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Quanto accaduto sabato 31 gennaio a Torino durante la manifestazione per Askatasuna segna un punto di non ritorno.

Nel centro della città la protesta è rapidamente degenerata:
blindati della polizia incendiati, lanci di oggetti, agenti feriti.

Non si è trattato di dissenso né di libertà di espressione,

ma di violenza organizzata.



Nel pieno degli scontri si è verificato l’episodio più grave e rivelatore:
un poliziotto è rimasto isolato, circondato da un gruppo di manifestanti e aggredito con calci e colpi ripetuti,
trasformato per alcuni interminabili minuti in un bersaglio umano.

Non stava caricando, non stava provocando: stava svolgendo il proprio servizio.
Proprio questo lo ha reso un obiettivo.

È in quel momento che ogni narrazione rassicurante si è definitivamente sgretolata.


Da lì in poi la dinamica è stata chiara.
Le forze dell’ordine hanno dovuto contenere una situazione che non aveva più nulla a che fare con una manifestazione pacifica.

Chi era in strada non difendeva uno spazio culturale né rivendicava diritti sociali: rivendicava lo scontro,
utilizzando la violenza come strumento politico.

I mezzi incendiati e gli agenti colpiti a terra non sono un incidente,
ma l’esito naturale di una strategia di antagonismo radicale.
 
Per anni Askatasuna è stato presentato come presidio sociale e laboratorio culturale.

Ma la cronaca racconta altro: attorno a quel luogo si è strutturato un ambiente
che trasforma sistematicamente le mobilitazioni in scontro fisico.

Quando una protesta finisce con blindati in fiamme e agenti aggrediti,
il mito del “centro sociale” come spazio innocuo cade definitivamente.


I fatti di Torino hanno riaperto una questione che per anni è stata elusa.

Non a caso è intervenuto Stefano Esposito, ex parlamentare del Partito Democratico,
che per sette anni ha vissuto sotto scorta a causa delle minacce dei No Tav.

La sua posizione è netta: “Inaccettabile chi li copre a sinistra” afferma.


Come è inaccettabile chi minimizza o giustifica la violenza quando proviene da aree ideologicamente affini.

È una contraddizione che non regge più:
non si può invocare legalità e diritti e al tempo stesso
chiudere gli occhi davanti a chi usa la forza contro lo Stato.

Quello che oggi vediamo non nasce dal nulla.
 
Per anni, una parte della sinistra ha scelto di alimentare tensioni sociali,
usando toni aggressivi e retoriche di conflitto come strumento per ottenere tornaconto politico.

Si sono create divisioni, si sono esacerbati rancori, si è legittimata una cultura della sfida allo Stato,
tutto in nome di slogan e campagne ideologiche.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

una generazione di militanti
che crede di poter usare la violenza come strumento legittimo.
 
Anche i cittadini hanno il dovere di condannare questi comportamenti,
di non farsi raggirare dai vari Landini di turno, Ras degli scioperi e del caos,
o dai silenzi complici di pseudo politici pronti a difendere interessi di consenso
piuttosto che la sicurezza della comunità.

Non basta indignarsi a distanza: ciascuno deve scegliere da che parte stare,
tra legalità e violenza, tra civiltà e anarchia strumentale.


Il punto è non solo politico, ma istituzionale.

Non esiste alcun diritto di manifestare che includa la violenza,
né alcuna causa sociale che giustifichi l’incendio di mezzi pubblici
o l’aggressione a chi indossa una divisa.

Se un luogo diventa un riferimento stabile per frange violente,
non è più un problema episodico di ordine pubblico,
m
a una questione strutturale che lo Stato ha il dovere di affrontare.


Chi tace o copre diventa complice.

È ora di scegliere da che parte stare.
 
Altro settore, il risultato è lo stesso.

Il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, dottor Giuseppe Amato,
nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, si è messo a gridare “al lupo! al lupo!”
riguardo ai presunti drammatici effetti collaterali della riforma della giustizia voluta da Carlo Nordio.

Come un marziano atterrato sulla Terra il 31 gennaio 2026, quindi poche ore fa,
ergo totalmente ignaro delle croniche storture giudiziarie di casa nostra, ha affermato:


“La separazione delle carriere può porre, a nostro giudizio,
il rischio di avere pubblici ministeri che cercano la ribalta della notorietà
e l’effetto politico degli indizi”
.

Un allarme, invero, stupefacente,
tale da far traballare dio Krònos, visto che,
sprofondando nella più impudente anacronia,
proietta nel futuro il passato e il presente delle procure,
che dal caso Tortora, se non da prima, sino ad oggi,
hanno inseguito, spettacolarizzando l’azione penale
e col supporto acritico e servile dei mass media,
proprio “la ribalta della notorietà” e gli effetti politici.
 
La riforma Nordio è il primo deciso passaggio,
per scongiurare la storica dipendenza non solo dalle correnti,
ma anche da certi partiti comunisti, postcomunisti
e financo da movimenti extraparlamentari, anarcoidi e dichiaratamente eversivi.


I vegliardi come me, se hanno ancora il bene della memoria,
ricordano i dubbi amletici di certi magistrati “organici e dipendenti da” a proposito dei compagni che sbagliavano:


in caso di flagranza di reato che facciamo?

Sanzioniamo o assolviamo, perseguiamo o favoriamo
il rivoluzionario combattente per la nostra causa?


Infine, è doveroso implorare i magistrati combattenti
affinché evitino almeno le messinscena più incresciose,
surclassando addirittura Antonio Conte che,
guadagnando 8 milioni di euro netti all’anno,
si è scagliato pubblicamente contro il “dio denaro”.
 
La pace Ue e russia

th Russia? Not until the EU changes its political class​

Published: 2 Feb 2026 | 08:54 GMT
Brussels can’t make peace with Moscow until it breaks its habits

Peace with Russia? Not until the EU changes its political class

© Dasha Zaitseva/Gazeta.Ru

By Vitaly Ryumshin, journalist and political analyst


Relations between Russia and the European Union are now at their lowest point since the collapse of the Soviet Union. The economic and cultural ties that once connected us were largely severed in 2022.

Today, our neighbors are effectively finishing the job. They are doing so in two ways: by introducing ever more trade restrictions, and by sustaining a climate of military hysteria that justifies higher defense spending and the gradual dismantling of Western Europe’s welfare model.

Yet even in this bleak landscape, a faint glimmer of hope has appeared. The recent confrontation with the United States over Greenland has forced EU leaders to rethink their place in the global order. For years, the bloc’s members treated the US as a reliable strategic rear. That allowed them to align almost automatically with Washington. But this year, Western European capitals were reminded that America is a power with its own interests, which may sharply diverge from theirs. Unconditional loyalty has suddenly begun to look like a strategic risk.

From this realization flow conclusions that, until recently, would have been politically unthinkable in Western Europe. Dependence on American gas, it turns out, is no better than dependence on Russian gas. Except that imported LNG from across the Atlantic is far more expensive. More broadly, the United States, given its capabilities and assertiveness, can itself become a source of pressure and even a military risk. These thoughts are still spoken quietly, but they are no longer taboo.

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Against this backdrop, the first cautious voices in favor of renewing dialogue with Russia have emerged inside the EU. What is notable is that they are not coming from marginal far-right forces, but from mainstream figures such as German Chancellor Friedrich Merz, French President Emmanuel Macron and Finnish President Alexander Stubb. Their statements remain hedged: we need to talk, they say, but the time is not yet right. Still, the very fact that the possibility of future relations with Moscow has returned to the political discourse marks a qualitative shift in the thinking of Western Europe’s elites.

If the EU is serious about standing on its own feet, it will eventually have to resolve the Russian question. For now, however, Brussels remains trapped in an outdated worldview. Its foreign policy is still overly ideological, rooted in the early 2010s. Its leaders continue to speak about a “rules-based world order” and to treat states whose political systems differ from their own liberal democratic model as inherent threats. This mindset also explains the EU’s confrontational approach to China, which from the outside often looks strategically self-defeating.

A genuine and pragmatic dialogue with Russia would require Western Europe to move beyond these assumptions. It would also mean abandoning the posture of moral superiority that flows from them. This is not a simple shift: it involves rethinking how the bloc understands power and sovereignty.

A second necessary step would be a sober recognition that the EU’s interests end where Russia’s begin. Just as Moscow once accepted the Baltic state’s accession to NATO as a geopolitical reality, Brussels must accept that Ukraine, in one form or another, will remain in Russia’s strategic focus. Western European policy should be built around this fact, not around ideological narratives about an existential struggle between democracies and autocracies.

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Finally, before relations with Moscow can truly improve, the EU would need to distance itself more decisively from Washington. Despite current tensions with the Trump administration, many leaders still hope that the storm will pass and that transatlantic relations will return to their old pattern. But this is likely an illusion. Only once this illusion fades will Western Europe be able to define its own long-term interests clearly, and to see how important cooperation with Russia could be in that context.

None of this will happen quickly. Meaningful change will probably begin only with a partial generational shift in the EU’s political class. Leaders who built their careers on confrontation with Russia will gradually give way to more pragmatic figures. The first signs may appear within a year, with elections in France and Italy. A more decisive turning point could come with the electoral cycle in Germany and Britain in 2029, unless early votes intervene. A European parliament vote is also scheduled for that year.

If, by the end of that cycle, figures like Kaja Kallas are replaced in European diplomacy by politicians closer to the pragmatic line of Giorgia Meloni, it will signal that Western Europe is finally adjusting to a more realistic understanding of the world. That, in turn, could open the door to a gradual de-escalation with Russia. Until then, confrontation will likely remain the dominant framework. Not because it is inevitable, but because the EU has not yet completed its own political and strategic rethink.
 

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