Analisi Intermarket ....quelli che.... Investire&tradare - Cap. 2

Spagna: debito pubblico sale al 94,2% nel 2013, al 99,8% nel 2014


(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 30 set - Il debito pubblico spagnolo salira' al 94,2% del pil nel 2013 e al 99,8% nel 2014, una cifra ben superiore alle previsioni precedenti. Il progetto di bilancio e' stato presentato oggi al Parlamento di Madrid. Il debito spagnolo fino a fine 2011 era relativamente basso (68,5% del pil), poi e' esploso arrivando al 92,2% a fine giugno scorso. Secondo le precedenti stime del Governo il debito sarebbe arrivato al 90,5% a fine 2013.

SAREB FROB ecc costano.. li fanno uscire prima dalla crisi ma caricano lo stato almeno parzialmente di debito...
 
si ma mi limitavo a far notare che dire che siamo ai livelli del 2007 con gli indici dei periferici alle stelle, rispetto a oggi, implica il dire che c'è una concentrazione di flussi.

Certo, mentre sul dax i flussi hanno continuato ad assistere il trend da noi si sono solo ripresentati da qualche mese e sono ancora ben sotto i livelli visti nel periodo pre 2007.. è per quello che non si percepiscono perfettamente... ;)
 
Certo, mentre sul dax i flussi hanno continuato ad assistere il trend da noi si sono solo ripresentati da qualche mese e sono ancora ben sotto i livelli visti nel periodo pre 2007.. è per quello che non si percepiscono perfettamente... ;)

Mà, o sono entrati su quelle non quotate oppure io non vedo nulla ma proprio nulla e parlo di dati di lungo.
 
Buongiorno, vi seguo sempre e credo che da questo blog per chiarezza, profondità delle analisi e capacità previsionali ci sia solo da imparare (Voi, Eugenio Sartorelli, Migliorino, Gaetano Evangelista) . Sono liquido al 50% da luglio e solo ora sto ricominciando ad apprezzare la carta Italiana, se lo spread arriva a 300 bp un ingresso lo provo sicuramente.
 
Bce: Makuch, pronti ad offrire nuova liquidita' al mercato


La Bce mettera' a disposizione nuova liquidita' ai mercati se le banche dell'Eurozona ne avranno bisogno. Lo ha detto Jozef Makuch, governatore della Banca centrale slovacca e consigliere della Bce, durante una conferenza stampa a Bratislava. "La Bce - ha detto - fara' tutto quello che e' necessario. Se c'e' una richiesta di maggiore liquidita' nel mercato, lo faremo, e' il compito della Bce".
 
Come contributo alla discussione odierna (la stampa italiana non la leggo da anni ormai) un Alfonso Tuor del 11/9
Un'Italia nel mondo dei sogni</SPAN>
Si discute di Berlusconi invece di un'uscita dall'euro per risolvere il problema di un debito pubblico in continuo aumento

Una cancellazione di parte del debito pubblico oppure l’uscita dall’euro sono le uniche soluzioni della crisi italiana. Eppure di tutto ciò non si parla. Il Paese è sull’orlo del burrone, ma il Governo sostiene che le prospettive economiche stanno migliorando e che già alla fine di quest’anno si comincerà a manifestare una ripresa dell’economia.

Intanto, l’attenzione dell’opinione pubblica è tutta concentrata sulla possibile decadenza di Silvio Berlusconi e quindi su una possibile crisi di Governo. Insomma, si sta cercando di infondere ottimismo, dimenticando i problemi di un Paese oberato da oltre 2mila miliardi di euro di debito pubblico e di un’economia che – stando all’OCSE – anche quest’anno si contrarrà dell’1,8%. I dati del secondo trimestre di quest’anno indicano che la recessione continua a mordere e che il PIL si è contratto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Ma nessuno vuol guardare al di là del proprio naso. Quindi dimentica allegramente che si devono scovare ben 4 miliardi di euro entro la fine dell’anno per compensare la seconda rata dell’IMU, per finanziare la Cassa integrazione e per evitare l’aumento dell’aliquota dell’IVA. Completamente ignorato è inoltre il problema del debito pubblico che costa solo per il pagamento degli interessi circa 100 miliardi di euro ogni anno. Questi dati di fatto e le incertezze politiche hanno nel frattempo fatto inerpicare i rendimenti dei titoli decennali italiani ad un livello superiore a quello dei titoli analoghi spagnoli.

Mentre a Roma si attende che “lo stellone” salvi l’Italia, sarebbe invece opportuno cominciare a discutere delle prospettive a medio e a lungo termine del Paese, anche perché tutto lascia presagire che si stia esaurendo il periodo di tregua offerto dai mercati finanziari. Inoltre il Paese non è chiamato solo a contenere il disavanzo pubblico al di sotto del 3%, ma a riportare i conti in pareggio e – stando al Fiscal Compact – a riportare il debito pubblico al 60% del PIL nell’arco dei prossimi venti anni. Si tratta – come abbiamo spesso scritto – di un’impresa impossibile. Dunque, per l’Italia già sofferente per le politiche di austerità occorre prendere il diavolo per le corna. E in questo caso le alternative appaiono sostanzialmente due.

La prima è quella di ristrutturare (cancellare) parte del debito pubblico, come ha suggerito il collega Marcello Foa. Infatti si tratterebbe di una specie di Giubileo, in cui si rimettono i debiti. In questo modo si ridurrebbe sostanzialmente il costo del debito (onere per interessi) e si darebbe allo Stato quello spazio di manovra (se accompagnato dalle indispensabili riforme strutturali) per rilanciare l’economia.

Il grande problema di questa soluzione è che oggi gran parte dei titoli del debito sono detenuti dalle banche e dai risparmiatori italiani. Quindi, una ristrutturazione del debito provocherebbe immediatamente una crisi bancaria e un notevole impoverimento soprattutto dei piccoli risparmiatori. Dunque lo Stato sarebbe chiamato a salvare e a ricapitalizzare le banche, annullando in gran parte gli effetti positivi della ristrutturazione del debito pubblico. Si tratterebbe di nuovo di un gioco delle tre carte.

La seconda soluzione è la spaccatura dell’Unione monetaria e l’uscita dell’Italia dall’euro. In questo caso Roma riconquisterebbe la propria indipendenza monetaria e potrebbe monetizzare il proprio debito, come stanno facendo le banche centrali di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna. Inoltre, la probabile svalutazione della nuova moneta italiana ridarebbe fiato alle imprese e soprattutto all’industria di esportazione. Vi sarebbe il pericolo dell’inflazione, ma nelle attuali condizioni economiche del Paese e dell’economia mondiale la spinta al rialzo dei prezzi sarebbe molto probabilmente meno forte di quanto molti temono.

Di tutto ciò non si discute in Italia, anche perché rimettere in discussione il progetto europeo è una specie di tabù. Ma questo atteggiamento è destinato a mutare poiché la crisi dell’euro non è affatto finita. Infatti la Grecia ha bisogno di nuovi aiuti miliardari, in Portogallo diventa sempre più precaria la situazione politica, il Governo irlandese si rifiuta di fare nuovi sacrifici e persino l’Olanda si sta ribellando ai diktat di Bruxelles che chiede una sforbiciata dei conti pubblici.

Tutto lascia prevedere che quest’autunno si riaprirà la crisi italiana e quella dell’euro e che quindi potrebbe maturare un cambiamento di attitudine nei confronti dell’Unione monetaria a tutto beneficio dell’economia del Vecchio Continente.


 
ed un'altro Tuor del 25/9

Italia sull'orlo del precipizio

La probabile crisi del Governo delle larghe intese è destinata a riaprire la crisi dell'euro


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La tranquilla estate dell’euro è agli sgoccioli. Il motivo non è da ascrivere ai risultati elettorali tedeschi, che confermano che la politica europea della Germania non cambierà, ma al rapido deterioramento della situazione economica e politica in Italia, Grecia e Portogallo.

L’Italia rappresenta oggi il rischio maggiore. I nodi stanno venendo al pettine. L’Italia si appresta a finire ben presto sotto il dominio della Troika, come è già avvenuto a Grecia e Portogallo. Il Paese non ha solo un ceto politico inadeguato e incapace, ma ha anche una parte dell’élite economica che è prosperata all’ombra dello Stato, riuscendo solo ad impoverire (e spesso a distruggere) importanti e strategiche attività industriali.

La cessione di Telecom alla spagnola Telefonica è un esempio dell’atteggiamento truffaldino di molti capitani di industria italiani. L’ex monopolista della telefonia è stato privatizzato dal Governo Prodi senza preoccuparsi del suo avvenire. E’ stato in seguito caricato di debiti dalle gestioni di Colannino e Tronchetti Provera con il risultato che oggi viene svenduto agli spagnoli per quattro soldi nella speranza che riescano a servire ben 30 miliardi di euro di debiti.

Dello stesso tenore è la vicenda di Alitalia. Il Governo italiano sta letteralmente pregando Air France di acquistare la compagnia aerea, di cui è già azionista, per non essere obbligato a sottoscrivere i debiti di esercizio accumulati quest’anno. Si può riassumere il tutto in questo modo: una parte dell’economia italiana è in svendita.

E tra poco tempo lo sarà l’intero Paese. Il gioco delle tre carte di Enrico Letta per coprire le mancate entrate della prima rata dell’IMU è stato scoperto da Bruxelles. Il commissario Oli Rehn, in missione a Roma, ha chiaramente fatto capire che la Commissione non accetterà altri artifici contabili per evitare il previsto aumento di un punto dell’aliquota dell’IVA e il pagamento della seconda rata dell’IMU. La crisi di Governo appare dunque imminente, poiché Silvio Berlusconi ha ripetuto che non tollererà un rinvio di queste misure. Dunque, l’esperienza delle larghe intese appare prossima alla fine e il Paese appare destinato a finire sotto il torchio della troika (Commissione europea, Bce e FMI). Infatti l’impegno di mantenere il deficit di quest’anno al di sotto del 3% appare impossibile, poiché la recessione è ben più profonda di quanto aveva previsto il Governo. Quindi Roma è in un vicolo cieco, perché il ricorso ai trucchi contabili appare molto difficile dopo gli avvertimenti di Bruxelles.

Dunque la combinazione di una crisi politica, lo sforamento dei conti dello Stato e la svendita di società strategiche sono destinate, da un canto, a far fibrillare i mercati finanziari e ad aumentare i tassi dei titoli di stato italiani e, dall’altro, a porre Roma di fronte all’alternativa di sottomettersi alla troika oppure alla scelta di uscire dall’euro.

L’esplodere della crisi italiana non porterà probabilmente a nessuno di questi due risultati, ma all’accelerazione della divisione dell’euro in due, che è oggetto (segreto) di studi da parte dei Paesi di Eurolandia. Questa accelerazione è prevedibile anche perché la tensione sociale è destinata pericolosamente a crescere non soltanto in Italia, ma anche in Grecia e Portogallo che necessitano di nuovi aiuti europei.
 

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