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Ci fu del marcio in Danimarca.

Oggi, pare essersi trasferito nella Varsavia di Donald Tusk.

Forse, per far più grande l’Unione europea,
dopo il colpo di Stato giudiziario in Romania targato Bruxelles,
è giunta l’ora ics togata tesa a eliminare il fastidioso PiS (Diritto e Giustizia),
il partito di opposizione, che, peraltro, alle Politiche fu il più votato (35,38 per cento).

Tusk, infatti, governa grazie ad inciuci e strane alleanze, manco fosse del Partito democratico.

Il partito fondato dai gemelli Lech e Jaroław Kaczyński ha il torto di credere più in Dio che a santa Ursula von der Leyen,
di professare la religione cattolica, senza dar retta al laicista e neopagano Jorge Bergoglio,
di porre al primo posto, in luogo dell’aborto o dei matrimoni omosex, nientemeno che le obsolete politiche sociali,
le più odiose per i fighetti di centrosinistra, ponendo il welfare State al primo posto invece dell’eutanasia
e del Kitsch dell’orgoglio Lgbtqia+.

Eppure, tali libere opzioni non giustificherebbero persecuzioni giudiziarie,
né il tenace impegno nel demonizzare e cancellare chi non la pensa all’Ue,
metodi brutali che rimandano al regime comunista.
 
A proposito di brutalità,
impressiona l'oscura vicenda di Barbara Skrzypek,
antica e brava segretaria di Jarosław Kaczyński
– una sorta di Marinella Brambilla, la preziosa, instancabile, cordiale collaboratrice di Silvio Berlusconi

La signora, peraltro non indagata,
ma soltanto per ottenere da lei notizie o spiate sull’ex premier,
il 12 marzo scorso, è stata interrogata dalla pm Ewa Wrzosek
ed altri due inquirenti per ben cinque ore.


Alla fine della lunga tortura psicologica,
Barbara Skrzypek, che chiese più volte, invano,
di essere almeno assistita da un legale,

è deceduta.


La Procura, consapevole che quel cadavere pesa come un macigno,
ha messo immediatamente le mani avanti attraverso un minaccioso comunicato:

“Collegare la morte della testimone Barbara Skrzypek con l’interrogatorio a cui fu sottoposta comporterà un procedimento civile.
A difesa del buon nome dell’istituzione”.

Mi è venuto alla mente il delitto Matteotti, ma spero con tutto il cuore di esagerare,
benché la via giudiziaria al tuskismo reale sia assai ricca di misfatti.
 
L’ex vice ministro alla Giustizia, Marcin Romanowski,
posto sotto accusa da magistrati notoriamente schierati contro il PiS,
resosi conto dell’impossibilità di avere un processo equo
e dopo aver garantito che avrebbe affrontato il processo
“una volta che gli standard dello Stato di diritto saranno ripristinati in Polonia”,
ha chiesto e ottenuto asilo politico all’Ungheria.

L’ex viceministro è giunto a tale estrema decisione, convinto da un altro abominio legale:

un sacerdote e due donne,
ritenuti colpevoli di frequentazioni proprio col Romanowski,
hanno dovuto patire sette mesi di carcere speciale,
venendo alla fine liberati per totale mancanza di addebiti penali.
 
Viene preso di mira anche l’ex viceministro degli Esteri Piotr Wawrzyk
e così via nella corsa a criminalizzare il precedente governo
e far fuori una volta per tutte l’opposizione a Tusk.

La caccia alle streghe euroscettiche, che rievoca gli orrori delle toghe comuniste

– vedi il giudice Stefan Michnik, il boia di Radom o Maria Gorowska ed Helena Wolińska
le toghe assassine del patriota August Emil Fieldorf, detto Nil

non allerterà, però, la Corte di giustizia europea,
che, mente insana in corporativismo malato,
sanzionò la Polonia,
per il sacrosanto provvedimento mirante non a epurare,
ma solo a pensionare i giudici che s’erano macchiati di giustizia ingiusta, cioè comunista.
 
L’Onu è, ormai, degradata ad ammucchiata selvaggia,
da cui scaturisce quasi sempre faziosità organizzata.

Procede il magna-magna nella gestione dell’enorme massa di denaro proveniente da tutti gli Stati.

Gli arbitri, talora, si rivelano non solo cornuti, ma pure criminali.

Uno dei “giudici”, l’ugandese Lydia Mugambe, residente in Inghilterra, ad esempio,
è stata condannata per
favoreggiamento all’immigrazione a scopo di sfruttamento,
lavoro forzato e cospirazione per intimidire un testimone.

La giudice che condanna Israele, dunque, praticò schiavismo nei confronti di un’africana,
minacciata, segregata e costretta a lavorare senza stipendio.
 

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