Operatività Indici & Futures - Open - Cap. 2

Ora facciamo questa affermazione, per assurdo:
non è il gesto che è importante, ma il carico emotivo.
Non è importante perché hai ucciso, ma perché lo hai fatto. In quale condizioni lo hai fatto.
Detta così equivale a dire che non è importante che abbiamo ucciso, ma cosa provavamo in quel momento.
 
Certo, dal punto di vista di colui che ha perso la vita per colpa nostra, le motivazioni che ci hanno spinto a quel gesto sono di poco conto: lui è morto, noi no!
 
Eppure lo stesso codice di procedura penale distingue l'omicidio, il gesto, in diversi gradi a seconda delle "condizioni" con cui si è svolto. Ad esempio è più grave la premeditazione dell'omicidio colposo.
Ed è giusto che sia così.
 
Regola: perché un'azione, un gesto, si possa dire completamente compiuto devono avverarsi quattro condizioni:

1. decidere di compiere l'azione
2. individuare l'oggetto dell'azione
3. compiere l'azione
4. provare compiacimento nell'aver portato a termine l'azione

Ci sono tre aspetti fondamentali:

A. preparazione dell'azione
B. l'azione
C. il completamento dell'azione stessa
 
Nel primo punto riconosciamo il soggetto. Ad esempio il partner.
Nel secondo sviluppiamo l'intenzione di ucciderla. Qui intervengono in modo determinante le emozioni che abbiamo visto prima: rabbia, odio, attaccamento, senso del possesso.
L'attaccamento si è generato dall'idea distorta che l'altro sia di nostra esclusiva proprietà. Qui ci confondiamo completamente e trattiamo le cose del mondo come se fossero un nostro prolungamento. L'altro è alla stregua delle cose che possediamo, sullo stesso piano della macchina, della casa, o di una cravatta: l'altro, il partener, è l'oggetto di soddisfazione dei nostri desideri; la base della possibilità di essere felici.
Lo abbiamo ridotto a cosa fra le cose.
Da questo attaccamento nasce la rabbia che si trasforma in odio allor quando diventa evidente l'errore commesso: l'altro non è cosa fra le cose, ma dal suo lato anch'egli è portatore delle nostre stesse esigenze. E ci vede come luogo di soddisfazione dei suoi desideri. Quando questi due intenti non si incontrano più, il legame si spezza. E nasce la separazione. Entrambi abbiamo vissuto in un sogno, commettendo un errore micidiale: porre nelle cose del mondo la nostra possibilità di felicità
 
Ma le cose del mondo sono impermanenti. Periture. In continuo cambiamento. Non è possibile porre in questo tutta la nostra possibilità di riuscita nella vita.
Donde la rabbia quando l'elastico si rompe.
La motivazione che scaturisce dall'attaccamento e che si trasforma in odio se non controllata porta al terzo stadio
 
Il terzo stadio comporta l'azione effettiva: uccidiamo il partner poiché solo così potremo ripristinare il controllo dato dall'emozione che abbiamo definito "senso del possesso". Solo così potremo ritrovare la felicità tanto minacciata.
Qui siamo andati completamente nel pallone.
Eppure se applicassimo gli antidoti al terzo stadio saremo ancora in tempo. Non a tornare indietro, ormai il gesto è compiuto, ma a non famigliarizzarci con le emozioni che abbiamo provato nei primi tre stadi. Saremo ancora in tempo a non far sedimentare questo comportamento: subiremo, volontariamente, le conseguenze del nostro gesto espiando le colpe ma saremo, dopo, liberi di ripartire.
Eppure praticamente nessuno si ferma a questo stadio, e passa al quarto
 
Il quarto stadio è il completamento dell'azione: il riconoscimento del gesto compiuto e il provare una emozione di soddisfazione\liberazione.
 
Quando ci sono tutti e quattro gli stadi si ha quello che si chiama il completamento dell'effettivo "sentiero" dell'uccidere
 

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