Titoli di Stato paesi-emergenti VENEZUELA e Petroleos de Venezuela - Cap. 1

probabilità recovery

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Stato
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Wallygo ha scritto:
L ecuador nel 2008 non ha riconosciuto una parte del debito estero in $ (mi ricordo bene perchè detenevo una di quelle obbligazioni in $ al 12%) perchè quel comunista di suo presidenteconsiderava immorale continuare a pagare il debito contratto precedentemente


T IRICORDI COME RISTRUTTURO'
 
L ecuador nel 2008 non ha riconosciuto una parte del debito estero in $ (mi ricordo bene perchè detenevo una di quelle obbligazioni in $ al 12%) perchè quel comunista di suo presidente considerava immorale continuare a pagare il debito contratto precedentemente :down::down::down::-o

[QUOTE="ficodindia, post: 1044915609, member: 18651"]Non è vero, se l'economia greca non decolla il debito raggiungerà anche il 300%.
Riguardo il default Russo, anche qui bisogna dire, che il default è stato dichiarato rispetto al debito contratto da un altro stato, ossia l'URSS.

Concordo:-o

tommy271 Se invece riparte raggiungerà il 100%.[/QUOTE]
si come no:bla::bla::bla:[/QUOTE]


"Oggi, la maggiore preoccupazione delle Pmi è diventata la "difficoltà a trovare clienti" segno che, nonostante le migliori condizioni dell'offerta di credito, le maggiori difficoltà arrivino dal lato della domanda di beni e servizi che, per la sua debolezza, riduce la propensione delle imprese a ricorrere a nuovi prestiti. Infatti, appena l'1% dichiara un maggiore fabbisogno finanziario nonostante tassi di interesse e costi di negoziazione in calo."


https://it.finance.yahoo.com/notizie/bce-a...-143816112.html

Bce: alle Pmi dell'Eurozona non manca il credito ma i clienti"



Prima distruggono il lavoro, ci impongono l'austerità aumentando le tasse e poi, si lamentano che mancano i clienti...!

E' proprio vero: " è la stupidità le vera minaccia dell'uomo ".


Il default della ex URSS ci fu oltre che col debito interno anche con il Club di Parigi che, tra l'altro, è stato saldato recentemente.
 
La lezione dall'America Latina. Ripudio del debito: l’Ecuador è riuscito a imporsi sulla dittatura del capitale
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Nel 2005, Quito utilizzòava il 40% del bilancio pubblico per pagare gli interessi sul debito. Il destino che attende Atene (e noi), a meno che...

di Carlos Játiva – Le Monde Diplomatique

L’Ecuador è stato il paese sudamericano che destinava la maggior parte del suo bilancio al pagamento del debito sovrano. Nel 2005, Quito utilizzò il 40% del bilancio pubblico per pagare gli interessi sul debitomentre gli investimenti in sanità e istruzione furono ridotti al 15%. Vennero soddisfatti in primo luogo i creditori stranieri, a scapito dei bisogni fondamentali della popolazione. Un indebitamento illeggittimo, dipendenza economica e finanziaria, aumento delle disuguaglianze, costituivano le principali caratteristiche di quell’Ecuador

Al momento del suo insediamento, nel gennaio 2007, Rafael Correa lanciò una «Revolución Ciudadana»mirante all’intergrazione, la solidarietà e l’equità. Per raggiungere tali obiettivi, fu necessario prendere il potere al fine di trasformalo in potere popolare, per trasformare le strutture esistenti, dal momento che il vero sviluppo è possibile solo attraverso la modifica dei rapporti in seno alla società.

Correa optò per la strada alternativa, decidendo di dedicare i fondi statali alla spesa sociale e produttiva, riducendo in maniera significativa la percentuale di bilancio statale destinata al pagamento del debito estero. La realizzazione di questa politica è stata possibile, in gran parte, grazie ai risultati dell’audit sul debito estero e al rifiuto del debito considerato illeggittimo. Per raggiungere questo obiettivo, l’Ecuador dovette percorrere un cammino irto di ostacoli.

Nel periodo 1982-2006, il debito estero non fece altro che lievitare. Le leggere ‘correzioni’ derivanti da diverse cancellazioni e rinegoziazioni non riuscirono ad arginare la sua vertiginosa ascesa, da 241 miliardi di dollari a 17000 miliardi di dollari nel 2006.

Questa piaga fu trasformata in uno strumento di dominio e saccheggio dei paesi debitori, concepito dai paesi creditori e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Inoltre, Quito trasferì miliardi di dollari agli organismi multilaterali come Banca Mondiale, Banca Interamericana di Sviluppo, Banca di Sviluppo dell’America Latina, Fondo Monetario Internazionale. Ma il suo debito aumentò.

Il Presidente Correa si impegnò a porre fine a questo circolo vizioso del rimborso del debito. A tal proposito creò la ‘Comisión para la Auditoría Integral del Crédito Público’ (CAIC). Sulla base dei risultati della verifica, l’Ecuador rinegoziò il pagamento del debito estero. Decidendo di non provvedere al pagamento di quei debiti contratti in maniera fraudolenta, da cui il popolo non ebbe alcun beneficio, e intraprendere azioni legali contro i responsabili dell’indebitamento.

La posizione di Correa fu chiara: il debito estero sarà rimborsato nella misura in cui non pregiudichi lo sviluppo nazionale. Posizione che non esclude la possibilità di una moratoria, se la situazione economica esige.

Si arrivò così alle sesta rinegoziazione, nel novembre del 2008. Rafael Correa propose una ristrutturazione del debito, non per mancanza di denaro, ma perché vi erano prove di illegittimità del debito. Il Presidente Correa, inoltre, segnalò che la rinegoziazione avrebbe dovuto tenere conto non solo delle esigenze dei creditori, ma anche di quelle del Governo, in particolare tenendo conto della capacità contributiva del paese, dopo aver soddisfatto le necessità sociali del popolo.

Questo atteggiamento sovrano del Governo risponde a precise disposizioni contenute nella nuova Costituzione ecuadoriana approvata nel 2008 con suffragio universale.

Con la Revolución Ciudadana, l’Ecuador è riuscito per la prima volta a trovarsi in una situazione che gli permette di distribuire adeguatamente reddito e ricchezza, promuovere la produzione nazionale, l’integrazione regionale, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la stabilità economica.

Grazie alla crescita economica e a una gestione responsabile delle finanze, il debito pubblico in rapporto al PIL è sceso al livello più basso nella storia. L’Ecuador è riuscito a imporsi sulla debitocrazia. E adesso non è più in vendita.
 
T IRICORDI COME RISTRUTTURO'[/QUOTE]
Le avevo vendute a 30 (perdendoci ovviamente e poi girate a 25 sui province of Buenos Aires 8,5% recuperando ampiamente ;)) coloro che rimasero li
Wallygo ha scritto:
L ecuador nel 2008 non ha riconosciuto una parte del debito estero in $ (mi ricordo bene perchè detenevo una di quelle obbligazioni in $ al 12%) perchè quel comunista di suo presidenteconsiderava immorale continuare a pagare il debito contratto precedentemente


T IRICORDI COME RISTRUTTURO'
Abbattendo il capitale del 70%
 
Lezioni Ecuadoriane: se il debito è illegittimo non si paga
Come accaduto in Islanda, anche in Ecuador il popolo, guidato dal presidente Rafael Correa, si è rifiutato di pagare il debito. Una commissione appositamente istituita l'ha dichiarato illegittimo in quanto si trattava di un prestito che faceva gli interessi esclusivi di banche e multinazionali e non del paese che avrebbe dovuto aiutare. Un'altra lezione di cui tenere conto.
di Andrea Degl'Innocenti - 2 Dicembre 2011
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In Ecuador, come in Islanda, ci si è rifiutati di pagare un debito contratto in maniera ingiusta
Parliamo di vulcani. E di eruzioni. Tempo fa, in Islanda, l'impronunciabile vulcano Eyjafjallajökull sbuffava nubi di ceneri bianche mandando in tilt i collegamenti aerei di mezzo mondo; allo stesso tempo il popolo islandese decideva di sollevarsi contro i poteri forti della finanza globale. Nell'altro emisfero, in Ecuador, da qualche anno si è risvegliato il potente Tungurahua - appena più facile da pronunciare, ma neanche poi tanto – proprio nel periodo in cui il presidente Rafael Correa dichiarava il debito estero che gravava sulle spalle dei suoi cittadini “illegittimo ed illegale”.



In una sinergia quasi sovrannaturale, sembra che la natura e gli esseri umani si destino all'unisono, in varie parti del mondo, in un moto di ribellione verso i propri oppressori. Che a ben vedere, per l'una e per gli altri, sono i medesimi. Quell'elite finanziaria che controlla l'economia globale, possiede corporazioni e multinazionali, controlla le banche e gestisce i mercati, è responsabile da un lato dei maggiori crimini ambientali: emissioni nocive, fallimento dei vertici internazionali sul clima, deforestazione, disastri petrolieri; dall'altro della schiavitù dei popoli, oppressi da debiti immensi, privati dei propri diritti e della sovranità nazionale.



Dunque è curioso vederli sbottare all'unisono, quasi che vulcani ed esseri umani siano due diversi strumenti nelle mani di un unico potente flusso vitale. Ma accantoniamo la retorica e andiamo a vedere cosa è successo. Dell'Islanda, e di come il popolo si sia ribellato ai poteri forti internazionali e abbia dato vita ad un percorso di democrazia partecipata, vi abbiamo già parlato tempo addietro. Occupiamoci dell'Ecuador.



Qui è accaduto che il paese si ritrovava schiacciato, da una trentina d'anni circa, da un debito pubblico enorme. Nel 1983, infatti, lo Stato si era fatto carico, di fronte ai creditori, del debito estero contratto da privati, per un totale di 1371 milioni di dollari, ai tempi una cifra notevole. Talmente notevole che nei successivi sei anni il paese non fu in grado di pagarla. Invece essa crebbe fino a raggiungere la soglia di 7 miliardi.



Ora, i creditori erano principalmente istituti di credito statunitensi; nel contratto stipulato con il governo dell'Ecuador esisteva una clausola che prevedeva che dopo sei anni il debito cadesse in prescrizione. Ma il 9 dicembre 1988, a New York, in un atto unilaterale, venne abolita la prescrizione della totalità del debito. In pratica, gli Stati Uniti decisero che, a dispetto di ogni accordo preso in precedenza e senza consultare l'altra parte, l'Ecuador avrebbe pagato ugualmente tutto il debito, che intanto continuava a crescere. Nessun membro del congresso ecuadoregno si oppose alla risoluzione, che gli organismi statali nascosero persino alla popolazione.



Poco tempo dopo, sempre dagli Stati Uniti arrivò la seguente proposta: che il debito estero fosse scambiato con l'acquisto dei cosiddetti Buoni Brady. Nicholas Brady era ai tempi, siamo nel 1992, Segretario del Tesoro americano, e stava attuando il Piano Brady, che interveniva sul debito di molti paesi latinoamericani ristrutturandolo attraverso la vendita di nuovi bond e obbligazioni. Molti paesi accettarono l'offerta, che consisteva di fatto nel pagare il proprio debito contraendone un altro, sul quale sarebbero maturati nuovi interessi. Anche l'Ecuador accettò.



Le condizioni imposte da questo nuovo debito furono decisamente pesanti. Fra il 1992 ed il 1993 molte delle compagnie statali venero privatizzate. In particolar modo si stabilì che sarebbero state le risorse di metano e di petrolio a dover garantire il debito.



Alejandro Olmos Gaona, storico ed investigatore ecuadoregno, ha dichiarato di aver personalmente trovato sia nel ministero dell'economia argentino che in quello ecuadoriano tre lettere: una da parte del Fondo Monetario Internazionale diretta alla comunità finanziaria, ovvero a tutte le banche; un'altra della Banca Mondiale; una terza della Banca Interamericana dello Sviluppo (BID). Cosa chiedevano? Di appoggiare il governo argentino di Carlos Menem, che si era impegnato a privatizzare il sistema pensionistico, a cambiare le leggi sul lavoro, a riformare lo stato e privatizzare tutte le imprese pubbliche, specialmente quelle riguardanti il petrolio.



Nell'accettare il Piano Brady, l'Ecuador si impegnava a rispettare una serie di clausole molto articolate e piuttosto confuse. Ve n'era una, ad esempio, che fissava i termini ed i tempi per i reclami. L'Ecuador avrebbe potuto reclamare qualsiasi tipo di controversia legata al contratto a partire dal 21° anno dopo la morte dell'ultimo membro della famiglia Kennedy. Una clausola che suonava come una vera e propria beffa, volta ad impedire qualsiasi tipo di reclamo futuro da parte del paese.



Passiamo al 2000. I buoni Brady vengono sostituiti con i buoni Global, che aggiungono alle vecchie condizioni nuove misure di austerità e privatizzazioni, sotto pressione di alcune banche. I nomi? JP Morgan, Citibank, Chase Manhattan Bank, Lloyds Bank, Loeb Roades, E.F. Hutton. Il contratto viene stipulato dallo studio legale Milbank.



Lo studio Milbank – il cui nome steso è Milbank, Tweed, Hadley & McLoy - ha fra i propri clienti, guarda caso, JP Morgan e Chase Manhattan Bank, e ha curato negli anni la maggior parte dei contratti sul debito stipulati dai paesi dell'America Latina. Ogni singolo contratto dell'Ecuador è uscito da quelle stanze. Fra i suoi avvocati più brillanti sono annoverati John McLoy, primo presidente della Banca Mondiale, William H. Webster, ex-direttore dell'Fbi e della Cia e giudice della corte dello Stato di New York.



I contratti venivano stipulati con gli avvocati dell'Ecuador negli Stati Uniti: Cleary, Gottlieb, Steen e Hamilton, uno studio fantoccio che si limitava a ratificare quanto già deciso senza mai sollevare contestazioni.



La situazione è proseguita, uguale, fino al 2008. Poi qualcosa è cambiato. L'Ecuador si trovava allora in una situazione particolarmente difficile, con un debito gonfiatosi fino a raggiungere gli 11 miliardi di dollari, decisamente troppo per un'economia relativamente povera. Il presidente socialista Rafael Correa, in carica dal Gennaio 2007, prese allora la grande decisione.



“L'Ecuador non pagherà il proprio debito estero, in quanto è stato contratto in maniera illegittima”, dichiarò davanti al mondo intero. Come poteva fare un'affermazione così forte? Perché nel frattempo egli aveva istituito una commissione d'inchiesta che srotolasse il bandolo della matassa del debito, che negli anni era andato crescendo e ingarbugliandosi sempre più. Dalla relazione di tale commissione sono emerse tutte le alterne vicende che hanno portato alla creazione e alla crescita del debito – le stesse di cui vi abbiamo parlato sopra. Ed una serie di dati interessanti.



È emerso, ad esempio, che oltre l'80% del debito è servito a re-finanziare il debito stesso, mentre solo il 20% è stato destinato a progetti di sviluppo. Si è reso così lampante che il sistema dell'indebitamento è un modo per fare gli interessi di banche e multinazionali, non certo dei paesi che lo subiscono. La Commissione è quindi giunta alla conclusione che il debito estero dell'Ecuador è illegittimo e dunque non verrà pagato.



Da allora, potendo utilizzare le proprie risorse per la crescita sociale e non più per il pagamento del debito, l'Ecuador è andato incontro ad uno sviluppo senza precedenti; la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15 per cento.



Nell'ottobre 2010 il presidente Correa è riuscito a scampare ad uncolpo di stato militare grazie all'incredibile sostegno di cui gode da parte della popolazione. Da dentro l'ospedale in cui era stato rinchiuso dichiarava: “Il presidente sta governando la nazione da questo ospedale, da sequestrato. Da qui io esco o come presidente, o come cadavere, ma non mi farete perdere la mia dignità”.



Dall'Ecuador, come dall'Islanda, ci arriva un messaggio di speranza. Il ricatto del debito, utilizzato dai poteri forti della finanza globale per imporre misure drastiche e impopolari - depredare così intere nazioni - può essere interrotto. Dell'enorme debito che grava sul mondo intero, solo una piccolissima parte è in mano a piccoli risparmiatori, cittadine e cittadini. La stragrande maggioranza appartiene ad enormi gruppi finanziari privati, che lo usano per alimentare e gonfiare all'infinito questo meccanismo suicida. In Ecuador hanno deciso che a questo debito, ingiusto, è giusto ribellarsi.



MI SEMBRA CHE SIA IL CASO DI DIRE CHE CERTI GOVERNI DEL NORD VORREBERO CHE LA STESSA SITUAZIONE SI RIPETESSE IN VENEZUELA
CON LA DIFFERRENZA CHE ADESSO VORREBERO RIPRIVATIZZARE ANCHE SE FORTUNATAMENTE FORTI DELLE ESPERIENZE ALTRUI QUESTA MAGAGNA NON SI RIPETERA' HA DISCAPITO DELLE CORNACCHIE CHE CONTINUANO A GRACCHIARE DA ANNI SU DI UN EVETUALE DEFAULT DEL PAESE, FORSE PERCHE' HANNO IN CARICO DEI BONOS AL MASSIMO DEL PREZZO, O ANCHE PERCHE' COME CERTI HEDGE FUND CHE SONO I VERI PAPERONI DELLA SITUAZIONE (A PARTE POSTERO UN ARTICOLO SU QUESTI SCIACALLI) IN POCHE PAROLE E SPERO DI NON RIPETERMI ANCORA CHI CREDE IN UN DEFAULT E MEGLIO CHE NON SEGUA PIU' IL VENEZUELA ONDE EVITARE CHE A QUESTE PERSONE GLI VENGA UN INFARTO NEL PROSSIMO FUTURO
 
Che cos'è un Hedge Fund?


Una definizione appropriata di Hedge Fund potrebbe essere: "Qualsiasi fondo che non sia un convenzionale fondo d'investimento"; in altri termini qualsiasi fondo che utilizzi una strategia o una serie di strategie diverse dal semplice acquisto di obbligazioni, azioni (fondi comuni d'investimento a capitale variabile - mutual funds) e titoli di credito (money market funds) e il cui scopo è il raggiungimento di un rendimento assoluto e non in relazione ad un benchmark.
Gli Hedge Fund vengono di volta in volta indicati come strumenti di investimento alternativi, fondi speculativi, fondi di fondi, sempre in contrapposizione con le forme di gestione dei risparmio di tipo tradizionale, regolate da leggi e regolamenti specifici che ne limitano l'operatività e il rischio.
Il termine anglosassone "hedge" significa letteralmente copertura, protezione e, in effetti, questi fondi nascono proprio con l'intento di gestire il patrimonio eliminando in gran parte il rischio di mercato. La filosofia degli Hedge Fund è quella di ottenere risultati di gestione positivi indipendentemente dall'andamento dei mercati finanziari in cui operano.
La nascita degli Hedge Funds risale al 1949 quando il giornalista americano A.W. Jones fondò il suo Fondo privato di investimento ottenuto dalla combinazione di due tecniche speculative: una posizione lunga in alcuni titoli e una corta in altri. Questi ultimi venivano venduti allo scoperto, ovvero presi a prestito e venduti per puntare su un ribasso. Il portafoglio risultante costituiva il fulcro di un fondo di investimento avente una struttura che prevedeva commissioni di incentivo. Successivamente Jones cominciò a far entrare altri gestori trasformando così il primo hedge fund nel primo fondo multi-manager della storia.
La parola "hedge" significa letteralmente "coperto" e in effetti la strategia applicata da Mr. Jones era una strategia che oggi chiameremmo "long/short equity": essa generava i rendimenti assumendo posizioni long su alcuni titoli ritenuti sottovalutati, e finanziandosi con delle posizioni "short" su titoli sopravvalutati, il tutto cercando di non risentire dell'andamento generale del mercato azionario.
L'altra innovazione fu l'introduzione di una retribuzione per i managers legata a incentivi (performance fees, ovvero retrocessione di parte delle performance positive realizzate dal gestore). La strategia di Alfred Winslow Jones, malgrado i suoi brillanti risultati, non sembrò trovare molto seguito a Wall Street. L'interesse degli operatori si destò solo dopo la pubblicazione di un articolo che riportava le ottime performance di questi strumenti nel periodo 1956-1965.
Nei due anni successivi furono lanciati più di 100 Hedge Fund, di cui tuttavia solo due sopravvissero ai crack del 1969-1970 e del 1973-1974: il Quantum Fund di George Soros e lo Steinhardt Partners di Michael Steinhardt. Soros, che speculava principalmente su valute, raggiunse una potenza tale che il suo fondo fu ritenuto corresponsabile sia della marcata correzione della sterlina britannica nel 1992 (-15 per cento circa contro il marco tedesco in pochi giorni) sia del collasso del ringitt malese nel 1997 (crisi asiatica). Sempre nel '92 il fondo hedge di Soros fu alla base della svalutazione della lira italiana del 30% e della distruzione di ricchezza da parte della Banca d'Italia nel vano tentativo di difendere la divisa nazionale. La storia degli hedge fund è tuttavia anche caratterizzata da grandi insuccessi. Il caso più noto è certamente il collasso del Long Term Capital Management Fund (LTCM) nel quadro della crisi russa del 1998. Questo fondo, costituito nel 1994 da John Meriwether, poteva valersi nello staff di gestione anche di due premi Nobel, Myron Scholes e Robert Merton. Le buone performance dei primi anni e i contatti con molte banche internazionali gli aprirono facilmente l'accesso ai crediti: all'inizio del 1998, infatti, l'LTCM controllava un portafoglio di circa 100 miliardi di dollari americani (USD) a fronte di un valore reale di soli 4 miliardi, con una leva finanziaria pari a 25 volte il capitale investito. Il fondo era focalizzato su tre ambiti: volatilità degli indici, prestiti su pegno e mercati emergenti. Quando nell'agosto dello stesso anno la Russia svalutò il rublo e richiese una moratoria per i suoi debiti, i mercati si diressero in massa verso investimenti di qualità scatenando una crisi di liquidità negli strumenti finanziari in cui era investito il fondo. In due settimane, il valore reale dell'LTCM scese a 2,3 miliardi di USD (-42,5 per cento).
:ciao::ola:
 
Stato
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