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... Posso rispondere in due modi. Uno è teorico: per me, in ogni arte, esiste il lavoro che si rivolge all'io
(d'ora in poi op A) e quello che si rivolge invece alla parte più vicina al sensibile (op B). Un'opera rivolta
alla parte superiore può comunque essere brutta e fallire (come molta noiosa musica colta contemporanea,
ma anche tante noiose opere dei minori nei secoli passati); viceversa un'opera rivolta al soddisfacimento del
quotidiano, diciamo così, può essere anche di buon livello, come per esempio alcune classiche canzoni,
comprese le migliori dei Beatles (anche altre, ma non conosco il genere e ignoro i titoli).
ATTENZIONE: non escludo affatto che possano esservi anche delle vie di mezzo: Certi valzer di Strauss,
almeno i minori, o certo jazz post Gershwin, per esempio, si pongono un po' tra l'una e l'altra intenzione.
Quello che però conta è appunto l'intenzione, cioè se scrivi per l'evoluzione della musica (op A) e dell'uomo,
oppure scrivi per rendergli la vita più morbida (op B).
A questo punto, visto che tiri in ballo la musica, come faccio a non riportare il resto di quel saggio di Hobsbawm? Oltre che di musica, vi si parla di letteratura e architettura. L'unico parte dove non mi trovo tanto d'accordo con lui è sulla scultura: per lui sembra esistere solo quella dei grandi monumenti pubblici. Ma lui, ripeto, non era uno storico dell'arte, ma uno storico con i suoi interessi culturali, in particolare era un cultore del jazz, sul quale ha anche scritto dei libri.
Eric Hobsbawm: Dove vanno le arti?
(Conferenza al Festival Dialogues, Salisburgo 1996)
In realtà, è inappropriato chiedere a uno storico quali caratteristiche avrà la cultura nel nuovo millennio. Noi siamo esperti del passato. Non ci interessiamo del futuro, e certamente non del futuro delle arti, che stanno attraversando l’epoca più rivoluzionaria della loro lunga storia. Ma poiché non possiamo fare affidamento sui profeti di professione, a dispetto delle somme astronomiche spese da governi e aziende per le loro previsioni, uno storico può anche avventurarsi nel campo della futurologia. In fin dei conti, malgrado tutti gli sconvolgimenti, passato, presente e futuro formano un continuum indivisibile.
Ciò che caratterizza le arti del nostro secolo è la loro dipendenza da una rivoluzione tecnologica storicamente unica – in particolare le tecnologie della comunicazione e della riproducibilità – e la trasformazione che esse hanno subito in seguito a tale rivoluzione. Quanto alla seconda forza che ha rivoluzionato la cultura, cioè la società dei consumi di massa, essa è impensabile senza la rivoluzione tecnologica, per esempio senza il cinema, la radio, la televisione e i dispositivi portatili per l’ascolto della musica da tenere nel taschino della camicia. Ma è precisamente questo a non consentire che poche previsioni generali sul futuro dell’arte come tale. Le vecchie arti visive, come la pittura e la scultura, sono rimaste fino a non molto tempo fa puro artigianato; semplicemente, non facevano parte dell’industrializzazione – di qui, per inciso, la crisi in cui si trovano oggigiorno. La letteratura, d’altro canto, si è adattata alla riproducibilità tecnica mezzo millennio fa, ai tempi di Gutenberg. La poesia non va intesa né come opera destinata a una rappresentazione pubblica (com’era una volta il caso dell’epica, che di conseguenza scomparve dopo l’invenzione della stampa) né – per esempio nella letteratura cinese classica – come opera calligrafica. È soltanto un’unità assemblata meccanicamente con simboli alfabetici. Dove, quando e come la riceviamo, sulla carta, sullo schermo o in altro modo, è del tutto irrilevante, una questione secondaria.
Nel frattempo, nel XX secolo e per la prima volta nella storia, la musica ha sfondato il muro di una comunicazione esclusivamente fisica tra strumento e orecchio. La stragrande maggioranza dei suoni e dei rumori che udiamo oggi come esperienza culturale ci raggiunge in maniera indiretta – riprodotta meccanicamente o trasmessa da una certa distanza. Ciascuna delle Muse ha avuto una diversa esperienza dell’epoca della riproducibilità individuata da Walter Benjamin, e affronta il futuro in modo differente.
Lasciatemi perciò cominciare con una breve panoramica delle singole aree della cultura. In quanto scrittore, mi sia permesso di prendere in esame innanzitutto la letteratura.
L’umanità nel XXI secolo (diversamente dagli inizi del Novecento) non sarà più composta principalmente da illetterati. Oggi ci sono solo due aree del mondo in cui la maggioranza delle persone ancora non sa né leggere né scrivere: l’Asia meridionale (India, Pakistan e le regioni circostanti) e l’Africa. Istruzione regolare significa libri e lettori. Un semplice incremento del 5% del tasso di alfabetizzazione equivale a cinquanta milioni in più di potenziali lettori, perlomeno di libri di testo. Inoltre, a partire dalla metà del nostro secolo gran parte della popolazione dei cosiddetti “Paesi sviluppati” può aspettarsi di ricevere un’istruzione di secondo grado, e nell’ultimo terzo del secolo una percentuale significativa dei gruppi di età in questione riceve un’istruzione di livello superiore (attualmente in Inghilterra la popolazione si aggira intorno a un terzo). I fruitori della letteratura di ogni genere si sono quindi moltiplicati, e con essi, tra parentesi, il “pubblico colto” a cui tutte le arti dell’alta cultura occidentale si sono indirizzate sin dal XVIII secolo. In cifre assolute, questa nuova audience di lettori continua ad aumentare vertiginosamente. Anche gli odierni mass media mirano a essa.
Nel film
Il paziente inglese, ad esempio, la protagonista legge Erodoto, e subito frotte di inglesi e americani sono corse ad acquistare le opere dello storico greco antico, che prima, nel migliore dei casi, conoscevano solo di nome.
Una simile democratizzazione del materiale scritto deve necessariamente condurre – come nell’Ottocento – a una frammentazione attraverso la crescita di vecchie e nuove letterature in volgare e – di nuovo come nel XIX secolo – a una età dell’oro per i traduttori. Del resto, in che altro modo, se non attraverso le traduzioni, Shakespeare e Dickens, Balzac e i grandi autori russi avrebbero potuto divenire patrimonio culturale comune della cultura borghese internazionale? Questo è in parte vero anche ai nostri giorni. Un romanzo di John Le Carré diventa un best seller perché viene regolarmente tradotto in trenta, se non addirittura in cinquanta lingue. Tuttavia, la situazione attuale è fondamentalmente diversa per due aspetti.
In primo luogo, come sappiamo, per un certo tempo la parola ha dovuto indietreggiare davanti all’immagine, e la parola scritta e stampata davanti a quella pronunciata sullo schermo. Fumetti e libri illustrati con testi ridotti al minimo non sono più ormai destinati solo a principianti che stanno ancora imparando a compitare. Molto più importante, tuttavia, è la ritirata delle notizie stampate dinanzi a quelle illustrate o comunicate verbalmente. La stampa, il principale medium della “sfera pubblica”, secondo Habermas, nel XIX secolo e in buona parte del XX, difficilmente sarà in grado di mantenere questa posizione nel XXI secolo. In secondo luogo, però, l’economia e la cultura globale dei nostri giorni necessitano di una lingua globale per integrare quella locale, e non soltanto per una élite trascurabile in termini numerici, bensì per strati più ampi della popolazione. Oggi questa lingua globale è l’inglese, e probabilmente rimarrà tale nel XXI secolo. Una letteratura specialistica internazionale in inglese si sta già sviluppando. E questo nuovo inglese-esperanto ha a che vedere con l’inglese letterario non più di quanto il latino ecclesiastico del Medioevo ne abbia con Virgilio e Cicerone.
Ma tutto ciò non può arrestare la crescita quantitativa della letteratura, cioè delle parole stampate, nemmeno quella delle
belles lettres. In effetti, sarei quasi tentato di sostenere che – malgrado tutte le previsioni pessimistiche – il libro stampato, per tradizione il principale medium della letteratura, terrà duro senza eccessive difficoltà, con alcune eccezioni, come le grandi opere di consultazione, vocabolari, dizionari eccetera, ovvero i prediletti di Internet. Primo, non c’è nulla di più facile e pratico da leggere del maneggevole e nitidamente stampato volumetto stampabile inventato da Aldo Manuzio a Venezia nel XVI secolo – molto più facile e pratico di una stampata del computer, a sua volta incomparabilmente più semplice da leggere di un testo tremolante sullo schermo. Cosa che può essere confermata da chiunque passi un’ora a leggere il medesimo testo dapprima in forma stampata e poi sullo schermo del computer. Anche l’e-book non basa le sue pretese su una migliore leggibilità, ma su una maggiore capacità di memoria e sul fatto di non dover girare pagina.
Secondo, la carta stampata è, finora, più durevole dei media tecnologicamente più avanzati. La prima edizione dei
Dolori del giovane Werther è leggibile ancora oggi, ma non è per forza così per i testi elettronici, sia perché – come le vecchie fotocopie e pellicole – hanno una vita limitata, sia perché la tecnologia diventa obsoleta così rapidamente che i computer più recenti semplicemente non sono più in grado di leggerli. Il progresso trionfale del computer non eliminerà il libro, così come non ci sono riusciti il cinema, la radio, la televisione e altre innovazioni tecnologiche.
La seconda tra le belle arti che se la cava bene ancora oggi, e continuerà a farlo nel XXI secolo, è l’architettura. Questo perché l’umanità non può vivere senza edifici. I quadri sono un lusso, le case una necessità. Chi progetta e realizza edifici, dove, come, con quali materiali, in quale stile, che sia un architetto, un ingegnere o un computer… tutto questo probabilmente cambierà, ma non l’esigenza di creare edifici. Anzi, si può persino affermare che nel corso del XX secolo l’architetto, in particolare quello di grandi edifici pubblici, sia divenuto il re del mondo delle belle arti. È lui – in genere è sempre un “lui” – a trovare l’espressione più consona, cioè la più costosa e imponente, alla megalomania della ricchezza e del potere, nonché del nazionalismo.
È abbastanza certo che tale tendenza proseguirà nel nuovo millennio. Oggi Kuala Lumpur e Shanghai stanno già dimostrando di meritare in prospettiva il diritto a uno status economico internazionale con nuovi record di altezza dei grattacieli, e la Germania riunificata sta trasformando la sua nuova capitale in un gigantesco cantiere. Ma di che tipo saranno le costruzioni destinate a diventare i simboli del XXI secolo? Una cosa è indubbia: saranno di grandi dimensioni. Nell’epoca delle masse, ci sono minori probabilità che siano sedi di governo, o di grandi società internazionali, sebbene queste ultime continuino a dare il loro nome ai grattacieli. Quasi sicuramente si tratterà di edifici o di complessi di edifici aperti al pubblico. Prima dell’era borghese, almeno in Occidente, erano le chiese. Nell’Ottocento, almeno nelle città, in genere erano i teatri lirici, cioè le cattedrali della borghesia, e le stazioni ferroviarie, quelle del progresso tecnologico. (Varrebbe la pena studiare un giorno perché, nella seconda metà del Novecento, la monumentalità abbia smesso di essere una caratteristica delle stazioni ferroviarie e dei loro successori, gli aeroporti. Può darsi che un domani ritorni a esserlo.) Alla fine del nostro millennio, vi sono tre tipi di edifici o di complessi idonei a divenire i nuovi simboli della sfera pubblica: primo, i grandi stadi e palazzetti destinati allo sport; secondo, gli hotel internazionali; e terzo, il più recente di questi sviluppi, le enormi strutture chiuse che ospitano i nuovi centri commerciali e ricreativi. Se dovessi scommettere su uno di questi cavalli, punterei su palazzetti e stadi. Ma se mi chiedete quanto durerà la moda che imperversa sin dalla costruzione del teatro dell’opera di Sydney, cioè quelle di progettare questi edifici in forme inaspettate e bizzarre, non vi posso dare una risposta.
Che dire della musica? Alla fine del XX secolo viviamo in un mondo saturo di musica. I suoni ci accompagnano ovunque, soprattutto quando siamo in attesa in spazi chiusi – al telefono, su un aereo o dal parrucchiere. La società dei consumi pare considerare il silenzio un crimine. Perciò la musica non ha niente da temere nel XXI secolo. In effetti, sembrerà alquanto diversa rispetto al secolo precedente. È già stata profondamente rivoluzionata dall’elettronica, il che significa che in gran parte non dipende più dal talento inventivo e dall’abilità tecnica del singolo artista. La musica del Duemila sarà per lo più ”prodotta”, e arriverà alle nostre orecchie senza molto input umano.
Ma cosa ascolteremo effettivamente? La musica classica vive in sostanza di un repertorio morto. Delle circa sessanta opere rappresentate dall’Opera di Stato di Vienna nella stagione 1996-97, soltanto una era di un compositore nato nel Novecento, e le cose non vanno molto meglio negli auditorium. Per giunta, il pubblico potenziale dei concerti, che persino in una città di oltre un milione di abitanti è composto, nella migliore delle ipotesi, da circa ventimila signore e signori attempati, fatica a ricostituirsi. Questa situazione non può andare avanti all’infinito. In realtà, finché il repertorio rimane congelato nel tempo, nemmeno il nuovo, enorme pubblico di ascoltatori indiretti può risollevare le sorti del settore della musica classica. Quante registrazioni della sinfonia
Jupiter, del
Winterreise di Schubert o della
Missa Solemnis possono trovare spazio nel mercato? Dopo la Seconda guerra mondiale il mercato è stato salvato tre volte da altrettante innovazioni tecnologiche, cioè dal passaggio dai dischi a 33 giri alle audiocassette, e poi ai cd. La rivoluzione tecnologica continua, ma il computer e Internet in pratica stanno distruggendo il copyright come pure il monopolio del produttore e di conseguenza avranno probabilmente un effetto negativo sulle vendite. Tutto ciò non significa affatto la fine della musica classica, ma con un buon grado di probabilità un mutamento del suo ruolo nella vita culturale, e con assoluta certezza un cambiamento della sua struttura sociale.
Una certa stanchezza si può osservare oggi anche nella musica commerciale, un settore che è stato particolarmente vivace, dinamico e creativo in questo secolo. Mi limiterò a citare un esempio. A luglio, un’indagine svolta tra appassionati ed esperti di musica rock ha mostrato che quasi tutti i cento “migliori dischi rock di ogni tempo” appartenevano agli anni Sessanta, e praticamente nessuno era degli ultimi due decenni. Ma finora la musica pop è riuscita continuamente a rinvigorirsi, e dovrebbe essere in grado di farlo anche nel nuovo secolo. Perciò si canterà e si suonerà nel XXI secolo proprio come nel XX, anche se a volte in forme inaspettate.
Per quanto concerne le arti visive, la situazione appare diversa. La scultura conduce una miserabile esistenza ai margini della cultura: nel corso del Novecento, tanto nella vita pubblica quanto privata non ha più rappresentato lo strumento per registrare la realtà o il simbolismo in forma umana. Basta confrontare gli odierni cimiteri con quelli dell’Ottocento, adorni di monumenti. Dopo il 1870, durante la Terza Repubblica francese, vennero eretti a Parigi più di 210 monumenti, vale a dire, in media, tre all’anno. Un terzo di questi è scomparso nel corso del secondo conflitto mondiale, e il massacro di statue, com’è risaputo, è proseguito allegramente per motivi estetici sotto André Malraux. Inoltre, dopo la Seconda guerra mondiale, perlomeno al di fuori dell’area sovietica, sono stati realizzati pochi nuovi monumenti ai caduti, in parte perché i nomi dei nuovi soldati morti in combattimento potevano essere incisi sul basamento dei monumenti ai caduti della Prima guerra mondiale. Anche i vecchi simboli e le allegorie sono svaniti. In breve, la scultura ha perso il suo principale mercato. Ha cercato di salvarsi, forse per analogia con l’architettura, con il gigantismo degli spazi pubblici – ciò che è grande colpisce, qualunque sia la forma – e con l’aiuto di alcuni autentici talenti: con quale successo, il 2050 potrà giudicarlo meglio di noi.
(poi continua col testo dell'altro mio post)