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Nella crisi l’istinto tradisce l’investitore. I “trucchi” per contrastare gli errori della mente
Il cervello può giocare brutti scherzi, anche quando lo applichiamo alla finanza. I sostenitori della teoria dell'homo oeconomicus lo vorrebbero razionale, capace di massimizzare informazioni e investimenti. La realtà è ben diversa.
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di Vittorio Carlini
6 min
Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore
Il cervello può giocare brutti scherzi, anche quando lo applichiamo alla finanza. I sostenitori della teoria dell'homo oeconomicus lo vorrebbero razionale, capace di massimizzare informazioni e investimenti. La realtà è ben diversa. In particolare nelle crisi come l'attuale e soprattutto rispetto ad operatori di Borsa non professionisti.
L’istinto domina
«Attraverso la risonanza magnetica funzionale - spiega il professore Matteo Motterlini, dell'università Vita-Salute del San Raffaele di Milano - è stato mostrato che negli investitori non esperti, prima dell'acquisto di un’azione o di un’obbligazione, non si attiva la parte di cervello pre-frontale». Vale a dire: quella che ci contraddistingue quali esseri umani evoluti.
«Al contrario, nella compravendita di un titolo azionario, gioca un ruolo fondamentale l’area limbica, che “condividiamo” con i mammiferi e rettili. In questo caso viene interessato il centro della ricompensa - ricco di dopamina - che normalmente si attiva nelle attività
legate al sesso, alle droghe o alle patologie del gioco d'azzardo». Insomma, l’impulso decisionale non è di pertinenza della parte del cervello più “razionale”. Tutt’altro: viene coinvolta la zona più “istintiva”, ancestrale.