La Germania rischia di più per mancanza di superbanche
analisi
ANDREA TARQUINI
Crediti a rischio per almeno duecento miliardi di euro, svalutazioni a catena che portano gravi perdite, calo sistematico dei titoli dei maggiori istituti la settimana scorsa a Francoforte, incertezza sul futuro sullo sfondo del crescente pessimismo di Moody’s sul sistema bancario tedesco. La grande crisi internazionale insomma ha ormai investito in pieno le grandi banche made in Germany. E ha messo a nudo, come crisi di sistema, le debolezze strutturali del sistema bancario della Repubblica federale: troppo frammentato, senza un vero big global player all’altezza della grande concorrenza internazionale. Mercoledì scorso la piccola Weserbank, una banca privata di Bremerhaven, è stata la prima a essere costretta dalle autorità di vigilanza a dichiarare fallimento. E’ il primo caso ma potrebbe non essere l’ultimo.
Il grido d’allarme di Moody’s è suonato inusualmente severo, la settimana scorsa. «Le prospettive generali per gli istituti di credito tedeschi sono negative», ha detto l’esperta dell’agenzia di rating, Katharina Barten. Non solo per l’onda della crisi internazionale, con le banche tedesche più coinvolte nei subprime di quanto non si credesse. Ma anche perché, aggiungono a Moody’s, troppe banche e troppe casse di risparmio nella Bundesrepublik si contendono troppo pochi clienti, per cui «sarebbe prematuro dire che vediamo la luce alla fine del tunnel». I dati fondamentali del sistema economico tedesco restano solidi e positivi, ma le banche non ce l’hanno fatta a stare al passo con la razionalizzazione delle grandi industrie di Germania: le seconde sono global player senza rivali, campioni d’un paese che esporta più del Giappone, mentre le prime sono rimaste a dimensioni provinciali: persino i principali istituti hanno una quota di mercato sommata di gran lunga inferiore a quella delle più importanti banche delle altre grandi economie: hanno tutte e cinque insieme meno di un quarto del mercato nazionale dei risparmi, mentre la media nell’Unione europea è del 60 per cento.
Una strategia che punti a grandi fusioni sarebbe teoricamente inevitabile, e infatti si è parlato di recente di matrimoni tra Dresdner e Commerzbank, o tra una delle due e Postbank, o di una unione a tre. Ma i tempi non sono ancora maturi, stima Moody’s: la consapevolezza della gravità della crisi è ancora insufficiente. Fusioni peraltro appaiono necessarie, anzi inevitabili, anche nel comparto più malato di tutto il sistema creditizio tedesco, quello delle banche regionali. Banche che, ammonisce il Bafin, l’autorità tedesca di vigilanza sul settore bancario, si sono curate troppo poco di fare affari con la clientela individuale e col Mittelstand, il vitale settore delle piccole e medie aziende. E hanno esposto capitali in troppi affari a rischio negli Usa.
«Il 2008 non sarà solo un anno difficile, ma anche un anno che richiederà molto coraggio per gli istituti», ha ammonito KlausPeter Mueller, ceo di Commerzbank e presidente del Bundesverband Deutscher Bank, l’associazione delle banche tedesche. La fine della crisi finanziaria non è alle viste. E la crisi ha investito persino l’unico vero giganter, Deutsche Bank. Il cui numero uno, lo svizzero Josef Ackermann, ha dovuto ammettere che le svalutazioni che pesano sulla banca delle nere torri gemelle di Francoforte ammontano per il solo primo trimestre dell’anno in corso a 2,5 miliardi di euro. Cioè più dei 2,3 miliardi di svalutazioni per tutto l’anno scorso. «I risultati di bilancio operativi quindi minacciano di scivolare nei conti in rosso», avverte l’analista Dieter Hein di Fairesearch. In ogni caso, sarà difficilissimo se non impossibile per Ackermann raggiungere l’obiettivo di utili che si era prefissato e che aveva promesso agli azionisti. Le perdite di Deutsche sono causate soprattutto da affari sbagliati sul mercato dei mutui ipotecari Usa e su crediti in Germania ora in forse. Il problema è che Deutsche Bank è impegnata per circa 3,3 miliardi di euro sul mercato dei subprime, e per altri 7,9 miliardi per mutui il cui rating è appena al di sopra dei subprime.
Non certo meno minaccioso è il vento che spira a Dresdner Bank. Le cui perdite e svalutazioni, secondo la Sueddeutsche Zeitung, creano frustrazione e inquietudine nell’animo di Helmut Perlet, ceo di Allianz che controlla l’istituto. Già l’anno scorso, Dresdner aveva lamentato svalutazioni per 1,3 miliardi di euro. Perlet stesso a fine gennaio 2008 aveva annunciato il rischio di almeno altri 400 milioni di svalutazioni, e il ritmo può accelerare. Allianz, che come casamadre punta a un aumento annuale degli utili di circa il dieci per cento dall’anno prossimo, starebbe studiando ogni opzione: vendere Dresdner, oppure sponsorizzare una sua fusione con Postbank (i cui fondamentali però sono giudicati negativamente dalle agenzie di rating) o con Commerzbank.
Peggiore è la situazione in alcune banche regionali. Prima fra tutte la Bayerische Landesbank bavarese, che ha appena annunciato svalutazioni per circa 4,3 miliardi di euro. E la banca regionale sàssone, che l’anno scorso era stata salvata dalla bancarotta solo grazie all’azione salvataggio della rivale Landesbank del ricco Stato del BadenWuerttemberg, adesso è di nuovo nel mirino per affari di dubbio livello. Nel 2007 aveva già perso la cifra record di 642 milioni di euro, adesso si parla per i soli primi mesi 2008 di dubbi su altri 154 milioni di euro. Un caso critico a parte è quello di Ikb, salvata soltanto grazie a un’iniezione di aiuti pubblici per otto miliardi di euro circa. «Le banche private non chiedono e non vogliono l’aiuto dello Stato», assicura Mueller. Ma banche regionali e casse di risparmio potrebbero finire per trovarvi l’unica salvezza. Der Spiegel teme che la crisi finanziaria finirà per costare almeno 30 miliardi di euro ai contribuenti, gravando sui conti pubblici.
Dunque, futuro incerto e sfide dietro ogni angolo. L’ultima minaccia scoperta dagli operatori tedeschi è in realtà una vecchia storia, un errore d’imprudenza compiuto dagli istituti poco dopo la riunificazione tedesca. Secondo Ernst&Young, le banche tedesche hanno concesso allegramente crediti immobiliari nell’ex Germania Est, e molti di questi crediti sono ora sofferenti, non hanno più alle spalle la garanzia di un rifinanziamento. Insomma, una piccola crisi dei subprime made in Germany, fatta in casa poco dopo la caduta del Muro di Berlino. E all’est tedesco il prezzo di molti immobili è crollato.
Le grandi banche, e il governo, hanno fretta di introdurre nuove regole, un nuovo codice di condotta più severo, ma Berlino, Francoforte e Monaco si sarebbero risparmiati molti dolori e molti miliardi se ci avessero pensato prima.