Solo politica

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"Credo che il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri,
debba chiedere scusa per le sue vergognose accuse agli italiani che voteranno 'Sì' al referendum sulla giustizia
.
Definirli in modo sprezzante 'imputati', 'indagati', persino componenti di una 'massoneria deviata' è estremamente oltraggioso.
La dialettica politica, anche aspra, è legittima, ma mai deve trascendere in questo tipo di polemica triviale e offensiva.
Un magistrato dovrebbe saperlo e ponderare le parole
".
 
"Caro Gratteri, la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno 'Sì',
compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi.
Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell'etica pubblica.
Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile.
Confidiamo che, come al solito, messaggi di questo tipo spingano ancor di più gli italiani a votare
per dimostrare che per esprimere il loro voto non hanno bisogno di una patente da parte vostra.

Siamo tutti abbastanza grandi e informati. Grazie.

Noi votiamo orgogliosamente 'Sì'!


Questa volta il giudice sei tu. Non Gratteri
".
 
Il quesito – fissato dal DPR del 13 gennaio 2026 – chiede se approvare o respingere la legge costituzionale

"Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare".

Se il avrà la meglio la legge costituzionale viene confermata e si apre la fase attuativa.
 
“No a una Svizzera da 10 milioni”

Promosso il referendum che si terrà il prossimo 10 giugno

Attualmente la popolazione svizzera si attesta intorno a 9,1 milioni

Alla base del referendum c’è il timore,
espresso dai promotori dell’Udc (il più grande partito del Paese),
che l’aumento dei residenti stia gonfiando gli affitti
e mettendo a dura prova le infrastrutture e i servizi pubblici.

Dati alla mano, negli ultimi dieci anni la popolazione svizzera è cresciuta
circa cinque volte più velocemente della media degli stati membri dell’UE circostanti,
in più circa il 27% dei residenti non ha la cittadinanza svizzera.
 
Il conto della favola elettrica è arrivato, ed è salatissimo.

Ventidue miliardi di oneri,
perdite fino a 21 miliardi,
dividendi azzerati,
crollo in Borsa del 25% in una sola giornata
e un gruppo costretto a reimpostarsi come se fosse una start-up allo sbando
e non uno dei colossi mondiali dell’auto.


Questo è il lascito di Carlos Tavares:
un manager celebrato come visionario
che ha confuso l’ideologia per strategia
e l’ostinazione per lungimiranza.
 
Tavares ha puntato tutto sull’auto elettrica con il fervore del convertito,
ignorando segnali di mercato, resistenze dei consumatori
,
fragilità industriali e il fatto che l’Europa non controlla né le materie prime né la filiera tecnologica.

Una scommessa azzardata fatta col denaro degli azionisti, dei lavoratori e dei territori,
mentre lui si garantiva un’uscita dorata.


Perché mentre Stellantis oggi brucia miliardi, l’ex ceo non se n’è andato a mani vuote.

Secondo i dati disponibili,
Tavares ha incassato 35 milioni tra liquidazione e buonuscita,
ai quali vanno sommati compensi totali per 100 milioni maturati nei tre anni passati alla guida del gruppo.

Una cifra che stride in modo offensivo con il disastro industriale che emerge ora dai conti.
 
Dietro questo disastro
c’è anche la responsabilità enorme della Commissione Ue,

che ha spinto l’intero settore automotive verso l’elettrico
con un approccio dogmatico, ideologico, quasi messianico.


Divieti, scadenze irrealistiche, zero realismo geopolitico:
Bruxelles ha imposto una rivoluzione senza preoccuparsi di costruire una transizione vera, graduale, sostenibile.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
consumatori confusi, auto sempre più care, industrie in difficoltà e concorrenti cinesi che ringraziano.


L’Europa, che non produce batterie e non domina le tecnologie chiave, ha deciso di farsi del male da sola,
consegnando un vantaggio competitivo colossale a chi non condivide né le sue regole né le sue ossessioni ambientali.

E oggi, mentre i nodi vengono al pettine, la Commissione tentenna, rinvia,
corregge a margine, senza il coraggio politico di ammettere l’errore.


Si continua a parlare di aggiustamenti
mentre interi gruppi industriali bruciano miliardi e si finanziano a debito per restare in piedi.
 
Per l’Italia, tutto questo non è questione astratta.


La crisi Stellantis rischia di tradursi in meno investimenti, stabilimenti più fragili,
produzione ridotta e una filiera dell’indotto sotto pressione.

Decine e forse centinaia di migliaia di posti di lavoro
dipendono da scelte industriali prese lontano dal Paese
e da regole scritte senza considerare la realtà produttiva italiana.



Un gruppo che rinvia i dividendi, emette obbligazioni ibride per difendere la liquidità
e parla di reimpostazione non è un gruppo in salute: è un gruppo che cerca di limitare i danni.

E di ciò va dato atto all’attuale ceo Antonio Filosa.

Ma quando a farne le spese sono i siti produttivi italiani,
il prezzo lo paga l’intero sistema industriale.
Di ciò dobbiamo avere contezza.

IL PREZZO LO PAGHIAMO NOI.
 
Stellantis ora promette di rimettere il cliente al centro.

Ottima idea, peccato che ci si arrivi dopo aver perso tempo, denaro e credibilità.

La lezione è brutale ma chiarissima:

l’auto non si governa per decreto e l’industria non si guida a slogan.

Chi non l’ha capito in tempo, oggi presenta il conto.

E, purtroppo, non sarà solo Stellantis.
 

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