DEpressione 2009 e Silenzio stampa

September 17th, 2009 Scalda il cuore sapere che qualcuno non ha perso l’ottimismo. E il presidente della banca centrale americana, Ben Bernanke è più che ottimista: quest’anno è stato duro, ha detto, ma la crisi, anzi la recessione è cosa passata. A gelare il sangue però sono i numeri. Quelli sulla disoccupazione. Prevista - non da un pool di catastrofisti; ma dagli economisti dell’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i 30 Paesi più sviluppati al mondo - sempre ottima e abbondante, almeno fino al prossimo anno. Poi, si vedrà. In cifre: secondo l’Ocse, dal 2007 ad oggi nei 30 Paesi di cui sopra - Italia compresa - sono evaporati 15 milioni di posti di lavoro, e entro la fine del prossimo anno, altri 10 milioni di persone rischiano di rimanere a casa. Alcuni con la magra consolazione di un qualche sussidio per campare. Altri - come, ça va sans dire, i precari italiani - senza il becco di un quattrino. Ma tutti con la consapevolezza, almeno, di aver vissuto un momento di disgrazia epocale. Se lo scenario disegnato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dovesse passare dalla carta alla strada, il tasso di disoccupazione dei Paesi ricchi del globo raggiungerebbe il 10% (fuor di percentuale: farebbe 57 milioni di disoccupati). Un dato mai raggiunto, come osserva l’Ocse, dal secondo dopoguerra ad oggi. E in pratica un altro record sbriciolato dalla peggior crisi dai tempi della Grande depressione.
Insomma: secondo l’Ocse, i numeretti del Pil potrebbe anche tornare a viaggiare all’insù. Ma l’uomo della strada faticherà ad accorgersene. Previsioni un tantino fosche. Ma che - già questa settimana - hanno trovato le prime conferme. L’emoragia di posti di lavoro cominciata ormai più di un anno fa non accenna a fermarsi. Opel ha annunciato più di 10mila licenziamenti. Il gigante russo dell’automobile Avtovaz, 5mila. E la casa farmaceutica americana Eli Lilly, altri 5mila. Questo è accaduto - tra Berlino, Mosca e gli Usa - lunedì. Martedì invece la doccia fredda è arrivata da Londra: in Gran Bretagna - secondo gli ultimi dati disponibili (giugno 2009) - la disoccupazione è arrivata al 7,9%. Meglio che in Usa e eurozona (dove la percentuale di disoccupati è già vicina alla doppia cifra). Ma pur sempre - per Londra e dintorni - il peggior dato dal 1995. Per finire il giro del mondo, anche a Tokyo si soffre. La Japan airlines, sempre questa settimana, ha annunciato il licenziamento di 6.800 dipendenti (il 14% della forza lavoro). E il taglio di una ventina di rotte. Compresa - verrebbe da dire ovviamente - la nostrana Malpensa.


A proposito di guai nostrani. E l’Italia? E l’Italia - nel silenzio quasi assordante di media che appartengono (in senso stretto) o al presidente del consiglio, o a grandi gruppi finanziari e industriali (”La Stampa”, “Repubblica”, “Sole 24 ore” e “Corriere”); media che questa crisi l’hanno raccontata giusto nelle pause tra una querelle politica e l’altra - dicevamo: l’Italia sta scivolando zitta zitta e inesorabile sulla stessa china. L’Ocse stima che - di qui al 2010 - 1,1 milioni di italiani potrebbero perdere il lavoro. E qualcuno comincia più o meno timidamente a protestare. Gli insegnanti vittima dei tagli per far quadrare i conti dello Stato, innanzitutto. Ma non solo. Dopo il “caso Innse”, altri operai sono saliti in cima a una fabbrica. Sono cinque dipendenti della Lares e della Metalli preziosi che da giorni sono in cima alla fornace della loro fabbrica a Paderno Dugnano, in Lombardia. Non scenderanno - o così dicono - finchè non avranno la certezza che loro e i loro colleghi (250 persone) non avranno un lavoro. Lo racconta oggi anche il Corriere della Sera. Chiaramente nelle pagine della cronaca di Milano. Sia mai che qualcun altro si azzardi ad imitarli, minando pace sociale, e fiducia dell’italiota convinto che tanto noi, da questa crisi, “ne usciremo meglio degli altri”.




E allora? E allora Ben Bernanke - come ricordava ieri uno dei pochi blogger italiani ad occuparsi a tempo pieno di banche e dintorni - la crisi non l’aveva vista arrivare manco col binocolo. Ma forse avrà ragione lui a dire che il “peggio è passato” e a (pre)vederne la fine. Il prezzo per uscire dal tunnel, però, sembra ancora tutto da pagare. Sempre - visto il boom dei debiti pubblici e un’economia (quella occidentale) basata insulsamente sui consumi (che negli Usa fanno il 70% del Pil) - che il prezzo ci si riesca, a pagarlo.
P.S. Per gli smemorati e i refrattari alla cultura: qui, la spiegazione del titolo.
http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=3860
 
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LA GRANDE DEPRESSIONE DEL 1873: TRACCE SULLA SPIAGGIA

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Secondo quanto scritto su WIKIPEDIA la crisi economica del 1873-1896, indicata come Grande depressione, ebbe inizio dopo oltre trent'anni di incessante crescita economica. Il mondo conobbe una crisi agraria, cui si aggiunse una parallela crisi industriale.
(...) Alcuni studiosi di storia economica affermano che la Grande Depressione era in realtà una fase deflazionistica e non un periodo di caduta della produzione e del PIL. La tesi sulla deflazione porta a sostenere che la Grande Depressione non era per nulla una depressione, perché la produzione e il PIL reale crescevano durante tutto il periodo (vedi la tabella sotto). La confusione proviene dal fatto che i prezzi erano in calo. La deflazione era dovuta alla grande produttività industriale e ad una moneta sana e onesta (regime monetario coperto da oro e/o argento). Ecco quindi che come vedremo tra breve, la prima Grande Depressione produsse una sorta di "deflazione positiva, buona" ovvero una caduta dei prezzi non originata da un eccesso di produzione ma dall'aumento della produttività, da un aumento della concorrenza.
Nell'anniversario del fallimento della Lehman Brothers ecco quindi un'uteriore impronta della storia in questo passo:
(...)La crisi ebbe inizio dopo il fallimento della grande bancanewyorkese di Jay Cooke la quale diede il via ad un'ondata di panico che si diffuse nell'economia americana e poi in tutti gli altri paesi industrializzati. Nel giro di pochi mesi la produzione industriale degli Stati Uniti cadde di un terzo per la mancanza di acquirenti mentre aumentava a dismisura la disoccupazione. (...)
La crisi si manifestò come una forte eccedenza di offerta sulla domanda; le industrie cioè producevano molto più di quanto il mercato potesse assorbire sotto forma di consumi. Era la prima manifestazione di una crisi economica moderna.(...)
Oggi vi sono delle differenze sostanziali rispetto a quel periodo, questa crisi proviene da una crescita economica degli ultimi anni stimolata dalle bolle dell'ideologia monetarista, che ha prodotto un boom immobiliare insostenibile, che a sua volta ha lasciato come risultato, la più imponente depressione immobiliare della storia.
Senza questo boom indotto in maniera quasi scientifica, nessuna crescita di rilievo avrebbe accompagnato un sistema economico basato sul circolo virtuoso/vizioso Cina-Usa-Cina, crescita sostanzialmente figlia del debito esponenziale, a sua volta prodotto dal boom immobiliare.
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(...) In un articolo del New York Times del 2006, Charles R. Morris affermò che la "Grande Depressione" era in realtà un periodo di grande crescita economica, ma al tempo molti americani erano confusi a causa della diminuzione dei prezzi e dell'incremento delle disuguaglianze reddituali, risultanti da un aumento degli standard di vita degli americani più benestanti a ritmi più elevati rispetto alle comunque migliorate condizione di vita del resto della popolazione. Nytimes
Come nella Grande Depressione del '29 e quella che si continua a chiamare Grande Recessione, la Depressione di fine secolo diciannovesimo vide un'esplosione delle disuguaglianze in termine di redditi, alle quali aggiungerei un'imponente trasferimento di patrimoni e profitti.
Alcuni giorni fa, sul SOLE24ORE è apparso un pezzo che riprende il filone delle lezioni dal passato, .... Per battere la crisi imitate Rockefeller nel crack del 1873 di Marco Fortis:
Nell'ottobre dello scorso anno, durante i giorni di panico seguiti al crollo di Wall Street, lo storico americano dell'Ottocento e della guerra di secessione Scott Reynolds Nelson, del College of William and Mary di Williamsburgh ( Virginia), conobbe un momento di particolare notorietà. Infatti, pubblicò sulla rivista "The Chronicle of Higher Education" un articolo in cui paragonava la recessione globale che allora stava iniziando non al 1929, cioè al più noto paradigma di tutte le crisi economiche, bensì alla grande depressione del 1873.
I compagni di viaggio di Icebergfinanza conoscono l'importanza della storia e come abbiamo appena visto in MinskyMoment Hyman Minsky e Irving Fisher con la sua "DebtDeflation" sono stelle polari che ci hanno aiutato a comprendere i meccanismi di questa crisi, prima di molti altri.
L'attenzione dei media (l'articolo fu tradotto in molte lingue e variamente commentato) verso questo raffronto storico è poi scemata sotto l'incalzare degli avvenimenti, ma vale la pena oggi di rivisitare le argomentazioni di Nelson, perché quando una crisi ha una portata come quella attuale i paralleli storici sono necessari. E anche chi non è storico di professione e quindi ha una visione parziale degli eventi può dare un contributo per stimolare il dibattito.
Il calo degli indicatori economici durante il primo anno dell'attuale recessione ha toccato intensità indubbiamente simili a quelle registrate nella prima fase dellacrisi del '29 ma, a parte altre analogie marginali, il paragone si ferma qui. Nel 1873, invece, gli indicatori macroeconomiciallora esistenti non registrarono una caduta analoga a quella odierna e di ottanta anni fa. Infatti, il numero di paesi che accusarono diminuzioni del prodotto interno lordo nel 1873 e negli anni successivi fu abbastanza limitato. Tuttavia quella crisi fu avvertita pesantemente dalle borse ed ebbe conseguenze profonde e durature sulle economie, determinando un lungo strascico di problemi in molti settori produttivi, nell'occupazione e nel commercio internazionale.
Le cause che determinarono la depressione del 1873 furono in effetti assai simili a quelle che hanno provocato la crisi odierna, mentre il crack del '29 originò principalmente da altri fattori, come la sovrapproduzione di beni di consumo in America e la conseguente crisi bancaria e azionaria, senza dimenticare il fatto che l'Europa era nel '29 profondamente divisa e debole, con la Germania ancora afflitta dalle difficoltà conseguenti al pagamento dei debiti della prima guerra mondiale. La crisi del '29,inoltre,non fu assolutamente causata da un eccesso di debiti delle famiglie per i mutui sulla casa e il credito al consumo, come è avvenuto stavolta negli Stati Uniti e in molti altri paesi.

Peccato davvero che Fortis non abbia letto le memorie di MARRINER.S.ECCLES governatore della Federal Reserve tra il 1934 e il 1948 uomo che condivise accanto a Franklin Delano Roosevelt gli anni della Grande Depressione, quindi non un fonte qualsiasi........
Come la produzione di massa deve essere accompagnata da consumi di massa, i consumi di massa a oro volta implicano una distribuzione della ricchezza - non di ricchezza esistente, ma di ricchezza prodotta attualmente per fornire agli uomini il potere d'acquisto di importo pari a quello di beni e servizi offerti dal circuito economico nazionale.
Invece di realizzare questo tipo di distribuzione, una pompa di aspirazione gigante aveva attirato nel 1929-30 in poche mani una crescente quota di ricchezza. Questo serviva come accumulazione di capitale.(...) Abbiamo sostenuto livelli elevati di occupazione in quel periodo con l'aiuto di un eccezionale espansione del debito al di fuori del sistema bancario. Questo debito è stato fornito da una grande crescita del business di risparmio, nonché dal risparmio da parte di privati, in particolare ad alto reddito, dove le tasse sono relativamente basse.

E' importante esplorare ogni singola goccia degli oceani nei quali si naviga, in maniera particolare quelli della Storia!
Prosegue Fortis:

Che si tratti di yusen giapponesi o subprime americani, mutui immobiliari concessi con sempre maggiore facilità e senza adeguate garanzie, la storia è inesorabile, chi dimentica il passato è destinato a riviverlo.
Viceversa, come ha rilevato Nelson, la crisi del 1873 originò come quella di oggi dai problemi del settore immobiliare in Europa centrale e in Francia e si trasferì poi rapidamente al settore finanziario, propagandosi alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti con un crollo generalizzato delle borse. Osserva Nelson che intorno al 1870 negli stati dell'Europa continentale prese avvio un boom incontrollato del settore delle costruzioni municipali e residenziali, specialmente nelle capitali di Vienna, Parigi e Berlino, favorito anche da una eccessiva fioritura di istituzioni finanziarie specializzate nell'erogazione di mutui immobiliari concessi con sempre maggiore facilità e senza adeguate garanzie.

La vittoria militare sulla Francia nel 1871 e i relativi incassi per le riparazioni di guerra generarono in Germania un'euforia di investimenti in ferrovie, fabbriche, scali portuali e navi che si aggiunsero agli investimenti nel settore delle costruzioni. Quando la borsa di Vienna crollò nel maggio 1873, generando un panico diffuso, le banche inglesi ritirarono rapidamente i loro capitali dal continente e il costo del credito interbancario in Europa andò alle stelle, proprio come è avvenuto nell'odierna crisi.
La crisi bancaria si propagò rapidamente anche agli Stati Uniti colpendo in modo particolare il settore delle ferrovie, che già da qualche tempo era in difficoltà poiché non riusciva più a finanziarsi attraverso l'emissione di obbligazioni, ma doveva ricorrere in misura crescente ai prestiti a breve dalle banche. Il 18 settembre del 1873 la Jay Cooke & Company, uno dei maggiori istituti del mondo bancario americano pesantemente coinvolto nei collocamenti obbligazionari della compagnia ferroviaria Northern Pacific Railway, dichiarò bancarotta. Come la Lehman Brothers anche la Jay Cooke era un istituto sistemico e gli effetti furono disastrosi sull'intero sistema finanziario americano e internazionale.


I prezzi a Wall Street precipitarono, scoppiò il panico e invano il governo statunitense annunciò che avrebbe comprato parecchi milioni di dollari di obbligazioni cercando di iniettare liquidità e fiducia nel sistema. Il presidente degli Stati Uniti Ulisse Grant, consultandosi con i più autorevoli uomini d'affari dell'epoca come Cornelius Vanderbilt e Henry Clews, cercò senza riuscire di arginare la catastrofe. Sull'arco della crisi decine di membri dello Stock Exchange e migliaia di compagnie mercantili fallirono. Fu ripristinato il gold standard nel tentativo di stabilizzare la moneta e di frenare l'inflazione e la speculazione.
Le conseguenze della crisi finanziaria del 1873 sull'economia reale furono molto forti, specialmente nel settore industriale e ferroviario.
L'indice della produzione manifatturiera americana ricostruito da Edwin Frickey registra una caduta progressiva dal 1873 al 1876 analogamente a un indicatore "reale" particolarmente sensibile come le consegne di ghisa ( si veda il primo grafico qui a fianco). I tratti di nuove ferrovie realizzati, dopo aver toccato un massimo di 7.439 miglia nel 1872, precipitarono a 1.606 miglia nel 1875. Secondo la cronologia del Nber il ciclo negativo dell'economia statunitense perdurò dall'ottobre del 1873 al marzo del 1879, per un totale di 65 mesi: la depressione più lunga della storia americana assieme a quella del '29.
E oggi qualcuno mi vuole far credere che la svolta è dietro l'angolo, che il fondo è stato solo un incidente di percorso, che è stata una sorta di tempesta in un bicchier d'acqua, che in fondo oggi è diverso. Dalla Depressione del 1873, passando per quella del '29, sino a giungere alla "Lost Decade" giapponese, non c'è un periodo storico rivestito di deflazione negativa o positiva che sia che non abbia impiegato più di quindici anni per uscire dal gorgo e dal mulinello in cui è precipitato.
La disoccupazione si impennò rapidamente toccando nella sola città di New York il 25%. Gli scioperi e le manifestazioni crebbero per numero e intensità assumendo dimensioni senza precedenti, come in occasione della protesta del gennaio del 1874 al Tompkins Square Park in cui migliaia di disoccupati furono violentemente dispersi dalla polizia. Nelson sottolinea come gli operatori più colpiti furono le piccole e medie imprese, proprio come sta avvenendo oggi, a causa del credit crunch che anche allora fu fortissimo.
Ma la crisi produsse anche una generazione di vincenti, cioè le compagnie, non solo finanziarie, che disponevano di liquidità e che poterono consolidarsi e crescere comprando a prezzi di saldo altre società concorrenti. Andrew Carnegie, Cyrus McCormick e John D. Rockfeller ebbero abbastanza capitali per finanziare la loro crescita tumultuosa. Fu proprio in quell'epoca che i grandi gruppi industriali e finanziari d'America cominciarono ad assumere dimensioni tali da necessitare poi di essere contrastati e limitati dalle successive legislazioni antitrust.

Oggi avviene la stessa cosa, la recente merger-mania, la mania di nuove fusioni è uno dei sintomi, senza dimenticare quel "too big to fail" che sta sequestrando la democrazia e l'economia, istituti finanziari troppo grandi per fallire, che secondo la mia modesta opinione dovrebbero essere nazionalizzati in prima battuta e poi successivamente smantellati, eliminando il rischio sistemico.
L'era aperta dalla crisi del 1873, secondo Nelson, portò anche altre conseguenze, tra cui un aumento del protezionismo commerciale a livello internazionale, una diffusa insofferenza per i lavoratori immigrati che minacciavano i posti di lavoro delle popolazioni autoctone e anche il diffondersi di teorie "cospirative" nell'Europa centrale come quella secondo la quale la crisi finanziaria era stata provocata dagli ebrei e dalle banche straniere.
Gli anni della lunga depressione del 1873 segnarono anche il passaggio del testimone della leadership economica del mondo dall'Europa agli Stati Uniti, con l'emblematico sorpasso del Pil statunitense, nonostante la recessione in corso, ai danni di quello inglese (si veda l'altro grafico qui a fianco).

Si chiede poi Nelson: forse la crisi globale odierna sarà presto seguita da un nuovo cambio di leadership, quello tra l'indebolita economia americana che, come una "cicala", ha vissuto troppo a lungo al di sopra dei propri mezzi senza più produrre beni reali e senza risparmiare, e l'emergente potenza della Cina?
Questo evento potrebbe non essere lontano e, se la storia non riserverà sorprese, potrebbe essere accelerato dalla crisi economica globale che gli Stati Uniti stessi hanno principalmente contribuito a generare.
Robert Reich la chiamata " Mini depressione ", uno che ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, chiamarla depressione è un attentato alla realtà dei numeri economici, nessun paragone con il passato è vero, ma alle volte le differenze non tengono conto della realtà, talvolta demografica, talvolta statistica.

Il dibattitoo sulle virgole continua inesorabile, i contenuti invece sono sfumati.
Anche Barry Rutholz e Mike Shedlock ne parlano nei loro DISCORSI Depression versus Recession, comunque sia, questa è la storia, messaggi inequivocabili che gli uomini dimenticano facilmente perche in fondo.....
come sempre nella storia, capacità finanziaria e perspicacia politica sono inversamente proporzionali. La salvezza a lunga scadenza non è mai stata apprezzata dagli uomini d'affari se essa comporta adesso una perturbazione nel normale andamento della vita e nel proprio utile. Cosi si auspicherà l'inazione al presente anche se essa significa gravi guai nel futuro. Questa è la minaccia per il capitalismo (...) E' ciò che agli uomini che sanno che le cose vanno molto male fa dire che la situazione è fondamentalmente sana! JK GALBRAITH.>
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Postato da: icebergfinanza a settembre 16, 2009 07:16 | link | commenti (24)


 
Ultimi dati dalla Lombardia:
a luglio sono state presentate in media 50 nuove domande di cassa integrazione ogni giorno,

ad agosto, periodo di ferie, la media è scesa a 10,
per risalire subito a 50 da lunedì 31 agosto
... Il fatturato cala sia su base annua (-18,4%) sia rispetto al trimestre precedente (-5,4%).
Nel primo semestre i licenziamenti hanno toccato quota 31.161, con un aumento del 74% rispetto allo stesso semestre del 2008, mentre il ricorso alla cassa integrazione +415%
....Bassissimo il tasso di utilizzo degli impianti: per l’industria cala al 63,5%, mentre per l’artigianato scende addirittura sotto il 60%.
[FONT=&quot]…….ordinativi, che rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso a -14% sul versante interno e -8,3% su quello estero, con una piccola svolta congiunturale sull’estero (+1,6%)....)
ecco perchè la borsa continua a salire da sei mesi, gli ordinativi esteri per la prima fanno +1.6%!


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LOMBARDIA IN GENERALE
E’ cominciato il mese di settembre e piovono da una parte gli ultimi dati che fanno il punto della situazione, dall’altra le previsioni per il prossimo autunno-inverno. A fine luglio la Cgil ha diffuso una serie di dati che fotografano la situazione nella regione prima delle ferie: circa il 45% delle imprese sono indebitate e ben un quarto ha i bilanci in perdita, 200.0000 persone su 3.000.000 occupati (partite IVA escluse) hanno perso un lavoro e ne stanno cercando un altro. Nel primo semestre i licenziamenti hanno toccato quota 31.161, con un aumento del 74% rispetto allo stesso semestre del 2008, mentre il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto del 415%; nei primi sette mesi di quest’anno, inoltre, le indennità di disoccupazione hanno registrato un balzo del 128% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Un’indagine dell’Api rileva che nella regione il 60% delle medie imprese e il 40% delle piccole hanno riscontrato cali nell’occupazione. Il reddito degli abitanti della Lombardia è cresciuto solo dello 0,2%, rispetto a una media nazionale dello 0,5%. Dai dati di un’indagine condotta da Confindustria, Unioncamere e Regione, risulta che nel secondo trimestre 2009 il calo della produzione industriale è stato del 3% rispetto al trimestre precedente (rispetto al -4% del primo trimestre 2009 sull’ultimo 2008) e dell’11% anno su anno. Le medie imprese (da 50 a 199 addetti) registrano il dato tendenziale peggiore (-12,4%), un po’ meno peggio sono messe le grandi aziende (-9,9%). Nell’artigianato invece sono le microimprese a essere messe peggio (-12,8%). Il fatturato a prezzi correnti cala sia su base annua (-18,4%) sia rispetto al trimestre precedente (-5,4%).
Bassissimo il tasso di utilizzo degli impianti: per l’industria cala al 63,5%, mentre per l’artigianato scende addirittura sotto il 60%. Messi male anche gli ordinativi, che rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso risultano in calo del 14% sul versante interno e dell’8,3% su quello estero, con una piccola svolta congiunturale sull’estero (+1,6%). E’ in aumento il numero di aziende che fanno ricorso alla Cassa integrazione (sono ormai il 39,6%), mentre la quota della Cig sul monte ore trimestrale è cresciuta fino a toccare il 7,7%.
A livello settoriale, i servizi registrano nel loro complesso un calo del volume d’affari del 6,5% rispetto al secondo trimestre 2008, in peggioramento rispetto al dato tendenziale del primo trimestre, che era di -6,3%. Particolarmente negativa e in peggioramento è la situazione nelle costruzioni, nel commercio all’ingrosso, nel turismo e nei trasporti, mentre è contrastata nei servizi alle imprese e alle persone e in lievissimo miglioramento nelle telecomunicazioni. Nei commenti che accompagnano l’indagine si scrive che la situazione congiunturale è ancora di segno negativo, e che siamo ancora lontani dall’inizio di una ripresa, visto che l’unica variabile con un valore congiunturale positivo è quella degli ordini dall’estero, che rappresenterebbe comunque un buon segnale.
Tuttavia due terzi delle imprese lombarde dichiarano di non cogliere nella propria attività segnali di superamento della crisi e solo per il 27% il peggio oramai è alle spalle. Inoltre, secondo dati citati dal Corriere della Sera, a luglio sono state presentate in media 50 nuove domande di cassa integrazione ogni giorno, ad agosto, periodo di ferie, la media è scesa a 10, per risalire subito a 50 da lunedì 31 agosto.
In piena crisi anche il settore tessile: secondo dati Cisl ci sono 749 aziende in crisi e 45.825 lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori, rispetto a 504 aziende e 31.376 lavoratori nel 2008. Le prospettive per l’autunno-inverno rimangono fosche: secondo stime della Uil riportate dal quotidiano Cronacaqui da settembre fino a fine anno la crisi potrebbe portare in Lombardia alla perdita di 120.000 posti di lavoro. Ci sono poi anche i dati sulla situazione dei nuclei familiari.
Da una ricerca svolta dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza risulta che solo il 54% dei lombardi ha chiuso il bilancio familiare in pareggio, contro il 62% della media nazionale. La maggioranza dei lombardi stima per l’anno prossimo di non potere mettere da parte alcun risparmio. Si registra infine un ampliarsi della forbice sociale: la metà dei nuclei familiari a basso reddito percepisce un peggioramento della propria condizione economica, contro solo un quarto di quelle ad alto reddito. Nel complesso, una famiglia su quattro deve attingere ai propri risparmi per arrivare a fine mese.
Dalla stessa ricerca emerge che nelle città lombarde i genitori devono “sganciare” in media ogni mese cifre comprese tra 127 euro e 267 euro (il primo dato si riferisce alla provincia di Monza-Brianza, il secondo a quella di Milano) per integrare i redditi dei figli.
A Milano in particolare gli under 30, con un reddito medio mensile di poco superiore ai 1.000 euro al mese, devono spendere tra vitto e alloggio (monolocale di 35 mq) 1.300 euro, di cui 700 solo per l’affitto. Insomma, una pesante tassa di cui nessuno parla e che nessun politico intende “tagliare” affrontando il problema della casa e quello dei redditi. A questa situazione va ad aggiungersi il drastico calo delle assunzioni, che colpisce in modo particolare i giovani che accedono al mercato del lavoro. Ma a essere ancora più colpiti sono i lavoratori immigrati.
Secondo dati di Unioncamere nei prossimi mesi, a livello nazionale, le assunzioni stabili (ovvero non stagionali) previste per gli immigrati caleranno a fine 2009 del 46% e toccheranno quota 93.000, il livello più basso degli ultimi nove anni. Il livello massimo era stato toccato nel 2003, quando la domanda di lavoratori immigrati stabili aveva raggiungo 227.000 unità, pari al 33% delle assunzioni totali – quest’anno la percentuale si fermerà invece al 17%, mentre continuano ad aumentare le richieste di lavori stagionali (+7,9%).
Tra le professioni rimangono al primo posto gli addetti alle pulizie, mentre salgono le richieste di infermieri e badanti e diminuiscono quelle di camerieri e commessi. In Lombardia gli iscritti stranieri alle liste di disoccupazione sono il 23%, un dato più che doppio rispetto a quello della percentuale della popolazione immigrata su quella totale (circa il 10%, irregolari compresi), ma va precisato che esso non tiene conto dei lavoratori a tempo determinato o irregolari, tra i quali la percentuale degli stranieri e sicuramente più alta. Infine, secondo un’indagine della Cgia di Mestre, la Lombardia ha in Italia il tasso più basso di lavoro nero (7,8% rispetto a una media nazionale del 12,8%), ma in cifre assolute è al secondo posto dopo la Campania con circa 340.000 lavoratori al nero.

http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=4376&reply_id=187378
 
Nortel Italia (sedi a Milano ed a Roma per un totale di 81 dipendenti) e con una procedura di licenziamento collettivo sono state "fatte fuori" 38 persone
da La Grande Crisi: L'Ingegnere sul tetto che scotta L'Ingegnere sul tetto che scotta


Parlare della disoccupazione che cresce non va di moda, lo sappiamo: fa troppo catastrofista ed a qualcuno questo non piace. Per cui vai di taglia & cuci, vai con la dissimulazione ad arte.
Però quando qualcuno, con la forza della disperazione, sale su una gru e ci rimane per 8 giorni di fila, allora anche i governi se ne devono interessare ed anche i mass-media sono costretti a parlarne. Del resto fa notizia: di fronte alla prospettiva di aumentare l'audience o di vendere più copie ogni altra considerazione passa in secondo piano.
Con istituzioni che imitano Ponzio Pilato o con censure nell'informazione si rischia di favorire un'estremizzazione ed una spettacolarizzazione delle forme di protesta al di fuori dei canali istituzionali, proprio perchè queste forme sarebbero le uniche ad attirare l'attenzione e ad avere maggiori possibilità di raggiungere un risultato.

L'altro giorno ascoltavo la radio ed ho scoperto uno dei tanti casi di "licenziamenti in corso" poco conosciuti, messi in secondo piano dall'assordante frastuono che proviene dall'Afghanistan (il vecchio trucco di far risaltare la politica estera a scapito di quella interna).
Parliamo del caso Nortel, una società multinazionale canadese produttrice di tecnologie e apparati per le reti di comunicazione che ha richiesto il Chapter 11 ovvero la protezione dai creditori per procedere alla ristrutturazione a causa della Crisi.
Ristrutturazione vuol dire licenziamenti, taglio di rami secchi, congelamento dei debiti, liquidazione di assets, immobili, società controllate etc
All'interno di questo processo si sta facendo uno spezzatino della Nortel Italia (sedi a Milano ed a Roma per un totale di 81 dipendenti) e con una procedura di licenziamento collettivo sono state "fatte fuori" 38 persone (per adesso...).
Sì lo so, 38 "formichine" sembrano poche nell'immane Tsunami di questa Crisi che ci ha bombardato con grandi numeri e dunque ha un po' anestetizzato la nostra sensibilità.
I licenziamenti però non sono semplici numeri ma sono persone, sono le loro famiglie, sono i loro casi umani e dunque non vanno pesati un tanto al kilo...
E con l'aria che tira, domani potrebbe capitare anche a TE, nel qual caso anche una singola unità non ti sembrerebbe più trascurabile...

La Nortel Italia tra parentesi è profittevole e con fatturato in crescita ed ha in cassa 18 milioni di euro, ma nella logica delle multinazionali proprio questa potrebbe essere stata la sua condanna: si può liquidare ottenedendo tanti bei soldoni da utilizzare per altri scopi ritenuti maggiormente strategici (per es. mantenere maggiori posti di lavoro nella patria d'origine dell'azienda, o pagare qualche bonus milionario in sospeso).
Ma queste sono storie "ordinarie" nel panorama della nuova economia globalizzata dominata dalle multinazionali.

Ci sono invece un paio di caratteristiche peculiari nel caso Nortel che vanno sottolineate.
- Questa volta a salire sul tetto od a fare lo sciopero della fame non sono "i soliti operai" ma sono i colletti bianchi: sono Ingegneri, Responsabili di Marketing, Sviluppatori, Tecnici specializzati etc
Insomma gli Ingegneri normalmente sono "più tranquilli" perchè sanno che possono ricollocarsi facilmente sul mercato grazie alla forte richiesta per le loro notevoli competenze.
Ma la Grande Crisi ha smontato anche questa "certezza": addirittura per i "mitici ingegneri" i tempi per trovare un posto di lavoro si allungano a dismisura e la situazione può diventare drammatica soprattutto se ti cacciano senza nemmeno pagarti la liquidazione...
- Ed ecco che arriviamo alla NOVITA' del caso Nortel: i 38 licenziati non riceveranno nemmeno il TFR, il trattamento di fine rapporto a cui avrebbero diritto.
Uno caso unico: uno dei primi casi in Europa e probabilmente il primo caso in Italia.

Si rischia di fare storia, si rischia di creare un pericoloso precedente.
Ernst & Young, nel ruolo di Amministratore della Nortel, ha attivato in Europa una procedura presso una corte inglese nota come Administration, estesa agli altri paesi comunitari, tra cui l’Italia, in base al trattato COMI.
Durante la procedura vengono congelati i debiti mentre le attività di business procedono regolarmente producendo fatturato: si prevede l’utilizzo della mobilità ma non si riconosce il pagamento del TFR trasformandolo in un credito differito alla conclusione della vicenda globale del gruppo.
Come a dire: "forse la liquidazione te la pago tra qualche anno...se tutto va bene...".
"La multinazionale" , spiega il sindacato, “non vuole pagare nemmeno il Tfr avvalendosi della legislazione anglosassone, bypassando cosi’ le leggi italiane. Il sindacato dal canto suo ha depositato l’articolo 28 per condotta antisindacale”.
A questo punto la strada e’ segnata: “Da domani i licenziati resteranno a casa e noi faremo causa all’azienda e ci rivedremo in Tribunale”.

A parte il fatto che il TFR è un diritto imprescindibile dei lavoratori, perchè sono soldi SUOI, si crea una situazione di estrema tensione perchè quei soldi sono fondamentali al lavoratore per tirare avanti nei mesi in cui cerca una nuova occupazione.

Chissà se i lavoratori della Nortel Italia non penseranno prima o poi di fare come i loro colleghi francesi che questa estate minacciarono di far saltare gli stabilimenti con delle bombole a gas collegate tra loro (Francia, operai Nortel in sciopero minacciano di far saltare fabbrica).

Del resto per ottenere "attenzione" sui licenziamenti mettere in piedi proteste spettacolari sembra ormai l'unico metodo percorribile e se ci sono degli Ingegneri di mezzo altro che bombole a gas....

P.S. Per tenerci aggiornati sulla loro drammatica vicenda i dipendenti della Nortel Italia hanno aperto un ottimo Blog: leggerlo ti coinvolge emotivamente e ti fa venire i brividi...
http://nortelitaliainlotta.blogspot.com/

 
DAI LAVORATORI NORTEL AI LAVORATORI EUTELIA: CASO GRAVISSIMO!!!


Della sorte di questi lavoratori non se ne occupa nessuno. Eutelia nei recenti anni ha fatto "strane operazioni" CHE IL MERCATO NON HA MAI CAPITO.
Lo ha fatto come mossa disperata?

Non lo so...ma so anche che la Banca MontePaschi è una la banca di riferimento di Eutelia. Nel 2007 comprò moltissimi titoli in borsa per poi rivenderli in forte perdita. IO NE VORREI SAPERE DI PIU' DI QUESTA STORIA....
Vorrei sapere la VERA STORIA DI EUTELIA, DEI SUOI PROPRIETARI, DEI SUOI MANAGERS, DELLA SUA SOCIETA' DI REVISIONE E DELLA CONSOB (ESSENDO IL TITOLO QUOTATO).

Vorrei sapere il vero ruolo (se c'è un ruolo) giocato dai managers di MPS. Per il mio sapere...ma anche per dare una mano a centinaia di dipendenti in estrema difficoltà...



LETTERA

Giorno 22.09.09 i colleghi di disavventura della Nortel erano a Roma in Via Molise davanti al MISE a manifestare la grave situazione lavorativa per i 39 licenziamenti. Lo stesso giorno in Piazza Barberini poco distante c'eravamo noi dipendenti del gruppo Eutelia S.p:A. oggi Agile s.r.l. a manifestare la nostra situazione lavorativa. siamo un gruppo in Italia di oltra 2000 lavoratori eppure non abbiamo avuto lo stesso eco che hanno avuto i colleghi della Nortel anzi dirò di piu' Annozero era in piazza e aveva garantito l'interessamento alla nostra gravissima situazione.....Abbiamo tempestato di mail la loro redazione
spero qualcuno ci possa considerare e ricordo che e' la crisi piu' grave del nostro settore (I.T. ).
Allego lettere inviate ai maggiori Organi Ministeriali , Guargia di finanza ecc.. e denuncie prosso la Procura della Repubblica.
Vi ringrazio anticipatamente dello spazio dedicatoci (non ci pagano ormai da tre mesi )
Per maggiori chiarimenti cliccate il link I lavoratori e le lavoratrici Agile srl (gruppo Omega) in lotta per il diritto al lavoro



LETTERA

SIAMO 2200 FAMIGLIE OSTAGGIO DI UNA BANDA DI CRIMINALI
>
>Cari Ministri e Presidenti della Repubblica, del Consiglio dei Ministri, della Camera e del Senato,
>la nostra situazione è drammatica. Un gruppo criminale complice di banchieri parassiti e senza scrupoli tiene in ostaggio 2200 lavoratori e le rispettive famiglie per ridurli all´indigenza e realizzare una truffa colossale ai
danni dell'intera collettività e dello Stato. Come avvoltoi sono sempre in volo alla ricerca di crisi aziendali per
annullare la dignità dei lavoratori e consegnarli ripuliti del TFR e di ogni bene all´ipocrita pietà degli ammortizzatori sociali.
>La banda, che agisce da tempo indisturbata, è composta da persone specializzate in fallimenti e note alle cronache giudiziarie anche per bancarotte fraudolente, associazione a delinquere, evasione fiscale et similia.
>L´atto criminale, con la regia del Monte dei Paschi di Siena, è stato portato a termine a giugno 2009 con l´acquisizione delle quote sociali di Agile srl senza esibire nessun piano industriale ed economico a sostegno perché inutile
>al raggiungimento dei loro obiettivi. Alcuni elementi che potete personalmente verificare:

1- Eutelia SpA dopo aver beneficiato di 40.000.000 di euro con un contratto di solidarietà illegittimo(Grazie Ministero del Lavoro), trasferisce a giugno 2009 con una cessione di Ramo d´Azienda circa 2100 persone ad Agile Srl controllata al 100%. La manovra è stata direttamente portata a termine da Monte dei Paschi di Siena. [vedi articolo Lega Nord];
2- Contemporaneamente Omega SpA acquisisce il Capitale di Agile srl di 96.000 euro;
3- Agile/Omega non presenta nessun Piano industriale al MiSE negli incontri programmati del 9 luglio del 17 settembre e del 22 settembre 2009;
4- Agile/Omega non paga i dipendenti da tre mesi, in pratica da quando Omega ha finalizzato l´acquisto di Agile. Alcuni lavoratori sono esasperati per mancanza di liquidità per pagare bollette, mutui e per comprare il pane quotidiano per le proprie famiglie.
5- Agile/Omega non paga i fornitori ed i dipendenti sono impossibilitati Ad erogare i servizi con la conseguente perdita di Clienti importanti. Ad Agile/Omega non interessano i nostri Clienti se non per riscuotere le fatture in scadenza per accrescere il bottino personale;
6- Il capitale sociale di Agile srl di 96.000 euro è mediamente il debito accumulato dall´Azienda nei confronti di soli 20 lavoratori (siamo circa 2200!);
Il ricevimento di questa lettera vi rende consapevoli e responsabili di quanto sta accadendo e siamo disponibili ad incontrarvi direttamente nel più breve tempo possibile in qualsiasi luogo istituzionale riterrete opportuno per approfondire il marciume che sta dietro questa vicenda allo scopo di farci restituire la refurtiva e trovare le opportune soluzioni istituzionali ed industriali .
>Viceversa, in assenza di una vostra risposta, saremo costretti a comunicare la vostra ignavia al Parlamento Europeo per informarlo sulle possibilità delinquenziali in Italia e sulle cause che la legittimano. Nel frattempo vi invitiamo ad inviare tempestivamente gli ispettori del lavoro della finanza e della giustizia per non dare più tempo al malaffare che
>nel frattempo si muove con velocità spaventosa per mortificare i lavoratori e privarli delle residue ricchezze prodotte con il loro lavoro.
 
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=2844102735583640091&postID=683912404396588210&isPopup=trueMONTEPASCHI ED EUTELIA.......SEMBRA DI ESSERE IN SICILIA....(tutti zitti per paura...)


NESSUNO PARLA DI QUESTA STORIA...PER FORTUNA C'E' LA LEGA NORD:

-DOCUMENTO DELLA LEGA NORD:
|
Due giorni fa la Banca MPS si è affrettata a comunicare di non avere alcun legame con la Eutelia SpA, Società di telecomunicazioni che, come riportato dalla stampa, sembra attraversare una difficile situazione societaria e finanziaria.

Affermare "di non avere alcuna partecipazione in Eutelia e che nessun rappresentante del Gruppo di Rocca Salimbeni è stato mai presente alle assemblee dei soci né ha contribuito in alcun modo alle decisioni strategiche dell'azienda" e che "Banca Monte dei Paschi di Siena è, insieme ad altri istituti di credito, solamente uno dei finanziatori di Eutelia", è formalmente vero,

ma che dire del fatto che nel CdA di Eutelia SpA sono presenti Pizzichi, come Presidente, e Pisaneschi, come Consigliere? D'altronde, se non ci fossero pericoli di "associare" Eutelia al Monte perché è stata fatta questa affermazione?

La verità è che Pisaneschi è Presidente di Antoveneta, componente del CdA della Banca Monte dei Paschi e di varie partecipate, mentre il Pizzichi è Sindaco Revisore della Capogruppo e di numerose partecipate.

Non ci risulterebbe che altre banche possano vantare presenze così specifiche e così strategiche e, a quanto pare, quando i campioni di una certa politica escono dalle Mura, senza la copertura della stampa a loro vicina, sembrano essere molto meno apprezzati.

La riflessione che bisogna fare è però di ordine generale: quali professionalità e capacità esprimono quelli che sono mandati ad amministrare i gioielli di famiglia dell'intera comunità senese? Il Pd +PDL e i colpevoli oppositori acquiescenti non hanno altre risorse da spendere nei Consigli di Amministrazione?

Davvero i Pizzichi, i Pisaneschi, i Mussari sono quanto di meglio sa esprime la piazza? O le loro qualità sono del tutto avulse da quelle imprenditoriali e bancarie?
Stare sempre silenti e votare a favore di qualunque delibera è una qualità?

Possibile che nessuno di loro si sia poi accorto del prezzo pagato per Antonveneta e del fatto che non era stata fatta una "due diligence" prima dell'acquisto?

Pisaneschi non dovrebbe rappresentare l'opposizione? Quali rilievi, controlli osservazioni ha fatto in tutti questi anni nei quali è stato lautamente pagato?

Possono Pisaneschi e Pizzichi, dopo quanto sta accadendo a Eutelia, sedere ancora nei vari CdA e collegi? Non sarebbe meglio mandarli tutti a casa?

Abbiamo voluto fare queste precisazioni in modo che i cittadini siano correttamente informati sulla realtà dei fatti e possano giudicare autonomamente con obiettività e consapevolezza.

Di seguito i loro attuali incarichi (presi dalla Relazione sul Governo Societario della Eutelia Spa): Andrea Pisaneschi, membro del CdA di Banca Monte dei Paschi di Siena SpA, Presidente del CdA di Banca Antonveneta SpA (di proprietà MPS), membro del CdA di Axa Mps Assicurazioni Vita SpA, membro del CdA di Axa Mps assicurazioni danni SpA, membro del CdA di MPS Asset Management;

Leonardo Pizzichi, Sindaco effettivo della Banca Monte dei Paschi di Siena SpA, Presidente del Collegio Sindacale di Monte Paschi Leasing & Factoring SpA, Presidente del Collegio Sindacale di MPS Banca Personale, Presidente del Collegio Sindacale di MPS Sim Società Intermediazione Mobiliare SpA, Sindaco effettivo di Uniposta Centro SpA.
 
I trilioni di dollari stanziati dal G20 non sono praticamente arrivati all’economia

Il Sussidiario.net: FINANZA/ Attenzione, nel 2010 ci sarà più crisi di adesso | Pagina 1


Mauro Bottarelli
Economia e Finanza
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venerdì 23 ottobre 2009
Le accuse che mi vengono mosse più di frequente sono quelle di essere pessimista e cinico. In tempi come questo, le accetto di buon grado entrambe. Per questo, dopo aver messo in guardia ieri dal fatto che l’Abi - con la sua scelta di moratoria per un anno sui mutui casa per i soggetti più bisognosi - non sta facendo un atto per cui meritare un inchino ma soltanto il suo dovere, oggi vi metto una pulce nell’orecchio in più.
I mutui che potranno beneficiare della sospensione sono infatti circa 110mila per un controvalore totale di circa otto miliardi di euro: guarda caso la stessa cifra messa a disposizione delle banche dalla Cassa Depositi e Prestiti per riattivare il credito alle imprese.

Solo una coincidenza numerica e temporale, ne siamo certi
.

Ma siamo altrettanto certi che se tra qualche settimana faremo un sondaggio tra le Pmi italiane la situazione riguardante il “credit crunch” non sarà cambiata. Anzi.

D’altronde, di «grave erosione del credito» parlava anche il “beige book” presentato mercoledì sera negli Stati Uniti, paese che vede le banche sempre più in crisi e i dati macro sempre meno sintonizzati sulla vulgata della ripresa ormai in atto. Ultimo al riguardo quello dell’aumento settimanale più consistente del previsto per le nuove richieste di sussidi di disoccupazione negli Usa, a riflesso di una perdurante situazione difficile per il mercato del lavoro.
Secondo i dati del dipartimento del Lavoro, nella passata settimana le nuove richieste sono cresciute di 11mila unità, a 531mila totali, laddove in media gli analisti si attendevano un incremento contenuto a 4mila unità. Migliora solo lievemente invece la media delle nuove richieste di sussidi per la media delle quattro settimane precedenti, a quota 532.250 contro 533mila della settimana precedente, si tratta del valor più contenuto da metà gennaio.
E a conferma di un trend negativo che l’amministrazione Obama non sembra in grado di gestire c’è anche l’annuncio sempre di ieri fatto da Moody’s, secondo cui o gli Usa si impegneranno seriamente a tagliare il deficit o entro tre anni rischieranno di perdere il rating AAA: d’altronde le cifre parlano chiaro, 1417 miliardi di dollari sono un buco di quelli difficili da riempire usando soltanto la vanga della politica economica ordinaria. Mentre quella emergenziale del creare moneta dal nulla non fa che espanderlo a dismisura.
Inoltre Lincoln Ellis, managing director del Linn Group, ieri ha gelato gli entusiasmi degli investitori dicendo a chiare lettere che il crollo del VIX, il segnalatore della volatilità dei mercati, verso quota 20 «è un pessimo segnale per i mercati, un segnale di compiacenza verso un tipo di rally che è completamente disallineato non solo con i fondamentali, ma anche con le reali condizioni in cui si opera».
Ma a spaventare maggiormente è giunta la lucida disamina di Nicu Harajchi, amministratore delegato di N1 Management, secondo cui «la recessione si trasformerà in breve tempo in una profondissima depressione». Questo perché «Wall Street sta facendo soldi, ma Main Street no e anzi fatica ogni giorno di più per tirare avanti. I trilioni di dollari stanziati dal G20 non sono praticamente arrivati all’economia reale, al sostegno dei consumi, all’aiuto alle famiglie e alle imprese che non siano banche o giganti dell’auto.
I consumatori stanno perdendo il lavoro, non riescono a pagare il mutuo, vanno in default sulla carta di credito e questa situazione sta perdurando e non sembra destinata a migliorare.



I soldi stanziati dal G20 si sono trasformati unicamente in espansione monetaria ma prima o poi - e parliamo del 2010-2011 - quei soldi verranno richiesti indietro dalle banche centrali e allora ci troveremo di fronte a una contrazione monetaria:

l’anno prossimo, paradossalmente, sarà quindi molto peggiore di quello in corso e il dato allarmante che ce lo fa capire è il continuo aumento della disoccupazione».



Insomma, finché si guarderà con fiducia ai mercati e non si guarderanno gli indicatori reali si starà solo creando la condizione per una crisi peggiore e più profonda.


Ma gli Usa non sono gli unici.


Ieri, infatti, si è registrato un andamento debole e deludente dei consumi anche in Gran Bretagna per quanto riguarda lo scorso settembre. Per il secondo mese consecutivo, infatti, le vendite del commercio al dettaglio non hanno mostrato variazioni rispetto ai trenta giorni precedenti, secondo i dati diffusi dall'ufficio di statistica Gb mentre su base annua le vendite risultano migliorate del 2,4%.
«Nonostante le rate dei mutui in calo, bollette meno care e un generale attenuarsi dell'inflazione che rafforzano il potere di acquisto di molte famiglie, i consumatori continuano a fronteggiare ostacoli che limitano le loro spese», osservava preoccupato Howard Archer, capo economista per Global Insight.
E la debolezza dei consumi rischia a sua volta di indebolire la generale crescita economica britannica, già zavorrata ormai da mesi.


È questa la grande sfida che abbiamo davanti: trasportare le attenzioni fino a ora prestate ai mercati e al sistema bancario all’economia reale, tamponare l’emorragia di posti di lavoro, costringere le banche a riaprire realmente i cordoni del credito anche ponendo condizioni punitive in caso contrario, studiare una exit strategy dal quantitative easing che sta intossicando come una droga il sistema e, se proprio il populismo deve trionfare, mettere mano alla vera speculazione, quella già denunciata ieri: fare hedging, ovvero porsi in posizione difensiva sulle correzioni cicliche, comprando futures sul petrolio è follia allo stato puro.


Blocchiamo i paradisi over-the-counter prima che sia troppo tardi, visto che ieri dopo il picco notturno in Asia sopra gli ottanta dollari al barile, il prezzo del greggio è tornato a scendere in virtù delle prese di beneficio. Il petrolio serve alla produzione, non alla speculazione: trattare commodities strategiche come se fossero scommesse su un cross monetario nel forex non è accettabile in questo momento.


Al di là dell’etica, pensiamo al portafogli: grazie alla speculazione pure in una settimana il pieno in Italia costa 3 euro di più. E 3 euro, in questo periodo, non sono soldi facile ma monete con cui fare di conto. Ancora una volta giova ricordare che la realtà di Wall Street non è la realtà dell’uomo della strada o dell’impresa che gli permette di lavorare.
 
Cit Group ha presentato istanza di bancarotta domenica pomeriggio
L’azienda fornisce infatti prestiti a circa 1 milione di aziende, tra cui molte già alle prese con la recessione economica. Non è un'altra Lehman Brothers ma per “main sreet” potrebbe essere anche peggio: insomma, con Cit tocchiamo quota 116 fallimenti di istituti bancari e para-bancari negli Usa.

tratto da Il Sussidiario.net: FINANZA/ 2. I nuovi rischi che arrivano da Giappone e Goldman Sachs
 
Cit Group ha presentato istanza di bancarotta domenica pomeriggio
L’azienda fornisce infatti prestiti a circa 1 milione di aziende, tra cui molte già alle prese con la recessione economica. Non è un'altra Lehman Brothers ma per “main sreet” potrebbe essere anche peggio: insomma, con Cit tocchiamo quota 116 fallimenti di istituti bancari e para-bancari negli Usa.

tratto da Il Sussidiario.net: FINANZA/ 2. I nuovi rischi che arrivano da Giappone e Goldman Sachs
bottarelli non e' calimero........e' nato proprio nero:D;):wall:
 

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