C'è un aspetto dell'occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo. Si stima che circa il 35-45% dell'intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond PDVSA, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance. I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un "cambio di regime" guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione per cui gli stessi fondi e le banche Usa stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela. Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell'Orinoco, permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti. Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli.Oltre alla detenzione diretta, banche come JP Morgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell'intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione. In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell'economia del paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi."