Giunto a Roma nel
1962, Braibanti continua la sua ricerca e per un anno e mezzo chiede e ottiene la collaborazione dell'amico Giovanni Sanfratello, un giovane di 23 anni che aveva conosciuto nel periodo del laboratorio artistico del torrione Farnese di
Castell'Arquato: “...mi sono spostato a Roma, e Giovanni Sanfratello mi accompagnò, perché venendo a Roma poteva difendersi meglio dalle pressioni assurde del padre, dovute a ragioni religiose, ideologiche e politiche. I Sanfratello, anche loro piacentini, erano ultraconservatori, cattolici e tra i più fascisti, e non riuscivano ad accettare che il loro figlio potesse scegliere una vita tanto diversa dalla loro”
[12]. Il 12 ottobre del
1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, presenta denuncia alla
Procura di Roma contro Braibanti avendo trovato in modo non chiaro la collaborazione ambigua di un
Pubblico Ministero: l'accusa è di "
plagio".
In pratica Braibanti veniva accusato di aver influenzato il figlio e di avergli imposto le proprie visioni e i propri principi. I primi di novembre quattro uomini irrompono nella pensione romana in cui i due erano ospitati e portano via Giovanni con la forza, in una macchina dove era presente anche il padre: Giovanni sarà trasferito prima a Modena in una clinica privata per malattie nervose, poi al manicomio di Verona dove subirà “un grande numero di elettroshock e vari shock insulinici. Tutto questo contro la sua volontà, tenendolo isolato dai suoi amici, dai suoi avvocati e da chiunque avesse ascoltato le sue ragioni” (come scrisse
Alberto Moravia, nel testo intitolato
Sotto il nome di plagio). Giovanni dopo 15 mesi di internamento fu dimesso, con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che avessero non meno di cento anni. Giovanni Sanfratello, nonostante tutto, al processo dichiarò di “non essere stato soggiogato dal Braibanti”
[13].
Ma quelli che denunciavano un fantomatico plagio, non hanno dato nessun valore alle dichiarazioni spontanee di Giovanni. Il
pubblico ministero arrivò a dichiarare che: “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”
[14]. Viene dato peso invece alla dichiarazione di un giovane col quale Aldo Braibanti aveva fatto alcuni viaggi lungo l'Italia nell'estate del
1960. Piercarlo Toscani, che all'epoca dell'incontro aveva 19 anni, lo accusò dichiarando tra le altre cose: “il Braibanti aveva tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche, cioè comunismo in nome di una libertà superiore e ateismo [...] cominciò ad impedirmi le letture di svago a me usuali […] tali impedimenti non erano su basi di una prepotenza esteriore, ma sulla base di una prepotenza interiore, intellettuale, che è molto più forte dell'altra”
[15]. Alcuni giornali della destra ufficiale si scagliano contro quello che chiamano “il professore”, “il mostro”, “l'omosessuale”.

Braibanti in aula, attesa della sentenza
Dopo un processo durato 4 anni, nel
1968, Aldo Braibanti viene condannato a nove anni, che in appello diventano sei. Scontò due anni di carcere e due gli furono condonati perché partigiano della resistenza. Fu il primo e l'unico ad essere condannato per plagio, reato introdotto dal fascismo col
Codice Rocco. Questo reato non è mai stato presente in nessun codice del mondo. Di conseguenza questa condanna ha avuto una grande eco nella stampa internazionale che condannò il processo. Tranne un giornale sud-americano dichiaratamente di estrema destra.
La condanna suscitò ampia eco in tutta Italia, a favore di Braibanti si mobilitarono
Alberto Moravia,
Umberto Eco,
Pier Paolo Pasolini,
Marco Bellocchio,
Adolfo Gatti,
Giuseppe Chiarie e numerosi altri intellettuali e uomini di cultura. Si mobilitarono anche i
radicali di
Marco Pannella. Il processo rivelò infatti rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l'estremo tentativo del vecchio ordine sociale di imporre i propri valori contro la marea montante del Sessantotto. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto in altre nazioni, nella storia italiana ogni variante sessuale è stata usata giudiziariamente per fini politici di destra. Braibanti fu scelto come "capro espiatorio" in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche irregolare secondo l'ufficialità dei rapporti sessuali di quell'epoca, in un periodo in cui ogni variazione sessuale era giudicata "indifendibile" (in quanto "degenerazione piccolo borghese") anche in alcune ristrette frange della sinistra ufficiale. La sua era quindi, da un certo punto di vista propagandistico, una figura "indifendibile", utile per dimostrare che i comunisti stavano corrompendo la gioventù italiana e i valori famigliari tradizionali. Va inoltre notato che la controversa legge sul plagio, introdotta nel codice penale durante il periodo fascista proposto da Rocco, portò nel dopoguerra ad una condanna in questo unico caso e fu successivamente abolita, senza essere più stata applicata, grazie all'infuocato dibattito scatenato dalla sua condanna, con sentenza della
Corte costituzionale n. 96 dell'8 giugno 1981.
Subito dopo la sentenza
Pier Paolo Pasolini scriverà: “Se c'e un uomo «mite» nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l’accusa, pretestuale, di plagio? Il suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l’è scelta e voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente, letteraria... Invece egli si è rifiutato d’identificarsi con qualsiasi di queste figure - infine buffonesche - di intellettuale.
[16]
Carmelo Bene, dirà nel 1998: "Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l'Italia. Fu condannato a undici anni, per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne... Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l'intellettuale migliore che avesse l'Italia all'epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent'anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri"
[17]. Mentre lo stesso Braibanti in “Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti” ricorderà trentacinque anni dopo: “quel processo, a cui mi sono sentito moralmente estraneo, mi è costato due nuovi anni di prigione, che però non sono serviti a ottenere quello che gli accusatori volevano, cioè distruggere completamente la presenza di un uomo della Resistenza, e libero pensatore, ma tanto disinserito dal mondo sociale da essere l'utile idiota adatto a una repressione emblematica. Purtroppo la colpevole superficialità di gran parte dei media ha cercato da allora di etichettarmi in modo talmente odioso che per reazione ho finito col chiudermi sempre più in un isolamento di protesta, fuori da ogni mercato culturale”.
Gli anni in prigione
In prigione Braibanti continua la sua attività di poeta, scrive un'opera teatrale dal titolo
L'altra ferita in cui riporta in chiave moderna l'avventura del Filottete di
Sofocle che verrà rappresentata da
Franco Enriquez nel 1970, con la musica elettronica di
Pietro Grossi e le scenografie di
Lele Luzzati. Altri scritti furono inseriti nella raccolta di saggi pubblicata sempre nel 1970, a cura della Finzi-Ghisi, che ha come titolo
Le prigioni di stato.
Le opere dal 1971 a oggi
Uscito di prigione, riprende il ciclo di
Virulentia, ma presto lo abbandona per un nuovo ciclo di laboratorio teatrale,
Ballate dell'Anticrate, che diventano presto anche una serie di sceneggiati radiofonici, preceduti da
Lo scandalo dell'immaginazione e seguiti dalle
Stanze di Azoth. Braibanti porta avanti il lavoro teatrale come un laboratorio e le varie opere sono legate da “una sorta di canone infinito, che faceva di tutte le opere teatrali una sola proposta continua”
[18]. Per questo i suoi spettacoli non avevano repliche, ma rappresentazioni uniche che Braibanti interpreta come “il momento di saturazione del laboratorio”
[19]. Così accade a opere come
Il Mercatino, presentato a
Cagliari negli anni settanta, a
Theatri epistola, presentato a Segni negli anni ottanta.
Nel 1979, in occasione di una mostra di assemblages a Firenze pubblica l'opera-catalogo
Objets trouvés, sempre negli anni ottanta collabora con la rivista “Legenda” nella quale pubblica sette prose d'arte. Il 1988 è l'anno della pubblicazione dell'
Impresa dei prolegomeni acratici (Editrice 28, 1988) un testo dalle tematiche variegate: “della critica storica e di una rifondazione della pedagogia, ma soprattutto descrivo la crisi di sviluppo che mi ha portato fuori dalla psicoanalisi classica, per indirizzarmi coerentemente verso una interpretazione del comportamento più strettamente biologica”
[20].
Impresa dei prolegomeni acratici vuole mettere in luce la crisi del linguaggio. “Il linguaggio è una fotografia dell'uomo: come l'uomo tutte le parole nascono, vivono e muoiono”.
[21] Nel 1985 scrive la sceneggiatura per il film
Blu cobalto per la regia di
Gianfranco Fiore Donati e l'interpretazione tra gli altri di
Anna Bonaiuto ed
Enrico Ghezzi. Il film, presentato al
festival di Venezia, riceve un premio dalla Fice (Federazione italiana cinema d'essai) e dalla Lega Cooperative.
Nel 1991 pubblica
Pellegrinaggio a Rijnsburg nella sezione musicale della
Biennale di Venezia. Nel 1998 esce
Un giallo o mille con testi poetici e collages. Del
2001 è
Frammento Frammenti (edizioni Empirìa) che raccoglie gran parte delle sue poesie dal 1941 al 2001. Nel 2003 viene pubblicato
Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti (edizioni Vicolo del Pavone) un lungo dialogo con
Stefano Raffo in cui Braibanti ripercorre la sua vita e il suo lavoro di pensatore libertario: “chiamo “libertario” chi non si rifugia in una teoria dei “valori”, e riesce senza angoscia a rimettere sempre tutto in discussione. […] Ogni conoscenza degna di questo nome si muove, attraverso una memoria selettiva, verso le interminabili praterie del non conosciuto, negando drasticamente ogni tentazione di inconoscibilità. Ne consegue una totale relatività di ogni verità, di ogni etica, di ogni estetica. Etica e conoscenza si identificano nel rispetto e nella difesa della vita”.
Tra i suoi video
Orizzonte degli eventi realizzato negli anni Ottanta. Nel 2005 gli viene comunicato uno sfratto dalla sua casa in via del
Portico d'Ottavia a
Roma, in cui viveva da quarant'anni, una vecchia casa popolare malandata in cui Braibanti viveva con la pensione sociale minima: viene creato un “Comitato pro Braibanti”, e alcuni parlamentari de
L'Unione (tra cui
Franco Grillini e
Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla
legge Bacchelli, concesso il 23 novembre 2006 dal
secondo governo Prodi. Nel 2008 lo stabile in via del Portico d'Ottavia viene acquistato dalla famiglia
Fuksas e poco tempo dopo Braibanti e la sua libreria composta da migliaia di volumi sono costretti ad abbandonare la casa. Gli ultimi anni Braibanti li passa a
Castell'Arquato, continuando senza riuscire ad ultimare le opere il
Catalogo degli amuleti, il
Nuovo dizionario delle idee correnti, il video in lungometraggio intitolato
Quasi niente.
Muore per arresto cardiaco il 6 aprile 2014, all'età di 91 anni.