La staticità dell'opera d'arte allontana oggi il pubblico?

La tecnologia trasforma le nostre capacità collettive di ricordare, è mezzo della trasformazione storica della memoria collettiva.
Ma la tecnologia offre anche nuove modalità di espressione, nuove modalità di riflessione sulla realtà, sulla storia dell'uomo, sul senso della storia.
Ma è certo che l'oggetto immobile, appeso sulla parete, segno del ricordo individuale, conserva e conserverà una sua funzione intellettuale, perchè sempre l'uomo conserverà quella necessità di riflettere e riflettersi, e quell'oggetto è la chiave che apre la porte dell'animo, così come il pendolo è mezzo della forza ideoplastica, come il salmodiare è porta del subconscio.
Ritengo paradossalmente che, al di la delle giuste osservazioni, in un mondo che corre alla velocità iperbolica, l'opera d'arte statica rappresenti un ancoraggio insostituibile.
 
Infatti, credo tu sia parte di una piccolissima, quanto sensibile, minoranza..ma proprio piccola...l'altra settimana ero a casa di un amico coetaneo ( over 60 ) le pareti tappezzate.di quadri del 900...di Novello, Belloni, e altri..e io li guardavo ammirato, veramente belli..poi passa uno dei figli di quest'amico..beh non sapeva neanche di chi fossero, ne' gli interessava parlarne...non li considerava proprio..era attaccato al suo smartphone e arrivederci..e li mi sono sentito vecchio, perche' una delle conclusioni a cui arrivo quando considero gli stravolgimenti odierni e' che sono diventato un anziano...forse questa e' la chiave di lettura corretta..:(
Io credo che semplicemente con l'età che avanza si cominci a porsi delle problematiche esistenziali attorno alla memoria, e l'opera d'arte è parte di queste problematiche.
 
Io credo che semplicemente con l'età che avanza si cominci a porsi delle problematiche esistenziali attorno alla memoria, e l'opera d'arte è parte di queste problematiche.
Raccomando a tutti la lettura di un breve testo di Seneca "De brevitate vitae". Fa riflettere molto sulle scelte personali di ciascuno di noi in rapporto alla propria esistenza.
 
Ritengo paradossalmente che, al di la delle giuste osservazioni, in un mondo che corre alla velocità iperbolica, l'opera d'arte statica rappresenti un ancoraggio insostituibile.
Non so se insostituibile, è probabilmente una mia speranza che lo sia. Certo può esserlo per alcuni. Non è forse oggi di moda, ma le mode cambiano.
Peraltro, come ho appena scritto rispondendo a kiappo, certe tematiche esistenziali sono più forti in età non giovane o in caso di esperienze al limite. Le certezze di dominio della realtà, offerte oggi ai giovani dalla tecnologia, offrono una corazza che nei tempi andati non era possibile. Solo con l'età ci si accorge di come questa corazza sia illusoria e si tende a cercare delle forme di rassicurazione dell'animo. L'opera statica, o meglio la meditazione attorno ad essa è una delle forme di possibili mitigazioni dell'incertezza che ci attanaglia.
 
Ultima modifica:
Non so se insostituibile, è probabilmente una mia speranza che lo sia. Certo può esserlo per alcuni. Non è forse oggi di moda, ma le mode cambiano.
Peraltro, come ho appena scritto rispondendo a kiappo, certe tematiche esistenziali sono più forti in età non giovane o in caso di esperienze al limite. Le certezze di dominio della realtà, offerte oggi ai giovani dalla tecnologia, offrono una corazza che nei tempi andati non era possibile. Solo con l'età ci si accorge di come questa corazza sia illusoria e si tenda a cercare delle forme di rassicurazione dell'animo. L'opera statica, o meglio la meditazione attorno ad essa è una delle forme di possibili mitagazioni dell'incertezza che ci attanaglia.
Nel periodo della vita in cui ci si apre al mondo e si vuole conoscerlo, l'arte può essere un territorio di caccia inestimabile, aggiunge una dimensione alla vita. In quel periodo iniziale, non necessariamente giovanile, si è molto più disponibili a prestare orecchio a quanto il mondo (critici, giornalisti, conoscenze) dice e propone. Chiaramente, con il tempo di solito ci si orienta e si fa una specie di scelta antologica personale, che non può non rispecchiare la propria personalità. Alla fine, si tratta di quelle tracce, o paletti, che riflettono un nostro momento. Poi, giustamente nota Fabio che queste opere-paletto si inseriscono in una dimensione storica collettiva, nella quale, peraltro, anche il fruitore è coinvolto: l'eventuale consapevolezza è ciò che fa la differenza.

Ricordo quando per la prima volta tornai a Milano da New York: i palazzi del centro mi sembravano casupole. Così può essere che una generazione già abituata alla velocità (immagini in movimento, comunicazioni ...) dando certe cose per scontate trovi "noiose" le immagini statiche dell'arte tradizionale. Se poi, magari, va alla Biennale e ci vede soprattutto i video, mancherà anche la spinta ad approfondire un'arte ormai sentita come vecchia (parlo della piccola minoranza dei veramente interessati, non intendo i curiosi, che proprio nemmeno ci pensano).
Quanto all'arte come rassicurazione, avendo esperienze anche in campo terapeutico, mi sentirei di escludere si tratti di un fatto generale. Può valere per alcuni, come rifugio dalle ferite del mondo, diciamo. Ma per altri è invece occasione di ampliare un benessere psichico già stabilizzato, senza avere una particolare funzione terapeutica. Ha invece, l'arte, una funzione formativa - che pertanto può anche risultare terapeutica. Non necessita del dolore dell'uomo, anche se può tranquillamente consolarlo, aiutarlo, guarirlo. Ma si tratta di funzioni laterali. La principale è la conquista di un mondo di rapporti che non è lo stesso dell'esperienza quotidiana, ma presuppone dalla persona un atteggiamento diverso, se vogliamo anche passivo, o di fruizione contemplativa (la differenza tra "usare" una tazza per bere il caffè o gustarne le forme indipendentemente dall'uso che ne facciamo).

Infine, per dire, i sessantenni qui hanno conosciuto radio, telefono, treno e automobile sin dai loro primi anni, eppure hanno apprezzato l'arte nelle sue forme tradizionali. Forse quello che è cambiato è proprio il valore storico dell'arte, così come è comunicato da chi detiene le leve materiali delle nostre esistenze. Come notava @mantegna
La staticità dell'opera d'arte allontana oggi il pubblico? Sì, questa è una certezza. E nessuno ha interesse a promuoverla.

Oggi il denaro viene indirizzato verso i prodotti delle multinazionali, deve essere così per forza. Armani vale più di De Chirico, Iphone è meglio di Dalì.
Quindi l'arte resta per pochi appassionati e per quelli che hanno denaro e un muro da riempire consumisticamente con qualcosa che sia più di un poster.
L'illusione dell'investimento è l'unico motore di massa mediato dai modelli sociali dominanti ma essendo appunto una mistificazione porta alla rovina di tutto il settore.
L'arte andrebbe apprezzata per i valori che produce ma in un'epoca di disvalori è sempre più marginale.
Ma proprio per questo, enorme segno di distinzione culturale anche se non più status symbol.
è il potere che determina le mode. Oggi il potere abita negli USA, che guardano molto poco al passato e tanto alla creazione di nuovi miti, purtroppo solitamente di livello culturale assai basso. Come la religione, anche l'arte è un instrumentum regni, lo è perché decide sull'essenza pubblica di quei paletti che poi diverranno palettini privati. E così la "vecchia" arte ha perduto molto del suo prestigio: e magari risulta meno vissuta come formativa.

[certo che questo 3d, che sembrava alla base assai semplice, è di gran lunga il più difficile da leggere fra tutti. Onore ai 17 eroi che hanno osato affacciarsi qui :jolly: ]
 
Quasi del tutto OT, ma mi piace riportare qui la parte finale dell'intervento che il grande storico britannico Eric Hobsbawm - storico tout-court, non storico dell'arte - fece al Festival di Salisburgo del 1996. L'argomento era il futuro delle arti, di tutte le arti, nel XXI secolo. Nella parte finale Hobsbawm tratta delle arti visive. Il saggio completo s'intitola "Dove vanno le arti" ed è pubblicato in "La fine della cultura" (Rizzoli):

La base delle arti visive occidentali – diversamente, per esempio, dalle arti islamiche – è la rappresentazione della realtà. Fondamentalmente, l’arte figurativa ha così sofferto, sin dalla metà del XIX secolo, per la concorrenza della fotografia, che raggiunge il suo scopo principale e tradizionale, la rappresentazione dell’impressione dei sensi sull’occhio umano, in modo più semplice, economico e molto più preciso. Questo, credo, spiega l’ascesa dell’avanguardia a partire dagli impressionisti, cioè di una pittura che è al di là delle capacità dell’apparecchio fotografico: attraverso nuove tecniche di raffigurazione, attraverso l’espressionismo, la fantasia e la visione, e infine attraverso l’astrazione, il rifiuto del figurativismo. Questa sete di alternative è stata trasformata dal ciclo della moda in una perenne ricerca del nuovo, che naturalmente, per analogia con la scienza e la tecnologia, veniva considerata migliore, “progressiva”, moderna. Questo “shock del nuovo”, per dirla con Robert Hughes, ha perso la sua legittimità artistica dagli anni Cinquanta, per ragioni che qui non ho il tempo di esaminare in maniera più approfondita. Inoltre, al giorno d’oggi la moderna tecnologia produce arte astratta, o quantomeno puramente decorativa, così come l’abilità manuale. La pittura si ritrova quindi, a mio avviso, in una crisi irreversibile, il che non vuol dire che non ci saranno più bravi, o persino eccellenti, pittori. Probabilmente non è un caso se, negli ultimi dieci anni, nella rosa dei candidati al premio Turner, conferito ai migliori giovani artisti britannici dell’anno, compaiono sempre meno pittori. Quest’anno non ce n’è neppure uno tra i quattro candidati giunti alla tornata finale. La pittura viene trascurata anche alla Biennale di Venezia.
Dunque, che cosa stanno facendo gli artisti? Realizzano video e le cosiddette “installazioni”, che appaiono però meno interessanti dei lavori di scenografi e dei creatori di campagne pubblicitarie. Giocano con objets trouvés, spesso scandalosi. Hanno delle idee, talora pessime. Le arti visive degli anni Novanta stanno tornando dall’arte all’idea. Solo gli esseri umani hanno idee, al contrario dell’obiettivo fotografico o del computer. L’arte non è più quello che posso fare e produrre in modo creativo, ma ciò che penso. L’ “arte concettuale” in definitiva deriva da Marcel Duchamp. E, al pari di ciò che fece Duchamp con la sua innovativa esposizione di un orinatoio pubblico come “arte ready-made”, queste mode non puntano ad estendere il campo delle belle arti, ma a distruggerlo. Sono dichiarazioni di guerra all’arte, o piuttosto all’ “opera d’arte”, alla creazione di un singolo artista, un’icona concepita per essere ammirata e riverita dall’osservatore, e giudicata dai critici secondo criteri estetici di bellezza. In effetti, che cosa fa il critico d’arte oggi? Chi utilizza ancora la parola “bellezza” senza ironia nel contesto della critica? Solamente i matematici, i giocatori di scacchi, i cronisti sportivi, gli ammiratori della bellezza umana, sia nella forma sia nella voce, possono senza difficoltà giungere a un consenso circa la “bellezza” o la mancanza di essa. I critici d’arte non sono in grado di farlo.
Ora, quel che mi pare significativo è che, dopo tre quarti di secolo, i protagonisti delle arti visive stanno tornando al clima degli anni del dadaismo, cioè alle apocalittiche avanguardie degli anni tra il 1917 e il 1923, che non volevano modernizzare l’arte in quanto tale, bensì liquidarla. Penso che in qualche modo si siano resi conto che il nostro concetto tradizionale di arte ormai sta davvero scomparendo. Si applica ancora alla vecchia arte creata manualmente, che si è pietrificata nel classicismo. Ma non si può più applicare ai sentimenti e alle impressioni sensoriali che oggi inondano l’umanità.
Questo per due ragioni. Primo, perché tale inondazione semplicemente non può più essere analizzata come una serie scollegata di creazioni artistiche personali. Persino l’haute couture oggi non è più vista come il parco giochi di singoli brillanti stilisti, di un Balenciaga, un Dior, un Gianni Versace, le cui grandi creazioni ordinate come pezzi unici da facoltosi clienti, ispirano e quindi dominano la moda delle masse. I grandi nomi diventano spot per le multinazionali che operano nel campo dell’ornamento generale del corpo umano. La maison Dior non campa con le creazioni per ricche signore, ma con le vendite di massa dei cosmetici e degli abiti prêt-à-porter nobilitati dalla sua firma. Quest’industria, come tutte quelle che servono un’umanità non più sottoposta alla coercizione della sussistenza, possiede un elemento creativo, ma non nel senso del vecchio lessico dei singoli artisti autonomi che aspirano al genio. Anzi, nel nuovo vocabolario delle offerte d’impiego, “creativo” difficilmente indica qualcosa di più di un lavoro non esclusivamente di routine.
Secondo, viviamo nel mondo della civiltà dei consumi, nel quale si suppone che la realizzazione (preferibilmente immediata) di ogni desiderio umano determini la struttura della vita. Esiste una gerarchia tra le possibilità di appagamento del desiderio? Può essercene una? È sensato scegliere una o l’altra fonte di questo diletto ed esaminarla separatamente? La droga e la musica rock vanno a braccetto sin dagli anni Sessanta. L’esperienza della gioventù inglese nei cosiddetti rave non consiste separatamente in musica, ballo, alcol, droga e sesso, nel proprio abbigliamento – ornamento del corpo all’altezza della moda corrente – o nella massa che partecipa a tali feste orfiche, ma in tutte queste cose assieme, ora e in nessun altro momento. E sono precisamente simili legami che oggi formano l’esperienza culturale che la maggior parte delle persone considera tipica.
La vecchia società borghese ha rappresentato l’epoca della separazione nelle arti e nell’alta cultura. Come un tempo la religione, l’arte era “qualcosa di più elevato”, o un passo verso qualcosa di più elevato: in altre parole, la “cultura”. La fruizione dell’arte conduceva a un miglioramento spirituale ed era una sorta di attività devozionale, sia privata, come la lettura, sia pubblica, a teatro, nella sala da concerto, al museo, oppure nei siti riconosciuti della cultura mondiale, quali le Piramidi o il Pantheon. Era nettamente distinta dalla vita quotidiana e dal semplice “svago”, almeno finché un giorno lo “svago” è stato promosso a cultura. Per esempio, Johann Strauss diretto da Carlos Kleiber piuttosto che Johann Strauss suonato in un’osteria viennese, oppure i B-movies hollywoodiani promossi allo status di arte dai critici parigini. Questo tipo di esperienza artistica ovviamente esiste tuttora, come dimostra, tra l’altro, la nostra stessa presenza qui al Festival di Salisburgo. Tuttavia, in primo luogo, non è culturalmente accessibile a tutti, e inoltre, almeno per la generazione più giovane, non rappresenta più la tipica esperienza culturale. Il muro tra cultura e vita, tra venerazione e consumo, tra lavoro e tempo libero, tra corpo e spirito ormai è stato quasi abbattuto. In altre parole, la “cultura” nell’accezione borghese criticamente valutativa del termine sta lasciando il posto alla cultura nel significato antropologico puramente descrittivo.
Alla fine del XX secolo, l’opera d’arte non soltanto si è persa nell’ondata di parole, suoni e immagini dell’ambiente universale che una volta si chiamava “arte”, ma è anche svanita nella dissoluzione dell’esperienza estetica in una sfera in cui è impossibile distinguere tra i sentimenti che si sono sviluppati dentro di noi e quelli che sono stati introdotti dall’esterno. In tali circostanze, come possiamo parlare di arte?
Quanta passione per un brano musicale o un dipinto si basa oggi sull’associazione – non sul fatto che una canzone sia bella, ma che sia la “nostra canzone”? Non possiamo dirlo, e il ruolo delle arti esistenti o la possibilità che continuino a esistere nel XXI secolo resteranno oscuri finché non saremo in grado di farlo.
 
Quasi del tutto OT, ma mi piace riportare qui la parte finale dell'intervento che il grande storico britannico Eric Hobsbawm - storico tout-court, non storico dell'arte - fece al Festival di Salisburgo del 1996. L'argomento era il futuro delle arti, di tutte le arti, nel XXI secolo. Nella parte finale Hobsbawm tratta delle arti visive. Il saggio completo s'intitola "Dove vanno le arti" ed è pubblicato in "La fine della cultura" (Rizzoli):

La base delle arti visive occidentali ....

Non vale! Questo qui ha copiato dal nostro forum! :B :d:

Vabbè, complimenti per la citazione. Che finisce così:
Quanta passione per un brano musicale o un dipinto si basa oggi sull’associazione – non sul fatto che una canzone sia bella, ma che sia la “nostra canzone”? Non possiamo dirlo, e il ruolo delle arti esistenti o la possibilità che continuino a esistere nel XXI secolo resteranno oscuri finché non saremo in grado di farlo.
Ecco, a me sembra che la risposta a questa domanda, come su quella implicita relativa alla musica di Johann Strauss, si trovi su questo forum, ora la cerco.
 
Non vale! Questo qui ha copiato dal nostro forum! :B :d:

Vabbè, complimenti per la citazione. Che finisce così:
Ecco, a me sembra che la risposta a questa domanda, come su quella implicita relativa alla musica di Johann Strauss, si trovi su questo forum, ora la cerco.
https://www.investireoggi.it/forums...elle-stroncature.87975/page-4#post-1044981008

... Posso rispondere in due modi. Uno è teorico: per me, in ogni arte, esiste il lavoro che si rivolge all'io
(d'ora in poi op A) e quello che si rivolge invece alla parte più vicina al sensibile (op B). Un'opera rivolta
alla parte superiore può comunque essere brutta e fallire (come molta noiosa musica colta contemporanea,
ma anche tante noiose opere dei minori nei secoli passati); viceversa un'opera rivolta al soddisfacimento del
quotidiano, diciamo così, può essere anche di buon livello, come per esempio alcune classiche canzoni,
comprese le migliori dei Beatles (anche altre, ma non conosco il genere e ignoro i titoli).
ATTENZIONE: non escludo affatto che possano esservi anche delle vie di mezzo: Certi valzer di Strauss,
almeno i minori, o certo jazz post Gershwin, per esempio, si pongono un po' tra l'una e l'altra intenzione.
Quello che però conta è appunto l'intenzione, cioè se scrivi per l'evoluzione della musica (op A) e dell'uomo,
oppure scrivi per rendergli la vita più morbida (op B). L'intenzione è normalmente chiara. Allo stesso modo
in arte noi distinguiamo i pittori, regolarmente assai ripetitivi e piacevoli, cioè produttori di consolazione sulle tracce
del passato, senza ricerca o novità, dagli artisti, cioè coloro che vogliono portare avanti la cultura, l'arte,
insomma l'esperienza nel campo più nobile e arduo dell'arte. Possono fallire sia i primi che i secondi.
Ai mercatini girano incredibili montagne di porcherie che sono state create solo per soddisfare gli appetiti di
decorazione più superficiali del popolo, di coloro che non vogliono proprio mettersi in discussione e intendono
solo appagare un po' la vista. Però certe pubblicità intelligenti, certi fumetti di qualità, certi lavori decorativi
riescono nell'intento: ma sempre in op B. Chi crea arte può facilmente capirmi, chi non ne fa, un po' meno.
Artisti come Chagall, Kandinsky, Marino, Jorn ecc hanno voluto operare nel campo op A, cercavano un progresso,
certo legato al loro io, ma non al servizio del "piacere" altrui. Ci sono riusciti. Anche altri han cercato di sfondare
nel campo op A, ma hanno ottenuto risultati più modesti, e li consideriamo come minori. Altri ancora hanno fallito
e di loro non ci ricordiamo: ma esistettero.
Se però mi parli di cultura pop, ti ricordo che ormai è evidente che tutta la musica popolare dell'ultimo cinquantennio
non ha prodotto nulla di nuovo per l'evoluzione musicale, limitandosi a ricamare sull'esistente, ad aumentare il volume
dei suoni, ad aggiungere un po' di movimenti pseudosexy sul palco. Non lo dico solo io, eh. Ma è normale: si chiama
musica di consumo perché non crea per l'evoluzione, ma solo per sfruttare l'esistente, compreso il nuovo, a fini
d'intrattenimento. Consuma ciò che in altri campi fu sperimentato. Addirittura si è fermata a prima di Schönberg o
anche solo Milhaud (politonalità), cioè cent'anni fa.
Detto questo, per me l'arte di tipo op A negli ultimi 50 anni circa ha fallito quasi tutta, anche perché non sa più a
chi rivolgersi, e anche quando si contamina con op B (come la Pop Art), si lascia presto corrompere dal voler
piacere (o stupire, o scandalizzare, ecc) cioè dall'aspetto esteriore che è caratteristico di op B.
Il secondo modo di rispondere è notare che l'arte sarà anche lo specchio della società, ma esserlo non è mai il suo scopo principale, bensì una condizione di partenza, e in quanto l'artista modifica tale condizione è da considerarsi artista.
 
https://www.investireoggi.it/forums...elle-stroncature.87975/page-4#post-1044981008

... Posso rispondere in due modi. Uno è teorico: per me, in ogni arte, esiste il lavoro che si rivolge all'io
(d'ora in poi op A) e quello che si rivolge invece alla parte più vicina al sensibile (op B). Un'opera rivolta
alla parte superiore può comunque essere brutta e fallire (come molta noiosa musica colta contemporanea,
ma anche tante noiose opere dei minori nei secoli passati); viceversa un'opera rivolta al soddisfacimento del
quotidiano, diciamo così, può essere anche di buon livello, come per esempio alcune classiche canzoni,
comprese le migliori dei Beatles (anche altre, ma non conosco il genere e ignoro i titoli).
ATTENZIONE: non escludo affatto che possano esservi anche delle vie di mezzo: Certi valzer di Strauss,
almeno i minori, o certo jazz post Gershwin, per esempio, si pongono un po' tra l'una e l'altra intenzione.
Quello che però conta è appunto l'intenzione, cioè se scrivi per l'evoluzione della musica (op A) e dell'uomo,
oppure scrivi per rendergli la vita più morbida (op B).
A questo punto, visto che tiri in ballo la musica, come faccio a non riportare il resto di quel saggio di Hobsbawm? Oltre che di musica, vi si parla di letteratura e architettura. L'unico parte dove non mi trovo tanto d'accordo con lui è sulla scultura: per lui sembra esistere solo quella dei grandi monumenti pubblici. Ma lui, ripeto, non era uno storico dell'arte, ma uno storico con i suoi interessi culturali, in particolare era un cultore del jazz, sul quale ha anche scritto dei libri.


Eric Hobsbawm: Dove vanno le arti?

(Conferenza al Festival Dialogues, Salisburgo 1996)

In realtà, è inappropriato chiedere a uno storico quali caratteristiche avrà la cultura nel nuovo millennio. Noi siamo esperti del passato. Non ci interessiamo del futuro, e certamente non del futuro delle arti, che stanno attraversando l’epoca più rivoluzionaria della loro lunga storia. Ma poiché non possiamo fare affidamento sui profeti di professione, a dispetto delle somme astronomiche spese da governi e aziende per le loro previsioni, uno storico può anche avventurarsi nel campo della futurologia. In fin dei conti, malgrado tutti gli sconvolgimenti, passato, presente e futuro formano un continuum indivisibile.
Ciò che caratterizza le arti del nostro secolo è la loro dipendenza da una rivoluzione tecnologica storicamente unica – in particolare le tecnologie della comunicazione e della riproducibilità – e la trasformazione che esse hanno subito in seguito a tale rivoluzione. Quanto alla seconda forza che ha rivoluzionato la cultura, cioè la società dei consumi di massa, essa è impensabile senza la rivoluzione tecnologica, per esempio senza il cinema, la radio, la televisione e i dispositivi portatili per l’ascolto della musica da tenere nel taschino della camicia. Ma è precisamente questo a non consentire che poche previsioni generali sul futuro dell’arte come tale. Le vecchie arti visive, come la pittura e la scultura, sono rimaste fino a non molto tempo fa puro artigianato; semplicemente, non facevano parte dell’industrializzazione – di qui, per inciso, la crisi in cui si trovano oggigiorno. La letteratura, d’altro canto, si è adattata alla riproducibilità tecnica mezzo millennio fa, ai tempi di Gutenberg. La poesia non va intesa né come opera destinata a una rappresentazione pubblica (com’era una volta il caso dell’epica, che di conseguenza scomparve dopo l’invenzione della stampa) né – per esempio nella letteratura cinese classica – come opera calligrafica. È soltanto un’unità assemblata meccanicamente con simboli alfabetici. Dove, quando e come la riceviamo, sulla carta, sullo schermo o in altro modo, è del tutto irrilevante, una questione secondaria.
Nel frattempo, nel XX secolo e per la prima volta nella storia, la musica ha sfondato il muro di una comunicazione esclusivamente fisica tra strumento e orecchio. La stragrande maggioranza dei suoni e dei rumori che udiamo oggi come esperienza culturale ci raggiunge in maniera indiretta – riprodotta meccanicamente o trasmessa da una certa distanza. Ciascuna delle Muse ha avuto una diversa esperienza dell’epoca della riproducibilità individuata da Walter Benjamin, e affronta il futuro in modo differente.
Lasciatemi perciò cominciare con una breve panoramica delle singole aree della cultura. In quanto scrittore, mi sia permesso di prendere in esame innanzitutto la letteratura.
L’umanità nel XXI secolo (diversamente dagli inizi del Novecento) non sarà più composta principalmente da illetterati. Oggi ci sono solo due aree del mondo in cui la maggioranza delle persone ancora non sa né leggere né scrivere: l’Asia meridionale (India, Pakistan e le regioni circostanti) e l’Africa. Istruzione regolare significa libri e lettori. Un semplice incremento del 5% del tasso di alfabetizzazione equivale a cinquanta milioni in più di potenziali lettori, perlomeno di libri di testo. Inoltre, a partire dalla metà del nostro secolo gran parte della popolazione dei cosiddetti “Paesi sviluppati” può aspettarsi di ricevere un’istruzione di secondo grado, e nell’ultimo terzo del secolo una percentuale significativa dei gruppi di età in questione riceve un’istruzione di livello superiore (attualmente in Inghilterra la popolazione si aggira intorno a un terzo). I fruitori della letteratura di ogni genere si sono quindi moltiplicati, e con essi, tra parentesi, il “pubblico colto” a cui tutte le arti dell’alta cultura occidentale si sono indirizzate sin dal XVIII secolo. In cifre assolute, questa nuova audience di lettori continua ad aumentare vertiginosamente. Anche gli odierni mass media mirano a essa.
Nel film Il paziente inglese, ad esempio, la protagonista legge Erodoto, e subito frotte di inglesi e americani sono corse ad acquistare le opere dello storico greco antico, che prima, nel migliore dei casi, conoscevano solo di nome.
Una simile democratizzazione del materiale scritto deve necessariamente condurre – come nell’Ottocento – a una frammentazione attraverso la crescita di vecchie e nuove letterature in volgare e – di nuovo come nel XIX secolo – a una età dell’oro per i traduttori. Del resto, in che altro modo, se non attraverso le traduzioni, Shakespeare e Dickens, Balzac e i grandi autori russi avrebbero potuto divenire patrimonio culturale comune della cultura borghese internazionale? Questo è in parte vero anche ai nostri giorni. Un romanzo di John Le Carré diventa un best seller perché viene regolarmente tradotto in trenta, se non addirittura in cinquanta lingue. Tuttavia, la situazione attuale è fondamentalmente diversa per due aspetti.
In primo luogo, come sappiamo, per un certo tempo la parola ha dovuto indietreggiare davanti all’immagine, e la parola scritta e stampata davanti a quella pronunciata sullo schermo. Fumetti e libri illustrati con testi ridotti al minimo non sono più ormai destinati solo a principianti che stanno ancora imparando a compitare. Molto più importante, tuttavia, è la ritirata delle notizie stampate dinanzi a quelle illustrate o comunicate verbalmente. La stampa, il principale medium della “sfera pubblica”, secondo Habermas, nel XIX secolo e in buona parte del XX, difficilmente sarà in grado di mantenere questa posizione nel XXI secolo. In secondo luogo, però, l’economia e la cultura globale dei nostri giorni necessitano di una lingua globale per integrare quella locale, e non soltanto per una élite trascurabile in termini numerici, bensì per strati più ampi della popolazione. Oggi questa lingua globale è l’inglese, e probabilmente rimarrà tale nel XXI secolo. Una letteratura specialistica internazionale in inglese si sta già sviluppando. E questo nuovo inglese-esperanto ha a che vedere con l’inglese letterario non più di quanto il latino ecclesiastico del Medioevo ne abbia con Virgilio e Cicerone.
Ma tutto ciò non può arrestare la crescita quantitativa della letteratura, cioè delle parole stampate, nemmeno quella delle belles lettres. In effetti, sarei quasi tentato di sostenere che – malgrado tutte le previsioni pessimistiche – il libro stampato, per tradizione il principale medium della letteratura, terrà duro senza eccessive difficoltà, con alcune eccezioni, come le grandi opere di consultazione, vocabolari, dizionari eccetera, ovvero i prediletti di Internet. Primo, non c’è nulla di più facile e pratico da leggere del maneggevole e nitidamente stampato volumetto stampabile inventato da Aldo Manuzio a Venezia nel XVI secolo – molto più facile e pratico di una stampata del computer, a sua volta incomparabilmente più semplice da leggere di un testo tremolante sullo schermo. Cosa che può essere confermata da chiunque passi un’ora a leggere il medesimo testo dapprima in forma stampata e poi sullo schermo del computer. Anche l’e-book non basa le sue pretese su una migliore leggibilità, ma su una maggiore capacità di memoria e sul fatto di non dover girare pagina.
Secondo, la carta stampata è, finora, più durevole dei media tecnologicamente più avanzati. La prima edizione dei Dolori del giovane Werther è leggibile ancora oggi, ma non è per forza così per i testi elettronici, sia perché – come le vecchie fotocopie e pellicole – hanno una vita limitata, sia perché la tecnologia diventa obsoleta così rapidamente che i computer più recenti semplicemente non sono più in grado di leggerli. Il progresso trionfale del computer non eliminerà il libro, così come non ci sono riusciti il cinema, la radio, la televisione e altre innovazioni tecnologiche.
La seconda tra le belle arti che se la cava bene ancora oggi, e continuerà a farlo nel XXI secolo, è l’architettura. Questo perché l’umanità non può vivere senza edifici. I quadri sono un lusso, le case una necessità. Chi progetta e realizza edifici, dove, come, con quali materiali, in quale stile, che sia un architetto, un ingegnere o un computer… tutto questo probabilmente cambierà, ma non l’esigenza di creare edifici. Anzi, si può persino affermare che nel corso del XX secolo l’architetto, in particolare quello di grandi edifici pubblici, sia divenuto il re del mondo delle belle arti. È lui – in genere è sempre un “lui” – a trovare l’espressione più consona, cioè la più costosa e imponente, alla megalomania della ricchezza e del potere, nonché del nazionalismo.
È abbastanza certo che tale tendenza proseguirà nel nuovo millennio. Oggi Kuala Lumpur e Shanghai stanno già dimostrando di meritare in prospettiva il diritto a uno status economico internazionale con nuovi record di altezza dei grattacieli, e la Germania riunificata sta trasformando la sua nuova capitale in un gigantesco cantiere. Ma di che tipo saranno le costruzioni destinate a diventare i simboli del XXI secolo? Una cosa è indubbia: saranno di grandi dimensioni. Nell’epoca delle masse, ci sono minori probabilità che siano sedi di governo, o di grandi società internazionali, sebbene queste ultime continuino a dare il loro nome ai grattacieli. Quasi sicuramente si tratterà di edifici o di complessi di edifici aperti al pubblico. Prima dell’era borghese, almeno in Occidente, erano le chiese. Nell’Ottocento, almeno nelle città, in genere erano i teatri lirici, cioè le cattedrali della borghesia, e le stazioni ferroviarie, quelle del progresso tecnologico. (Varrebbe la pena studiare un giorno perché, nella seconda metà del Novecento, la monumentalità abbia smesso di essere una caratteristica delle stazioni ferroviarie e dei loro successori, gli aeroporti. Può darsi che un domani ritorni a esserlo.) Alla fine del nostro millennio, vi sono tre tipi di edifici o di complessi idonei a divenire i nuovi simboli della sfera pubblica: primo, i grandi stadi e palazzetti destinati allo sport; secondo, gli hotel internazionali; e terzo, il più recente di questi sviluppi, le enormi strutture chiuse che ospitano i nuovi centri commerciali e ricreativi. Se dovessi scommettere su uno di questi cavalli, punterei su palazzetti e stadi. Ma se mi chiedete quanto durerà la moda che imperversa sin dalla costruzione del teatro dell’opera di Sydney, cioè quelle di progettare questi edifici in forme inaspettate e bizzarre, non vi posso dare una risposta.
Che dire della musica? Alla fine del XX secolo viviamo in un mondo saturo di musica. I suoni ci accompagnano ovunque, soprattutto quando siamo in attesa in spazi chiusi – al telefono, su un aereo o dal parrucchiere. La società dei consumi pare considerare il silenzio un crimine. Perciò la musica non ha niente da temere nel XXI secolo. In effetti, sembrerà alquanto diversa rispetto al secolo precedente. È già stata profondamente rivoluzionata dall’elettronica, il che significa che in gran parte non dipende più dal talento inventivo e dall’abilità tecnica del singolo artista. La musica del Duemila sarà per lo più ”prodotta”, e arriverà alle nostre orecchie senza molto input umano.
Ma cosa ascolteremo effettivamente? La musica classica vive in sostanza di un repertorio morto. Delle circa sessanta opere rappresentate dall’Opera di Stato di Vienna nella stagione 1996-97, soltanto una era di un compositore nato nel Novecento, e le cose non vanno molto meglio negli auditorium. Per giunta, il pubblico potenziale dei concerti, che persino in una città di oltre un milione di abitanti è composto, nella migliore delle ipotesi, da circa ventimila signore e signori attempati, fatica a ricostituirsi. Questa situazione non può andare avanti all’infinito. In realtà, finché il repertorio rimane congelato nel tempo, nemmeno il nuovo, enorme pubblico di ascoltatori indiretti può risollevare le sorti del settore della musica classica. Quante registrazioni della sinfonia Jupiter, del Winterreise di Schubert o della Missa Solemnis possono trovare spazio nel mercato? Dopo la Seconda guerra mondiale il mercato è stato salvato tre volte da altrettante innovazioni tecnologiche, cioè dal passaggio dai dischi a 33 giri alle audiocassette, e poi ai cd. La rivoluzione tecnologica continua, ma il computer e Internet in pratica stanno distruggendo il copyright come pure il monopolio del produttore e di conseguenza avranno probabilmente un effetto negativo sulle vendite. Tutto ciò non significa affatto la fine della musica classica, ma con un buon grado di probabilità un mutamento del suo ruolo nella vita culturale, e con assoluta certezza un cambiamento della sua struttura sociale.
Una certa stanchezza si può osservare oggi anche nella musica commerciale, un settore che è stato particolarmente vivace, dinamico e creativo in questo secolo. Mi limiterò a citare un esempio. A luglio, un’indagine svolta tra appassionati ed esperti di musica rock ha mostrato che quasi tutti i cento “migliori dischi rock di ogni tempo” appartenevano agli anni Sessanta, e praticamente nessuno era degli ultimi due decenni. Ma finora la musica pop è riuscita continuamente a rinvigorirsi, e dovrebbe essere in grado di farlo anche nel nuovo secolo. Perciò si canterà e si suonerà nel XXI secolo proprio come nel XX, anche se a volte in forme inaspettate.
Per quanto concerne le arti visive, la situazione appare diversa. La scultura conduce una miserabile esistenza ai margini della cultura: nel corso del Novecento, tanto nella vita pubblica quanto privata non ha più rappresentato lo strumento per registrare la realtà o il simbolismo in forma umana. Basta confrontare gli odierni cimiteri con quelli dell’Ottocento, adorni di monumenti. Dopo il 1870, durante la Terza Repubblica francese, vennero eretti a Parigi più di 210 monumenti, vale a dire, in media, tre all’anno. Un terzo di questi è scomparso nel corso del secondo conflitto mondiale, e il massacro di statue, com’è risaputo, è proseguito allegramente per motivi estetici sotto André Malraux. Inoltre, dopo la Seconda guerra mondiale, perlomeno al di fuori dell’area sovietica, sono stati realizzati pochi nuovi monumenti ai caduti, in parte perché i nomi dei nuovi soldati morti in combattimento potevano essere incisi sul basamento dei monumenti ai caduti della Prima guerra mondiale. Anche i vecchi simboli e le allegorie sono svaniti. In breve, la scultura ha perso il suo principale mercato. Ha cercato di salvarsi, forse per analogia con l’architettura, con il gigantismo degli spazi pubblici – ciò che è grande colpisce, qualunque sia la forma – e con l’aiuto di alcuni autentici talenti: con quale successo, il 2050 potrà giudicarlo meglio di noi.
(poi continua col testo dell'altro mio post)
 

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