady Laura che, secondo fonti della Cnn, avrebbe convinto il presidente dell'opportunità politica della sosta.


17:05 Filadelphia, trovate macchine elettorali con dentro 2000 voti
A Filadelfia sono state trovate, all'apertura dei seggi, alcune macchine elettorali già contenenti un totale di duemila voti, rivela il sito Internet Drudge Report. I voti sono stati scoperti dai funzionari elettorali che stavano aprendo i seggi. Non è chiaro se la presenza dei voti nei macchinari sia dovuta ad un mancato riazzeramento (un fattore quindi accidentale) o invece ad un tentativo di frode. I macchinari sono situati in diverse aree di Filadelfia (compresi una scuola e una sede dell'Esercito della Salvezza), la più grande città della Pennsylvania, uno degli stati chiave delle elezioni.


16:23 Kerry: "Riportare al tavolo tutti i Paesi"
"Abbiamo bisogno di un comandante in capo che sappia come portare altri paesi al tavolo" del confronto, ha insistito oggi Kerry che più volte, durante la campagna elettorale, ha accusato Bush di avere isolato gli Stati Uniti decidendo di agire in Iraq con l'appoggio soltanto di pochi fedelissimi paesi. Il candidato democratico ha ammesso che, in caso di elezione, il suo lavoro non sarà facile. "Non sto dicendo che questo sia un letto di rose, abbiamo davanti alcune scelte difficili", ha sottolineato. L'importante è che vi sia "un nuovo inizio", un "cambiamento di direzione": "Vogliamo riportare verità e buon senso nelle decisioni in questo paese", ha detto.
 
Elezioni Usa, questa volta ho votato anch'io

da libertaegiustizia.it:

Elezioni Usa, questa volta ho votato anch'io
Filippo di Robilant
02/11/2004

Benché cittadino americano dalla nascita, quest’anno ho votato per la prima volta alle elezioni presidenziali.
Essendo un “absentee voter”, non mi ero mai preso la briga, nelle tante tornate elettorali precedenti, di recarmi in ambasciata per sottopormi alla necessaria trafila.
Questa volta non era possibile sottrarsi: ho voluto che il mio voto fosse contato (o, meglio, che contasse). Come eloquentemente scritto nel recente editoriale del New Yorker pubblicato anche su questo sito, George W. Bush e la sua Amministrazione hanno rappresentato una catastrofe innanzitutto morale e politica, finendo per mettere a nudo le debolezze dell’America e per questo rendendola più vulnerabile.
Il fatto sorprendente è che c’è voluto un solo mandato, solo quattro anni, per compiere un disastro di tale portata: l’imbroglio delle elezioni nel 2000, l’arrogante unilateralismo in politica estera, le bugie sulle armi di distruzione di massa e il disastro post bellum in Iraq, una politica fiscale votata a favorire le fasce alte a danno dei meno abbienti, una politica ambientale sfacciatamente ispirata dalla lobby delle industrie più inquinanti, un deficit federale record di 600 miliardi di dollari, una perdita secca nell’occupazione, il Patriot Act che ha dato il via libera a violazioni della privacy senza precedenti, i casi Guantanamo e Abu Ghraib, lo stop alla ricerca scientifica più innovativa e promettente, l’invadenza del credo religioso negli affari dello Stato, il continuo dividere gli americani tra “buoni” e “cattivi”, tra nemici del terrorismo (i repubblicani) e amici del terrorismo (i democratici)…Insomma, come può la fiducia dei cittadini americani non essere stata messa a dura prova giacché ad essere insidiati sono stati i principi e i valori in cui hanno da sempre creduto?
Per questo lascia di stucco sentire che i due candidati erano fino all’ultimo a caccia degli “indecisi”: possono ancora esserci degli “indecisi” tenuto conto dell’estrema polarizzazione tra i due schieramenti?
Grazie dunque all’attivismo del Partito Democratico, è stata questa volta più agevole per gli “expats” votare senza passare attraverso le ambasciate e le sedi consolari, nei cui confronti è stata espressa una certa malcelata diffidenza dagli stessi democratici essendo da quattro anni tutti i capi-missione repubblicani (sic!). Ebbene è stato sufficiente accedere ad uno dei tanti siti approntati dai democratici (tellanamericantovote.com oppure myvotecounts2004.com oppure overseasvote2004.com) per registrarmi come elettore presso l’ufficio elettorale più vicino al mio ultimo indirizzo negli USA.
Dopo qualche giorno è arrivato per posta il “absentee ballot” sul quale ho messo l’apposita crocetta, per poi sigillarlo e rispedirlo.
Per chi non ha mai avuto la residenza negli Stati Uniti era lecito mettere l’indirizzo di un parente, sicché è stato uno spasso per i tanti amici nella mia stessa condizione di “dual nationals” scovare zii o lontani cugini nei “Battleground States”, gli Stati in bilico dove ogni voto conta: speriamo che, con questo stratagemma, contribuiremo a dare “A fresh start for America”, ovviamente pasticci elettorali permettendo tenuto conto della montagna di ricorsi già pronti ancora prima della fine dello scrutinio…
 
Allarme biochimico in seggio New Jersey

da Repubblica.it

17:56 Allarme biochimico in seggio New Jersey
Un allarme biochimico è scattato in un seggio elettorale del New Jersey dopo che uno sconosciuto ha lanciato in aria una polverina bianca per poi dileguarsi. Al seggio, situato in una scuola elementare a Mount Laurel, sono state subito chiamate le squadre di emergenza. L'edificio è stato evacuato, gli esperti stanno esaminando la sostanza bianca.


17:41 Affluenza rallenta a metà giornata
Verso la metà dell'Election Day negli Stati Uniti, almeno sulla Costa Atlantica, L'affluenza alle urne è un po' rallentata come previsto. I momenti di massima affluenza sono, tradizionalmente, al mattino presto, prima che la gente vada al lavoro, e la sera, quando la gente esce dal lavoro. Il rallentamento è stato particolarmente evidente in alcune contee della Florida, uno degli Stati, però, dove più gente ha votato in anticipo o per corrispondenza. Mancano, finora, dati ufficiali di ogni tipo.
 
Se vince Bush
Un’America ancora d’attacco

di GIANNI RIOTTA

Quando la Casa Bianca era solo un sogno per George W. Bush, John Bolton, intellettuale neoconservatore osservò: «È un grave errore per noi credere nel diritto internazionale, anche se sembra favorire i nostri interessi a breve, perché invece, a lungo raggio, chi difende il diritto internazionale vuole in realtà solo legare le mani agli Stati Uniti». Bolton è stato poi nominato viceministro degli Esteri e la sua filosofia unilaterale ha permeato l'intera amministrazione Bush. La diffidenza per Onu, alleati e istituzioni internazionali è scelta che viene da lontano e che segnerà anche l'amministrazione Bush II. Secondo Philip Gordon, direttore del Centro per gli Usa e l'Europa di Brookings Institutions, è possibile che Bush nomini come segretario di Stato, al posto del moderato sconfitto Colin Powell, la dura signora Condoleezza Rice, lasciando al suo posto il ministro della Difesa Rumsfeld, responsabile del fallimento del dopoguerra in Iraq, e scegliendo come consigliere per la sicurezza nazionale il neoconservatore Paul Wolfowitz. Un modo per dire al mondo: noi tiriamo dritto, non abbiamo nulla da cambiare.

Del resto la vera chance di mostrarsi «magnanimo nella vittoria», come suggerito da Churchill, Bush l'aveva avuta alla fine della guerra lampo, quando malgrado le previsioni contrarie il regime del dittatore Saddam Hussein era caduto senza affanni. Allora si potevano aprire i contratti agli europei e seguire il consiglio raziocinante dell'alleato Tony Blair, chiedere al premier israeliano Ariel Sharon una mano nei negoziati con i palestinesi, come pegno per averlo liberato del nemico numero 1. Non è mancata la diplomazia, Rumsfeld provò a trattare perfino con Saddam nel 1983, ha vinto la filosofia di Bolton: facciamo da soli. Una seconda presidenza senza un «mandato», un chiaro successo di voti, potrebbe però convincere il presidente a più miti consigli. Perfino Robert Kagan, il saggista neocon che è diventato famoso con lo slogan, garrulo e fasullo, «gli Americani vengono da Marte e gli Europei da Venere», comincia ad avere nostalgia per i figli della Dea dell'amore. Nella nuova prefazione al suo celebre saggio, Kagan ritratta i toni bellicosi: «Per contrastare le minacce globali gli americani hanno bisogno della legittimità che solo l'Europa può dare». Lo stallo in Iraq e la dispersione delle truppe americane in quel teatro accentuano la diaspora nella coalizione di Bush. Charles Krauthammer, editorialista di destra del Washington Post, insiste nel proporre agli Usa il destino unilaterale ma viene affrontato in un duro tackle intellettuale da Francis Fukuyama, teorico della «fine della Storia»: «Krauthammer non capisce da dove deriva la legittimità per gli Stati Uniti. Per essere il guardiano globale dobbiamo avere legittimità e nessuno ci ha concesso, finora, questa autorità».

Legittimità: ecco la parola chiave del 2005, sia per Bush che per Kerry. Per il presidente uscente, è problema duro, perché troppi rapporti sono usurati. Il Wall Street Journal esagera nel ritenere che sia proprio l'Onu, tramite il capo della commissione nucleare el Baradei, ad avere girato al New York Times e alla Cbs la soffiata sull'esplosivo scomparso in Iraq, pur di nuocere a Bush. Ma il dialogo con Kofi Annan è impossibile, dopo che la destra ha cercato — non senza successo—di coinvolgere il figlio del segretario generale nello squallido scandalo «oil for food» che inquina il Palazzo di vetro.
Walter Russell Mead, autore del brillante saggio «Potere, terrore, pace e guerra» appena tradotto da Garzanti, spiega: «Voi europei non dovete però ritenervi al centro del mondo. Bush è in difficoltà nell'Atlantico, ma ha buoni rapporti con Russia, Cina, Giappone e India. Il pianeta si muove in fretta, attenti a non restare indietro». Così Bush, si ammorbidisca o resti unilaterale, attenderà le elezioni in Iraq per poi passare ai due dossier velenosi, Nord Corea e Iran che si dotano di armi nucleari. Con Teheran potrebbe farsi aiutare da Berlino, Parigi e Londra, con Pyongyang da Pechino e Tokyo, ma invece potrebbe restare solo e invischiato. Saranno giorni in cui la crisi di legittimità denunciata da Fukuyama sarà drammatica e l'arma solitaria impugnata da Bolton spuntata.

In casa un Bush vincitore per un soffio faticherà a far confermare le leggi dure del Patriot Act con l'opposizione sulle barricate e altrettanta resistenza incontrerà per i tagli fiscali. Le tre riforme che gli stanno a cuore, pensioni, tasse ed emigrazione, hanno bisogno di maggioranze larghe al Congresso. E se lo spirito resta quello bellicoso dell'ultimo giorno di campagna, ogni voto a suo favore dei parlamentari democratici sarà trattato come alto tradimento. Bush ha avuto un'occasione unica per unire il Paese, dopo l'11 settembre 2001, e l'ha ignorata. Ancor meno facile che ci riesca nel secondo mandato, sospinto a destra dai suoi, braccato a sinistra dai democratici.
 
Se vince Kerry
Alla ricerca di una legittimità

di GIANNI RIOTTA

La luna di miele del presidente John Kerry con il mondo durerà fino al primo giorno d'estate 2005, non oltre. Per allora, se eletto, il candidato democratico dovrà avere sfruttato l'operazione simpatia, confortato il segretario dell'Onu Kofi Annan, rassicurato gli europei che la stagione sprezzante dei falchi è finita e dimostrato a Putin a Mosca, Hu Jin Tao a Pechino e al premier Singh in India, che non possono approfittarsi del nuovo inquilino alla Casa Bianca. Nel frattempo, Kerry dovrà gestire un elettorato che non ha mai dimostrato di amarlo. Le elezioni in Iraq sono in calendario nei giorni ultimi dell'amministrazione Bush, subito dopo Kerry avrà il suo tragico da fare. Dovrà cercare al Congresso 70 miliardi di dollari per le operazioni in Iraq e in Afghanistan, e i senatori repubblicani gli daranno filo da torcere, rinfacciandogli il voto contrario ai fondi per le truppe. Se la presa di Falluja, in programma per le prime ore dopo il voto, fallisse, la guerriglia strisciante diverrà un incubo, fantasma dei giorni di gioventù in Vietnam.

Kerry non si ritirerà dall'Iraq, e proverà anzi a mandare altre truppe e mettere a segno un colpo contro Al Qaeda. Sarebbe il modo perfetto per dimostrare all'opinione pubblica che non è il «mollaccione» caricaturato in campagna. Ma la sua vera, prima sfida, sarà quella fallita da Bush, unire un Paese rancoroso e spaccato. Potrebbe cominciare con le nomine giuste, magari un repubblicano moderato, come John McCain o Chuck Hagel alla Difesa (entrambi diranno no, con l'occhio alla Casa Bianca 2008), il finanziere Altman all'economia, evitando uomini troppo progressisti. Kerry ricorda bene i primi fiaschi di Bill Clinton, perseguitato dalla sinistra sulla questione dei gay nell'esercito, di una donna ministro della Giustizia e della riforma sanitaria. Ascolterà tutti, com'è nel suo carattere, poi proverà a governare dal centro. In Iraq il piano è internazionalizzazione del conflitto, quindi il centralino della Casa Bianca giostrerà l'ordine delle chiamate, dopo la vittoria, con garbo ed equilibrismo. In testa Tony Blair, fido alleato di Bush in guerra ma in pace assai più vicino a Kerry. Quindi i potenti della globalità, Cina, India, Giappone, Russia. Poi gli alleati indisposti, Chirac a Parigi e Schröder a Berlino, sapendo però che l'ostilità dell'Eliseo contro l'«hyperpuissance americaine», lo strapotere americano, cominciò con il ministro Hubert Vedrine, quando governava ancora Clinton. A questo punto toccherà ai polacchi e a Silvio Berlusconi «Kerry non vuole che gli italiani vadano via dall'Iraq e il credito raccolto dal governo italiano non andrà disperso con lui» sostiene lo storico Walter Russell Mead. Quanto a Zapatero, in Spagna, toccheranno a Madrid i primi passi di riconciliazione. Sarà la Corte suprema, dove dal presidente Rehnquist in giù parecchi giudici sono anziani o ammalati, a fare da previsioni del tempo per le scelte di Kerry: un giudice moderato segnalerebbe un'amministrazione di unità nazionale, un giudice progressista, soprattutto sulle questioni della sessualità, una svolta radicale.

Inutile almanaccare sui protocolli di Kyoto sull'ambiente, la Corte penale internazionale e il trattato sui test nucleari, Kerry non avrà i numeri in Congresso per ratificarli e il suo pragmatismo non lo porterà a scontri ideologici. Possibile invece lo sforzo su una nuova politica energetica, niente trivellazioni per il petrolio in Alaska e una trattativa verso un Kyoto II. Sul deficit, che potrebbe arrivare al'8% del prodotto lordo entro il 2010 (fonte Hbsc), Kerry sarà combattuto. Le sue speranze di dare finalmente una mutua sanitaria ai 40 milioni di americani, bimbi inclusi, che ne sono sprovvisti non sono gratis, le tasse che imporrà ai contribuenti oltre i 200.000 dollari (170.000 euro) l'anno non basteranno a coprirli, e il ricordo del pareggio del bilancio di Clinton lo spingerà a qualche rigore.

Perché mai dunque, con politiche non troppo dissimili, la scelta tra Kerry e Bush è tanto radicale? Perché, come scrive lo studioso Anatol Lieven nel saggio America right or wrong la faccia che il Paese propone come interlocutore al mondo sarà cruciale. Kerry vuol ridare all'America un volto «legittimo», persuaso da Robert Tucker e David Hendrickson sulla rivista Foreign Affairs: «La legittimità internazionale è al primo posto nella storia della nostra politica estera. La guerra in Iraq ha distrutto la credibilità e il rispetto per l'America... Bush ha minato la fede di Washington nel diritto internazionale... tornare indietro sarà lungo e difficile». Kerry ci proverà, ma se la metà del Paese che lo detesta, i capricci parigini sulla rivalità euro-americana, la deriva totalitaria di Putin, la corsa economica di Pechino e le crisi aTeheran e Pyongyang, lo impiglieranno, la sua luna di miele sarà breve e amara. E qualunque successo contro i ribelli a Bagdad o Al Qaeda al confine con il Pakistan, si rivelerà effimero.
 

Users who are viewing this thread

Back
Alto