DEpressione 2009 e Silenzio stampa

anche in Italia non si scherza

ieri ho visto in diretta l'intervista al ministro TRemonti che ha perso le staffe contro un giornalista per una domanda "birichina"
e gli ha data del "testa di *****"
e i tg nazionali hanno riportato la notizia con i dovuti tagli demagogici



da http://lagrandecrisi2009.blogspot.com/2009/07/informazione-su-misura.html
Informazione su misura


In pausa pranzo mi sono guardato il telegiornale di una "TV commerciale"...
Un'avvenente ragazza stile "Villa Certosa" ha commentato il DPEF, il documento di programmazione economica del Governo appena presentato.
Ebbene questo Telegiornale, se così possiamo chiamarlo, ha avuto il coraggio di censurare il crollo storico da -5,2% del PIL italiano 2009 commentando la news più o meno in questo modo: "Novità positive dal DPEF del Governo: la crisi si sta attenuando, la situazione economico-finanziaria si sta stabilizzando e per il 2010 è prevista una crescita del PIL dello 0,5%"...
Avete capito??? Più +0,5% il prossimo anno ma non si fa cenno al -5,2% di quest'anno...

Mi è venuto da piangere ed imprecare...e sono corso sul Web ad informarmi su come cambiare cittadinanza...

Capisco che sulla testa pende il Diktat del grande fratello B., capisco che il conflitto d'interessi ormai è un argomento non più di moda...ma c'è un limite anche al taglia&cuci ed alla paura, se si vuole fare Informazione e fornire un servizio pubblico a diffusione nazionale attraverso un mass-media ad alto impatto come la TV.
Se invece si vuole fare cronaca rosa o fiction, allora tutto è permesso...ma non si deve più chiamare Telegiornale ma Fantagiornale....
E purtroppo non è un vizio limitato solo a "quel telegiornale"...

Ehhhhh, Tontolina, il problema è che in questo paese, la stragrande maggioranza, crede a quello che vede in TV. Non c'è dubbio!!!! Purtoppo.......
:wall::wall:
 
propongo

Se questo è un Dpef: tutte le illusioni di Tremonti



di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 09:30 del 16 luglio 2009 in Economia Torna alla home
Il governo ha approvato il Documento di programmazione economico-finanziaria. Dietro le trionfali dichiarazioni del ministro si nasconde un sostanziale immobilismo. Che difficilmente sarà utile all'Italia


Berlusconi e Tremonti hanno presentato l'ultimo Dpef di questo governo.

La frase di Tremonti, che si riferisce al processo di riforma della procedura di bilancio in discussione in parlamento suona un po'iettatoria, visto lo stato comatoso dei conti pubblici e dell'economia italiana, analizzato in questi mesi da tutte le istituzioni economiche e finanziarie, internazionali e nostrane. Analisi bollate fino ad ieri dal governo come Astrologia e iettatura. Ma che il Dpef ha tranquillamente fatto proprie adesso. Continuando però a dire che la strada è giusta e che va tutto bene.




UN OGGETTO MISTERIOSO Un po' sconcertante. Il Dpef prima dell'avvento di Tremonti, che lo ha progressivamente svuotato di senso e di significato, rappresentava il caposaldo della manovra finanziaria dello Stato, il documento fondamentale della politica economica. Adesso è diventato un oggetto misterioso. Viene presentato sempre in ritardo (qui il link, fresco di pubblicazione). Viene svillaneggiato da chi ha la responsabilità di redigerlo. Su questo Dpef poi se ne sentono di tutti i colori.

Il Presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani ha detto l'altro ieri dopo l'illustrazione di Tremonti: "Questo Dpef verrà approvato senza una discussione preventiva, tra l'altro con cifre che al momento neanche conosciamo e che credo non rappresentino neanche il sistema Paese".

Luigi Biggeri, presidente dell'Istat invece ieri lo ha definito "il migliore Dpef che io abbia mai letto. Peccato che sarà l'ultimo". Il fatto che sia in scadenza di mandato e sotto minaccia di licenziamento è naturalmente casuale.

Anche Giovanni Carosio di Banca d'Italia ne ha parlato bene.


LE CIFRE NOTE - Il rappresentante di Banca d'Italia approva "la strategia indicata, che viene sviluppata in due tempi: una prima parte destinata a fronteggiare la crisi e a tamponare gli effetti e una seconda volta a favorire lo sviluppo economico e il risanamento della finanza pubblica".

Il "licenziando" presidente dell'Istat motiva il suo giudizio: "Noto una profonda e accurata analisi economica". Qualcuno dovrebbe spiegare al presidente Biggeri che il Dpef non è un documento di analisi, ma un documento di governo: dichiara al parlamento, quindi al paese, QUAL'E' la sua situazione economica, CHE COSA il governo intende fare per affrontarla e COME, con quali strumenti. E allora vediamo questa strategia.
Secondo il Dpef, il Pil crollerà nel 2009 (-5,2%) e inizierà a risalire (+0,5%) nel 2010. L'indebitamento sul Pil arriverà al 5,3% quest'anno e del 5% nel 2010. Dati terribili, mai visti da quando l'Italia ha iniziato il suo processo di convergenza economica e finanziaria verso valori più "europei". Il debito pubblico, che nel 2008 si è attestato al 105,7%, salirà quest'anno di quasi dieci punti al 115,3%, toccherà il 118,2% nel 2010.
Il ministro Tremonti però conferma gli obiettivi "di una convergenza verso il pareggio di bilancio strutturale e una graduale ma costante riduzione del rapporto debito/pil quando la ripresa si sarà consolidata".po


LA NOVITA' E' CHE NON CI SONO NOVITA' – Per consentire allo Stato di reggere di fronte a queste cifre, ci si aspetterebbe una terapia da lacrime e sangue: provvedimenti "forti" sulle entrate (aumento della curva della progressività e/o interventi drastici per contrastare l'evasione fiscale), oppure un taglio deciso alle spese dello stato. Niente di tutto ciò. Tremonti promette che saranno confermate le risorse per "la sanità, l'assistenza, tutto quello che serve alla gente per vivere" e che "su pensioni, prestazioni e sicurezza non ci sono tagli". E dice una frase, ripresa anche da Berlusconi in conferenza stampa: "La novità è che non ci sono novità". Un bello slogan, che però significa che, di fronte alla crisi economica che ha colpito duramente le imprese, che ha portato a forti cali dell'occupazione in questi mesi, di fronte a conti pubblici in forte sofferenza, come dimostrano gli ultimi dati di Banca d'Italia sull'andamento di incassi e pagamenti dello Stato, e sui livelli record del debito pubblico, la scelta del governo è, sostanzialmente, quella di non fare nulla. Wait and see.

SE QUESTA E' UNA STRATEGIA- La strategia dei due tempi lodata dal rappresentate di Banca d'Italia è spiegata nel comunicato stampa del Governo:

la prima parte del Dpef "analizza gli effetti della crisi e gli interventi introdotti per il suo superamento" (cioè quanto fatto in passato).

La seconda parte "riassume gli interventi e politiche settoriali, su cui si svilupperà l'attività governativa nel prossimo quadriennio".

Riguardo alla prima parte, il Dpef afferma che l'Italia ha stanziato contro la crisi, senza considerare gli interventi a favore del settore bancario, "risorse lorde pari a circa 27,3 miliardi per il quadriennio 2008-2011 (2,7 miliardi nel 2008, 11,4 nel 2009, 7,5 nel 2010 e 5,8 nel 2011), corrispondenti all'1,8 per cento del Pil". Caspita: 27,3 miliardi di euro in 4 anni! Nientemeno che lo 0,44% del Pil italiano all'anno! Cioè, nulla.

E soprattutto, come Tremonti ha sempre rivendicato, non sono soldi freschi, ma riprogrammazioni di fondi: tolgo a destra per dare a sinistra, tappo un buco aprendone un altro. Senza una riforma strutturale che è una, l'unico modo – vista la difficoltà di fare deficit spending – per far ripartire questo paese.

E' questa la strategia che piace a Giovanni Carosio di Banca d'Italia? A questa miseria si aggiungerebbero i 16 miliardi di finanziamenti alle infrastrutture, contenuti nell'allegato al Dpef.


La storiella dei 16 miliardi per le infrastrutture è l'ennesimo gioco delle tre carte. Un film già visto diverse volte in questi mesi. Sempre i soliti fondi, che ora girano da una parte, ora tornano dall'altra. Il decreto abracadabra è diventato metodo di governo. Le mucche di Mussolini hanno fatto scuola.

SE QUESTO E' UN DPEF- Anche il metodo lascia interdetti. Agli incontri con le parti sociali e con gli enti locali e regioni, il governo si sia presentato senza il testo del Dpef, anzi senza una tabella che è una. E il giorno dopo presenta il testo a Istat e Banca d'Italia. Perché, visto che le regioni e gli enti locali dovranno "partecipare" alla manovra, mentre Istat e Banca d'Itala sono solo spettatori?

Lascia interdetti che pochi abbiano sottolineato questo sconcertante comportamento, che mostra un disprezzo per le parti sociali, trattate come clientes che si accontentano di qualche briciolina, come la detassazione ad personam per Emma Marcegaglia. Stupisce il disprezzo soprattutto per le autonomie locali e le regioni con le quali si vorrebbe "costruire il federalismo".

Presto ci sarà un'analisi più puntuale, cifra per cifra, del Dpef 2010-2014, l'ultimo di quello che fu un grande documento di programmazione, dove si leggevano le scelte di governo – chiare e nette – di uno come Carlo Azeglio Ciampi, che hanno portato l'Italia fuori dal baratro della crisi del 1992.

Ora c'è la sensazione dell' impotenza (o incapacità?) del governo a mettere quella marcia in più che servirebbe a preparare il paese all'uscita dalla crisi economica mondiale. Che per gli altri comincerà dal 2010. Per l'Italia, chissà. Forse ce lo spiegherà il prossimo Dpef di Tremonti.




http://www.giornalettismo.com/archives/31993/se-questo-e-un-dpef-tutte-le-illusioni-di-tremonti/
 
cosa fa Tremorti in italia per stimolare la ripresa contro la depressione?
niente anzi ... Ha pure inventato una tassa nuova da imporre a tutte le UTILITY ed ad ENI e di recente, solo dopo 6 mesi dalla sua nascita, l'ha pure aumentata per finanziare i giornali del Padrone
incurante che gli utili di queste società sono crollati in media del 20% per le Utility e del 75% per ENI.


In USA?
Obama quest'anno spederà behn 10 punti percentuali del GDP per stimolare la ripresa...

Speranze dagli USA, non da Keynes


Due giorni fa l'aveva detto, il presidente Obama, che la recessione sta finendo, e oggi il dato rilasciato dal BEA sul GDP americano nel secondo trimestre sembra dargli pienamente ragione. A me però viene da pensare alla vecchia canzone dei Righeira, pazzi torinesi: "l'estate sta finendo e un anno se ne va/ sto diventando grande lo sai che non mi va". Vi spiegherò perché. C'è Keynes di mezzo, ancora una volta. O meglio, la sua vulgata. ma per non apparire pazzi lunatici, bisogna spiegarsi bene.
Date un occhio all'apparato analitico del comunicato BEA. E' vero, nel secondo trimestre la diminuzione congiunturale del GDP è pari solo all'1% sul trimestre precedente, rispetto al primo quarter in cui la frenata era stata del 6,3%.. E ciò porta la proiezione tendenziale del calo di prodotto nell'anno a un -3,9%, che dovrebbe migliorare fino a un esito inferiore al 3%, se la tendenza resta questa del secondo trimestre. Tuttavia, se vi prendete la briga di leggere gli apporti a questo dato delle diverse componenti, troverete che per esempio le spese per consumi delle famiglie sono diminuite nel secondo trimestre dell'1,2% mentre erano aumentate dello 0,6% nel primo; che il consumo dei beni durevoli è sceso del 7,1% mentre nel primo trimestre saliva del 3,9%; quello dei beni non durevoli è sceso del 2,5% rispetto a un aumento dell'1,9% nel trimestre precedente. E' vero, in alcune componenti il gelo tende a passare dal Polo alla tundra, visto che si passa da un -39,8% a un -8,9% per gli investimenti, e dal -29,9% al -7% per l'export. Ma la differenza di fondo viene solo da una voce su tutte: la spesa pubblica. Essa è aumentata della bellezza dell'11% nel secondo trimestre, mentre nel primo si contraeva del 4,3%. Ecco perché c'entra il solito Keynes.
Ma se ha ragione Obama e la recessione sta finendo – mi devono convincere, con questi dati - non sarebbe il caso di pensare da subito al deficit? Facciamo due conti. Nel 2007 il deficit pubblico Usa è ammontato all'1,25 del GDP. Nel 2008 è salito al 3,2%. Nel 2009, secondo le stime del Congressional Budget Office, il deficit pubblico americano punta a 1,8 trilioni di dollari, uno spaventoso 13% del GDP. Dieci punti di prodotto nazionale di stimolo keynesiano all'economia. Nel 2010, il CBO stima che il deficit resterà nella migliore delle ipotesi superiore a 1,4 trilioni di dollari, dunque più del 10% del GDP. Roba che se si dovesse adottare il keynesismo ortodosso, bisognerebbe addirittura denunciare la contrazione del deficit come eccessiva. In realtà la storia vera è un'altra. Nessuno ci capisce più niente, in merito al famoso "moltiplicatore" della spesa pubblica in deficit in periodi di crisi. Nel senso che siamo tornati a praticarlo: eppure da anni nessuno ci credeva più.
Prima osservazione. I neokeynesiani tendono a fare male i conti con l'effetto che deficit pubblici esercitano in regimi di economie aperte, alias di globalizzazione. Gli USA possono pure illudersi di finanziare il deficit a doppia cifra non a scapito degli investimenti cioè del risparmio interno privato, bensì attirando capitali esteri come hanno fatto in maniera crescente negli ultimi 15 anni. Ma ciò avviene solo a patto di bilanciare l'importazione netta di capitali esteri con aumento dell'importazione di beni e servizi dall'estero, per mettere in pari la bilancia dei pagamenti. L'aumento della domanda interna da spesa pubblica in deficit, dunque, corrisponde a una diminuzione della domanda collegata al deficit commerciale.
Dopodiché, si sperava che fosse chiara e inequivoca la lezione dell'ultimo grande esperimento storico di volontaria soggezione di una grande banca centrale indipendente al deficit, in funzione di stimolo abbracciato dalla politica fiscale di un governo keynesiano: avvenne negli USA negli anni Settanta. Il regolatore monetario, attraverso la monetizzazione del debito, forti iniezioni di liquidità e acquisto in massa di titoli pubblici può surrettiziamente dare l'illusione di maggior potere d'acquisto. Ne derivò la stagflazione, fino a che Paul Volcker non invertì la tendenza tornando a politiche monetarie rigorose, al costo della recessione 1981-82 pur di spezzare la spirale inflazionistica e ripristinare la convenienza agli investimenti privati, per attenuazione del crowding out pubblico.
Ma se tali sono le evidenze empiriche – che la politica tende sempre a dimenticare quando arriva una crisi – che dire delle ricerche teoriche? Olivier Blanchard del MIT, un anno fa, in un paper intitolato The State of Macro (NBER Working Paper no 14259)h ha tentato una modellizzazione convergente neokeynesiana. Diciamolo fuori dai denti: fino all'esplosione della grande crisi, non c'era quasi più nessuno che tentasse di difendere in sede teorica l'efficacia dello stimolo keynesiano. La convergenza prevalente si collocava sulla critica al moltiplicatore svolta da Robert J. Barro in testi come Macroeconomics: A Modern Approach (South-Western College Publishers, 2007). Barro si è concentrato sull'analisi di efficacia del moltiplicatore in anni di pace e di guerra, sottolineando come solo in questi ultimi possa essere considerato davvero efficace: e comunque anche in quegli anni - WWII, Corea, Vietnam - il moltiplicatore non è mai andato 0,8. Cioè anche negli anni di massima effettività, l'aumento di spesa pubblica si traduce solo in una frazione di aumento del prodotto. Barro ha dato evidenza statistica e teorica al fatto che in numerosi anni di pace il moltiplicatore della spesa pubblica tende addirittura a zero, con effetti sul GDP pressoché nulli.. Paul Krugman naturalmente in più occasioni ha aspramente criticato tali risultanze. Altri autori, come Andrew Mountford e Harald Uhlig, hanno calcolato che, in caso di inattesi innalzamenti della spesa pubblica oltre quanto previsto dagli stabilizzatori automatici per il ciclo, possa determinarsi un aumento dell'1,3% di prodotto per l'1% di spesa pubblica aggiuntiva. Tuttavia, per i due autori "il taglio delle tasse anche in deficit è la miglior politica pubblica per stimolare l'economia".
Altri hanno messo a punto modelli economici per simulare le conseguenze. Christina Romer e Jared Bernstein, consiglieri di Obama e Biden, in base a un loro modello sono dell'idea che l'1% di spesa pubblica incrementale accresca il GDP dell'1,6%. Altri, come John Cogan, hanno messo a punto modelli sulla variante Smets-Wouters, raggiungendo la conclusione che nel primo anno il moltiplicatore tende a essere molto modesto, e che comunque resta inferiore all'unità anche in seguito. Varianti del modello Smets-Wouters sono stati anche utilizzati per simulare l'effetto della spesa pubblica sul ciclo nel caso di politiche monetarie coerenti - cioè ancelle - alla politica di bilancio. Gauti Eggertsson è forse colui che più si è spinto avanti su questa strada, proponendo tre anni fa in uno staff paper della FED di New York la tesi per cui, con una politica fiscale esplicitamente a supporto fino agli estremi, il moltiplicatore potrebbe arrivare addirittura a 3,7. Ma ciò configurerebbe l'abrogazione di ogni autonomia della politica monetaria: lo stesso Eggertsson concludeva che, se la politica monetaria resta indipendente, come non può che essere a giudizio di un membro FED, il moltiplicatore tende allo zero.
Mi rendo conto che posa essere impopolare ricordarlo, ora che il secondo trimestre USA vede un calo d'intensità della recessione - ma sempre recessione è - ma esso è più figlio della spesa pubblica in frenata nel trimestre precedente, che dell'aumento verticale di spesa pubblica che nel frattempo avveniva. I deficit pubblici non possono creare domanda aggiuntiva reale combattendo "il risparmio stupido", come lo definiva Keynes. Possono solo orientare la domanda da quella preferita dal mercato a quella preferita dal governo. È vero che la ricerca economica non dà quasi mai risultanze univoche, e ciò non capita infatti neanche per il moltiplicatore. Ma la vasta maggioranza degli autori prima della crisi attuale era per un moltiplicatore largamente inferiore all'unità, dunque inefficace. Lo stimolo keynesiano produce debiti, non occupati. Ma poiché le cattive idee raramente spariscono una volta per sempre, ecco che occorre reimpararne da capo l'amaro prezzo. Ci stiamo in mezzo, al gigantesco esperimento di neosomari a nostre spese.
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31 luglio 2009 Senza categoria deficit pubblico, moltiplicatore



http://www.chicago-blog.it/index.php/2009/07/speranze-dagli-usa-non-da-keynes/#more-1859
 
[FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]Produzione industriale: Istat, -1,2% m/m a giugno (-21,9 a/a)[/FONT][FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]
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[FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]
RO
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(MF-DJ)--A giugno 2009 l'indice della produzione industriale destagionalizzato ha segnato una diminuzione dell'1,2% rispetto a maggio 2009; la variazione congiunturale della media degli ultimi tre mesi rispetto a quella dei tre mesi immediatamente precedenti e' pari a -3,9%. Lo rende noto l'Istat aggiungendo che l'indice della produzione corretto per gli effetti di calendario ha registrato a giugno una diminuzione tendenziale del 21,9% (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di giugno 2008), mentre nel primo semestre 2009 la variazione rispetto allo stesso periodo del 2008 e' stata di -21,5% (i giorni lavorativi sono stati 124 contro i 125 del 2008). L'indice grezzo della produzione industriale ha registrato una diminuzione del 19,7% rispetto a giugno 2008. Nel confronto tendenziale relativo al periodo gennaio-giugno, l'indice e' diminuito del 22,2%. Gli indici destagionalizzati dei raggruppamenti principali di industrie registrano tutti variazioni congiunturali negative: -2,7% per l'energia, -2,3% per i beni strumentali, -2% per i beni intermedi e -1% per i beni di consumo (-2,6% per i beni durevoli, -0,9% per i beni non durevoli). L'indice della produzione industriale corretto per gli effetti di calendario ha segnato, nel confronto con giugno 2008, diminuzioni in tutti i raggruppamenti principali di industrie: -29,5% per i beni intermedi, -26,8% per i beni strumentali, -12,9% per l'energia e -9,5% per i beni di consumo (-26% i beni durevoli, -5,1% i beni non durevoli). Anche nel confronto tra il primo semestre 2009 e lo stesso periodo dell'anno precedente, le variazioni sono risultate negative: -29,8% per i beni intermedi, -24,3% per i beni strumentali, -11,7% per l'energia e -9,8% per i beni di consumo (-21,3% per i beni durevoli, -6,9% per i beni non durevoli). Nel mese di giugno 2009 l'indice della produzione industriale corretto per gli effetti di calendario ha segnato, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, una variazione positiva nel settore dei prodotti farmaceutici (+5,3%). Le diminuzioni piu' marcate hanno riguardato le apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-37,6%), i macchinari e attrezzature n.c.a. (-37,1%), i mezzi di trasporto (-33%) e la metallurgia e prodotti in metallo (-32,4%). Nel confronto tra il primo semestre del 2009 e il corrispondente periodo del 2008, le diminuzioni piu' ampie hanno riguardato la metallurgia e prodotti in metallo (-33%), le apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-32,4%) e i macchinari e attrezzature n.c.a (-31,3%); le industrie alimentari, bevande e tabacchi hanno registrato il calo piu' contenuto (-3,5%) mentre i prodotti farmaceutici hanno segnato, nel medesimo confronto temporale, una variazione nulla. red/gug (END) Dow Jones Newswires Copyright (c) 2009 MF-Dow Jones News Srl. August 06, 2009 04:20 ET (08:20 GMT)
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[FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]Lavoro: Epifani, brutti segnali dalle fabbriche (Rep.)[/FONT] [FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]
ROMA (MF-DJ)--In autunno "forse la produzione interrompera' la sua discesa, ma la disoccupazione rischia di aumentare. I segnali che anche in agosto arrivano dalle fabbriche non sono buoni: le imprese, consumati i periodi di cassa integrazione, ora possono chiudere e mettere i dipendenti fuori dall'azienda. Sono d'accordo con la Marcegaglia: ci saranno altri mesi duri". Ad affermarlo, in un'intervista a Repubblica, e' il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Riferendosi al dibattito sul costo della vita e sulle gabbie salariali, Epifani ribadisce che "la Cgil e' contraria alle differenze salariali per chi fa lo stesso lavoro con la stessa professionalita'. Le paghe sono gia' piu' basse al Sud rispetto al Nord del 15-20%. Come sono inferiori quelli dei giovani rispetto ai meno giovani, delle donne rispetto agli uomini e dei lavoratori migranti rispetto agli italiani. Differenza che per me vanno superate, non ampliate". Nel dopoguerra, prosegue Epifani, la Cgil siglo' l'accordo sulle gabbie salariali perche' "il contesto era completamente diverso". Ora invece "tornare alle gabbie salariali vorrebbe dire fare un passo indietro. Calderoli invece di lanciare messaggi del genere farebbe bene a occuparsi di fabbriche del Nord sull'orlo dello smantellamento come l'Innse". red/rov (END) Dow Jones Newswires Copyright (c) 2009 MF-Dow Jones News Srl. August 06, 2009 03:33 ET (07:33 GMT)
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infatti la produzione elettrica mostra subito la Crisi molto seria
Purtroppo NOI la paghiamo sempre molto cara perchè è SuperTASSATA

[FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]Energia: valori Gme ai minimi dal 2004 (MF)[/FONT] [FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]
MILANO (MF-DJ)--I prezzi della Borsa elettrica, gestita dalla societa' Gme, segnano un calo del 40% rispetto a luglio 2008, toccando il minimo storico dall'avvio del mercato, nel 2004. A luglio 2009, si legge su MF, il prezzo di acquisto e' stato di 60,50 euro al Megawatt, un dato a cui va aggiunta la contrazione degli acquisti nazionali di energia elettrica (-6,8% a/a) e delle vendite degli impianti di produzione (-10,3% a/a), oltre all'aumento delle importazioni nette (+18,8% a/a), favorito dal differenziale di prezzo con le altre borse europee, prossimo ai 25 euro per ogni Mwh. Nel sistema Italia, a luglio sono stati scambiati 28,7 mln di Mwh, con una riduzione del 7,9% a/a. Di questi, 19,6 mln sono andati alla Borsa elettrica, diminuendo di 2,2 punti percentuali la liquidita' del mercato rispetto a luglio 2008, attestandosi al 68,5%. Le ragioni del calo sono ascrivibili alla contrazione del prezzo del petrolio e del gas, che si e' ripercossa sui costi di produzione elettrici. In Italia, comunque, il prezzo di vendita dell'energia e' assai variegato: si va dai 50,05 euro al Mwh della zona Sud, ai 57 euro della zona continentale, agli 89,49 euro in Sicilia e 106,60 in Sardegna, unica eccezione rialzista (prezzi a +9,2% a/a). red/ava (END) Dow Jones Newswires Copyright (c) 2009 MF-Dow Jones News Srl. August 06, 2009 02:50 ET (06:50 GMT)
[/FONT]
 
e la benzina continua ad aumentare
tra accise, iva,... che già gravavano per il 75%del prezzo
ORA la tassazione è aumentata molto
grazie anche alla nuova tassa della Tremonti-ROBINOOD TAX che di recente è stata ritoccata al rialzo per poter finanziare i giornali (un'ulteriore regalìa agli amici che tassa la popolazione)

e Scajola che fa?
convoca i produttori solo?
perchè non Tremonti?

[FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]Carburanti: prezzi fermi in vista vertice con Scajola[/FONT] [FONT=Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif]
ROMA (MF-DJ)--Prezzi fermi per i carburanti in attesa che i rappresentanti delle compagnie siano ricevuti alle 15h00 dal ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola. Complice la tornata di rialzi messa a segno tra martedi' e ieri, si legge in una nota di quotidianoenergia.it, questa mattina a intervenire sui listini sono state soltanto Api-IP ed Esso. Entrambe hanno limato al ribasso il solo prezzo del diesel. Le prime due di 0,2 centesimi a 1,159 euro/litro, l'altra di 0,3 centesimi a 1,160 euro/litro. Ferme tutte le altre compagnie. com/gug (END) Dow Jones Newswires Copyright (c) 2009 MF-Dow Jones News Srl. August 06, 2009 04:42 ET (08:42 GMT)
[/FONT]
 
Mentre Goldman Sachs fa i maggiori utili trimestrali della sua storia facendo Trading con i soldi dei contribuenti, come se fosse un Hedge Funds più che una Banca......

Ma dove sono quelli di sinistra che vedevano in OBAMA il salvatore del mondo, il cambiamento globale, il nuovo.....
Siete solo chiacchiere e didtintivo!!!

Obama ha dato i soldini dei contribuenti americani alle banche, nulla di più, nulla di me.

Fortuna che GS ci ha azzeccato stavolta......

CHE CAMBIAMENTO, che nuove regole del mercato finanziario globale....

Scusate l'OFF TOPIC, ma mi girano.......

Se ritrovo il portafolio titoli di OBAMA lo posto
ha più titoli in tasca lui di un hedge found, macchè dalla parte della geste.

Sempre mitico il GRILLO
ciao
 
PIL francese 2° trimestre 2009 è positivo di +0,3% rispetto al precedente
PIL TEDESCO 2° trimestre 09 è anche lui positivo dello 0,3%

mentre l'Italia è sempre negativa di -0.5%

e come dice TREMORTI "noi siamo messi meglio di francia e germania"

che intendeva?
che la nostra economia e la nostra produzione industriale crollano meglio?
 
si sa che Scaroni fu socialista al pari di Sacconi, Brunetta, Cicchitto (e Berlusconi, più defilato ma presente) è facile comprendere che, attraverso l'ENI, stanno facendo cassa. Non possono più, come ai tempi della DC, aumentare le accise sui carburanti per il Vajont: lo fanno in modo surrettizio, mascherato, ma è la stessa politica. Domani, s'inventeranno una Robin Tax 2, così gli estimatori di Tremonti saranno soddisfatti.

tratto da
http://carlobertani.blogspot.com/200...-che-fare.html


abbiamo al potere sempre le stesse persone inquisite di Mani Pulite
 
le città USA assomiglieranno sempre più a quelle italiane?


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DI DOMENICO DE SIMONE
nuovaeconomia.blogosfere.it

In un articolo recentemente pubblicato sul NYT (la traduzione in italiano la trovate su ComeDonChisciotte ), Paul Krugman sostiene che se la situazione dell'economia mondiale non è ancora finita nel baratro della recessione prolungata come quella del '29, lo si deve al differente atteggiamento dei Governi e in particolare di quello degli Stati Uniti, che hanno sostenuto la domanda con forti iniezioni di spesa pubblica.

Nel 1929, il Governo assunse invece l'atteggiamento opposto di risparmiare sulla spesa e questo aiutò il tracollo. Oggi, invece, l'amministrazione Obama, pur criticabile per l'insufficienza del programma di intervento adottato, non ha contratto la spesa rifiutando le critiche di chi sostiene, soprattutto da parte repubblicana, che lo Stato deve dare ai cittadini l'esempio riducendo notevolmente il proprio budget di spesa sugli interventi.

Nella foto: Chicago, Michigan Avenue

Krugman è un economista intelligente e di grande carisma, ma devo dire che questa volta è stato anche sfortunato.. Perché, infatti, proprio oggi compare la notizia che la città di Chicago, una delle più importanti degli USA, è costretta a chiudere i battenti dei propri servizi, riducendo all'osso anche quelli essenziali, perché non ha i soldi per pagarli. Sanità - tranne le emergenze-, trasporti, servizi amministrativi, raccolta spazzatura, tutto fermo. A rischio anche il servizio locale di polizia. Gli impiegati a casa senza stipendio, oggi e per ancora altri giorni in futuro. Con il crollo delle entrate fiscali, legate per lo più alle tasse sulla casa, il Comune non è in grado di pagare gli stipendi e le altre spese.

Rampini su Repubblica riferisce che anche in molte altre città degli USA la situazione è al collasso e sta causando drastici tagli ai bilanci dei Comuni a cominciare dalla riduzione del personale. È nota, poi, la gravissima situazione di dissesto dello Stato della California che ha esaurito i fondi e sta pagando con cambiali che forse in futuro, se le cose andranno meglio, saranno onorate. Peggio di un qualsiasi nostro comune italiano dissestato e commissariato per debiti.

Tuttavia, Krugman ha ragione. Senza la spesa corrente dello Stato (e in fondo è quello che ripete la Marcegaglia al Governo da qualche mese, solo che da noi non c'è più una lira), il crollo della domanda di consumo sarebbe stato ben peggiore e le conseguenze più devastanti. Krugman le misura in circa un milione di disoccupati in più, che nella situazione attuale fanno la differenza tra una crisi gravissima e un disastro. Ha ragione, ma questo non significa che il sistema vada necessariamente in quella direzione, come dimostrano le ultime notizie.

Anche in Giappone l'incremento del PIL sostenuto dalla spesa pubblica ha provocato il panico in borsa .. Per la semplice ragione che quella spesa dovrà pure essere pagata da qualcuno e se l'economia non riparte ci saranno meno tasse da incassare per pagare il debito e quindi un avvitamento peggiore della crisi.

È la stessa considerazione che ha seminato la paura nelle borse occidentali nella giornata di oggi . La domanda è: dove si prendono le risorse per pagare il debito che gli stati stanno contraendo per sostenere l'economia? Lo so che negli articoli che ho linkato c'è scritto altro: che la borsa giapponese scende per l'apprezzamento dello Yen e quelle occidentali forse per prese di beneficio. Ma chiedetevi perché le borse sono scese proprio subito dopo la diffusione di dati apparentemente confortanti sui PIL in Europa e in Giappone e la risposta apparirà in tutta chiarezza. Non è vero che i traders non pongano attenzione ai fondamentali dell'economia, anzi.




E allora torniamo alla domanda. Chi paga e con quali risorse? La risposta non è affatto chiara. Che tasso di incremento del PIL sarà necessario per far fronte al mare di debiti contratti dagli Stati? Quello giapponese è palesemente insufficiente e in Europa non si sa nemmeno se si tornerà davvero in positivo. E se negli USA la spesa pubblica si riduce, andrà anche peggio.

Ma proviamo anche ad analizzarla a fondo questa domanda. È davvero una domanda sensata o stiamo ragionando intorno all'uovo e alla gallina? Perché vedete, fino agli anni sessanta la spesa pubblica era considerata un puro costo che gravava sulla produzione nazionale. Ad un certo punto ci si è accorti che continuando di quel passo, vista la crescita del settore dei servizi, la produzione nazionale sarebbe stata minore del costo dei servizi. Questo avrebbe dovuto significare impoverimento della collettività, mentre l'evidenza diceva esattamente il contrario. Insomma, i servizi sono entrati di colpo nel novero della Produzione nazionale che da allora è stata classificata come PIL, che comprende il valore di tutti i beni e i servizi prodotti. Comprende quindi anche la spesa pubblica, e non solo quella in conto investimenti, ma anche la spesa corrente. Nella formula che descrive il PIL la spesa pubblica è in genere identificata con la lettera G (che sta per Government). Insomma, come ha dimostrato Keynes ormai quasi ottant'anni fa, la spesa pubblica produce ricchezza in misura adeguata al moltiplicatore applicabile al tipo di spesa. Per fare questa spesa, però, occorre trovare le risorse, che in genere sono costituite da strumenti finanziari. Perché non c'è dubbio che le risorse umane (impiegati e operai) ci sono e per erogare servizi le risorse materiali sono pressoché irrilevanti (mentre per produrre acciaio o ceramiche sono essenziali).

E allora proviamo a chiederci che cosa sono queste risorse finanziarie essenziali per la spesa pubblica, che una volta effettuata produce ricchezza nella misura del moltiplicatore. Diciamo che una spesa di un milione ne produce almeno due in termini di ricchezza (spero che Keynes perdoni la mia rozza semplificazione, ma è giusto per dare un'idea). In che cosa consiste, dunque, quel milione senza il quale la spesa pubblica non si può fare? A Keynes sembrava davvero assurdo che per trovare quel milione fosse necessario mettersi a scavare sotto terra, trovare dell'oro, estrarlo e pulirlo, coniarlo in monete con cui pagare gli impiegati e gli operai che poi avrebbero creato ricchezza con il proprio lavoro e nel frattempo giravano i pollici nell'attesa. Se con quel lavoro si crea ricchezza, non sarebbe stato più logico e più semplice, metterli al lavoro da subito senza fargli aspettare tutta la trafila dell'estrazione del prezioso metallo che tutto può? Ma che nulla ottiene, se ricordiamo quel che dell'oro ci dice il mito di Re Mida? Sarebbe come aspettare di vincere il superenalotto per iniziare un'attività in cui tutto è pronto e in grado di funzionare perché è stato creato da noi stessi. Le probabilità di trovare una nuova minera sono praticamente identiche.

Insomma, se un ente pubblico possiede strutture organizzative, risorse umane e materiali sufficienti, per quale ragione non può funzionare? Keynes risolse il problema con il debito pubblico. Lo Stato garantisce che pagherà a chi gli presta i soldi poiché la sua attività genera più ricchezza di quella che impiega. Ma perché c'è bisogno di qualcuno che presti i soldi (in genere le banche) se le risorse per il lavoro e la produzione della ricchezza stanno già tutte lì, a disposizione dell'ente? Non è esattamente come andare a scavare per terra per trovare l'oro necessario a coniare le monete, quando quell'attività si giustifica da sola, perché produce ricchezza?

Ma insomma, la spesa pubblica, produce ricchezza o no? O meglio, essa è ricchezza in sé o la consideriamo ancora un costo, come cinquant'anni fa? Perché non può essere che per certi versi è un costo che deve essere sostenuto dalla tasse e per altri versi è una componente della produzione di ricchezza nazionale. E che quando serve a spaventare produce debito, mentre quando deve rassicurare diventa ricchezza.

Hanno ragione gli speculatori delle borse che si fanno prendere dal panico perché domani non ci saranno i soldi per i debiti, o ha ragione Krugman e il governo che facendo spesa hanno in qualche modo limitato i danni creati proprio da quelle speculazioni? E se non avessero fatto spesa pubblica ci troveremmo adesso nel baratro di una crisi economica e sociale probabilmente irreversibile (e non è detto affatto che non ci si finisca lo stesso). Quando poi, tutte le risorse produttive ci sono e sono certamente sovrabbondanti?

Perché poi lo stesso ragionamento vale per le attività delle imprese private, che producono anch'esse debito, e per il consumo delle famiglie, che pure genera debito. Insomma, qualsiasi cosa fai per creare ricchezza si genera debito che produce interessi che finiscono nelle banche.
Non a caso le Banche sono praticamente proprietarie della maggior parte della produzione mondiale di beni (ad esempio del 90% di tutta la produzione chimica del mondo).
E sono anche proprietarie di più del 100% delle risorse delle famiglia americane, che in pratica lavorano per pagare gli interessi sui prestiti.
Ma soprattutto decidono se il Comune erogherà o meno il servizio dell'asilo nido o del centro anziani, o della raccolta della spazzatura o dell'emissione dei certificati. E questo nonostante ci siano insegnanti, maestri, spazzini, impiegati e strutture in grado di lavorare subito senza avere alcun viatico se non la remunerazione del loro lavoro. Che però dato che produce ricchezza, si remunera da solo, senza bisogno di nessuno, basterebbe solo contare quanta ricchezza si è prodotta e remunerare con essa le attività effettuate.
In fondo un impiegato, uno spazzino un insegnante, vogliono soddisfare le esigenze di tutti: una casa (e ce ne sono tante), cibo e vestiti (la cui produzione è da decenni cronicamente eccedente), divertimenti e relativi strumenti (e pure qui la produzione è per definizione in eccesso). Quindi i mezzi per pagarli ci sono, però se qualcuno non si indebita non ci sono più.

Ma insomma, perché dobbiamo fare debiti per vivere e lavorare ?

Domenico De Simone
Fonte: http://nuovaeconomia.blogosfere.it
Link: http://nuovaeconomia.blogosfere.it/2009/08/lossimoro-della-spesa-pubblica.html
17.08.2009





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