Vaccino

LO STUDIO DEL GIORNO
Lo studio di oggi è stato pubblicato qualche giorno fa sulla prestigiosissima rivista PNAS, tra le più autorevoli e ambite al mondo.
Il primo motivo per commentarlo brevemente sul social è che lo studio descrive l'ennesimo meccanismo di immunotossicitò della proteina Spike di SARS-CoV-2 la quale, venendo degradata dagli enzimi proteolitici dell'organismo, darebbe origine a peptidi (brevi sequenze di aminoacidi) a loro volta in grado di aggredire cellule immunitarie quali i linfociti B e T e le cellule dendritiche, finendo per danneggiarle irreversibilmente. Il meccanismo secondo gli autori potrebbe contribuire alla linfocitopenia osservabile in corso di infezione con SARS-CoV-2. E, aggiungiamo noi, ai danni immunologici conseguenti alla somministrazione dei vaccini COVID-19 che contengono o peggio inducono la produzione di Spike, in particolare quelli a RNA e a DNA. Una faccia, una razza. Chi segue questa pagina sa che ce lo diciamo fin dal principio della vicenda. La seconda ragione è che tra gli autori di questo complesso e sofisticato studio internazionale ci sono anche alcuni ricercatori italiani, in particolare dell'Istituto Superiore di Sanità, che quando quasi esattamente tre anni fa pubblicarono un apprezzabilissimo studio sulle miocarditi da vaccini COVID-19 si videro messi in croce dallo stesso ISS "per non aver rispettato le regole interne per la pubblicazione degli studi".
Chissà se anche stavolta l'ISS avrà di che eccepire oppure si riterrà soddisfatto, magari considerando che nel testo la parola "vaccino" non ricorre mai? Il che ovviamente non cambia nulla rispetto al rilievo e alle implicazioni dei risultati.
 
Ricercatori canadesi hanno indagato il peggioramento della condizione “long-COVID” in pazienti che hanno ricevuto una dose di “vaccino” contro il SARS-CoV-2.


In questo studio sono stati considerati 476 pazienti affetti da long-COVID i quali sono stati “vaccinati” per COVID-19.

Lasciamo perdere l’assurdità di tale pratica vaccinale e guardiamo i risultati. Tra tutti i partecipanti allo studio, ben il 28,8 % ha riportato deterioramento dello stato di salute, già precario. I sintomi che sono peggiorati maggiormente sono quelli mentali (memoria e attenzione) e respiratori (difficoltà di respiro e tosse).
Il maggiore peggioramento si è avuto con la somministrazione del Moderna (mRNA-1273) e in chi aveva già una tosse persistente tre mesi dopo l'infezione iniziale.

Gli autori concludono che le strategie vaccinali per i pazienti long-COVID dovrebbero essere riconsiderate.
 

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