Solo politica

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Al Salone del Libro a Torino
si invitano gli editori,
si invitano gli autori e poi,
se l’autore non è gradito o se il libro non piace, si impedisce all’autore di parlare.

È accaduto ieri al ministro per la famiglia Eugenia Roccella, ma non solo a lei.

È accaduto anche in altri casi.

Ad impedire al ministro per la Famiglia di parlare è stato un gruppo di attiviste e attivisti, soprattutto giovani,
i quali sono quasi sempre ottusi.
Gli adulti, invece di cercare di aprire la mente dei giovani, trasformano la ottusità in fanatismo.
 
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Strano concetto di democrazia quello che ha Michela Murgia, e non soltanto lei in verità.

Intervenendo in collegamento tv con Massimo Gramellini,
Murgia ha giustificato la contestazione torinese al ministro Roccella
con parole intollerabili per un liberale:

“Nicola Lagioia ha ribadito che
in democrazia se non c’è violenza si può fare contestazione.

Anche dicendo all’altro:


quello che tu hai fatto e che è scritto e teorizzato in questo libro
ha reso la mia vita peggiore,
quindi io qui non ti lascio parlare:

non ne hai il diritto perché tutti abbiamo perso qualcosa”.
 

L'altro aspetto che "stupisce" è come i media hanno eretto una vera e propria cortina attorno alla politica riguardo il disastro in Emilia. Non viene accusato nè il governo colpevole di non aver approntato un piano per fare fronte al dissesto idrogeologico nè Bonaccini che non ha utilizzato le risorse a disposizione. I media sono tutti impegnati a difendere strenuamente un sistema politico al collasso e completamente delegittimato dal popolo.
 
Una manica di poveri derelitti che indirizza il popolo ignorante e chino
- dopo la montatura covid - in una sola direzione.

Perchè
dopo la mancata pulizia dei boschi
dopo la mancata pulizia degli argini
dopo la mancata pulizia degli alvei
dopo l'assoluta assenza di iniziative della regione
dopo il mancato utilizzo dei fondi statali

abbiamo anche questi :

Vogliamo prendiamocela col “cambiamento climatico” ?,
con le emissioni cosiddette “climalteranti” ?, con gli effetti antropici ?,
e se vogliamo anche con la scomparsa delle mezze stagioni ?

Il punto è che l’alluvione che ha piegato la Romagna
ha ucciso 14 persone e provocato danni ingenti,
non solo perché si è abbattuto sull’area un acquazzone da 300 millilitri di pioggia in poche ore,
ma anche perché – per un motivo o per un altro –
il territorio non era “pronto” a evitare che i fiumi tracimassero e le strade crollassero.
La più incredibile di queste cause riguarda la città di Ravenna.

E tira in ballo le nutrie.

Il sindaco Michele De Pascale lo ha spiegato per filo e per segno:

“Si sono dette tante stupidaggini in questi giorni
– ha esordito il primo cittadino – È stato attribuito questa alluvione
al consumo di territorio e altre cose.


Ma la pioggia ha colpito una zona che naturalmente era una palude.

Il territorio intorno a Ravenna è di valle che aveva come esternalità la malaria.

I nostri bisnonni hanno bonificato tutto:
hanno sottratto queste zone all’acqua e alla malaria
e hanno creato quelle straordinarie eccellenze che conosciamo”.


Il sistema idrovoro fino a qualche anno fa ha retto.

Ora, a causa di alcune criticità, qualcosa è venuto meno.
 
Da una parte, magari ci sarà pure l’aumento degli eventi climatici avversi.

Ma dall’altra ci sono folli scelte “di priorità per quanto riguarda la manutenzione”:
negli ultimi anni l’attenzione, degli animalisti ma non solo,
si è concentrata sulle nutrie che popolano i fiumi
anziché sulla necessità di realizzare delle opere
necessarie ad evitare disastri come quelli odierni.


“Tra una vita umana e una nutria che mi fa una tana su un argine”,
ragiona il sindaco De Pascale, la scelta dovrebbe essere chiara.


Lo stesso dicasi per la vegetazione attorno al letto del fiume,
che naturale proprio non è visto che gli argini sono stati creati dall’uomo.


“In natura i fiumi esondano – spiega il sindaco –
se non si vuole che accada, allora bisogna fare gli argini
con la logica delle opere pubbliche e non con la logica degli spazi naturalistici”.

Tradotto: se per pulire un fiume occorre abbattere qualche albero
e uccidere qualche nutria, che si faccia.


E invece oggi le norme “tutelano più gli alberi e le nutrie che le persone”.

Il paradosso è che a salvare “per miracolo” la città di Ravenna
sono state tutte opere ingegneristiche di decine, se non centinaia di anni fa.

Il merito lo si deve “alla bonifica di fine ‘800,
ad un fiume realizzato a fine del ‘700 dal cardinale Andreoni
e ad un progetto di Napoleone”.

Negli ultimi 50 anni niente: le istituzioni hanno latitato.

“Quelle opere del passato hanno difeso questa terra delicata”, oggi invece nulla.

Per questo De Pascale chiede
“i poteri e le risorse per realizzare opere all’altezza di eventi,
la cui “asticella” è stata alzata “dai cambiamenti climatici”.

E magari anche l’autorizzazione ad eliminare qualche nutria.
 

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