. Il primo criterio è ovviamente manipolabile grazie alle autorialità regalate: esiste un vero e proprio commercio di posizioni tra gli autori di studi, che va dal semplice scambio locale di favori tra colleghi fino alla vendita a caro prezzo di autorialità per manoscritti di cui è garantita la pubblicazione sulle più autorevoli riviste internazionali. La letteratura scientifica è ricca di resoconti in proposito. Il numero di citazioni è altrettanto manipolabile ma in maniera più sottile. C'è chi cita se stesso oltre ogni decenza, ma è facile coglierlo con le mani nel sacco grazie ai moderni software di analisi citazionale. Più difficile è identificare le cosiddette reti o cartelli citazionali, ovvero ricercatori che si accordano per citarsi tra di loro così da aumentare i loro parametri bibliometrici. Anche il sistema italiano funziona così: con valori variabili nelle diverse discipline, oggi per diventare professori universitari è necessario avere un certo numero di pubblicazioni in un determinato arco temporale ed è necessario altrettanto avere un certo numero di citazioni in un altro dato arco temporale. E non è una questione di pubblico vs privato. Ad esempio, nell'ambito del finanziamento alla ricerca, sia i fondi ministeriali che quelli da associazioni e fondazioni privati ormai sono tutti erogati con la precondizione che il ricercatore abbia determinati valori bibliometrici, per numero di pubblicazioni, numero di citazioni e spesso anche livello bibliometrico delle riviste dove pubblica. Questo è, piaccia o meno. A scanso di equivoci, il sottoscritto ha indicatori bibliometrici non solo commisurati al ruolo e alla disciplina, bensì che gli consentirebbero di essere commissario di concorso per il reclutamento di altri docenti, posizione per la quale i requisiti sono ulteriormente elevati. E per la quale non mi sono mai candidato né penso mai lo farò. Ma questa è un'altra storia.