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E questo è solo uno dei più "garbati" articoli che ho letto.

C'era da aspettarselo.
Quando sostituisci all'ultimo minuto un telecronista - peraltro già contestato e certo non un fenomeno -
con un dirigente che ha collezionato voti di sfiducia come fossero figurine,
il risultato può essere uno solo: il disastro.

E infatti è arrivato, puntuale, devastante, imbarazzante.

La telecronaca RAI della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026
passerà alla storia come un caso di studio su come non commentare un evento planetario.

Oltre un miliardo di telespettatori nel mondo ha assistito ieri sera allo spettacolo di Marco Balich
- "elegante", "poetico", "assolutamente italiano" secondo la stampa internazionale dal Los Angeles Times al Guardian.

E mentre il mondo applaudiva, noi italiani ci siamo dovuti sorbire tre ore di logorrea ininterrotta, gaffe grottesche, impreparazione totale.

Perché alla RAI, in determinate occasioni, si sa, il presenzialismo è un obbligo: e la preparazione è un optional.
 

Paolo Petrecca: l'uomo dei record (negativi)​

Cominciamo dal protagonista di questa débâcle.

Paolo Petrecca, direttore di RaiSport,

Lo stesso che i giornalisti di RaiNews volevano mandare a casa con l'84% di voti di sfiducia.

Lo stesso che si è autoproclamato telecronista della cerimonia dopo l'esclusione last-minute di Auro Bulbarelli,
colpevole di aver spoilerato la presenza di Mattarella in una clip che lo vedeva passeggero di un tram
diretto a San Siro con Valentino Rossi alla guida.

E cosa fa Petrecca, nel momento più atteso della serata?

Intanto ci dà il benvenuto dallo Stadio Olimpico. Che sarebbe a Roma.

Poi annuncia trionfalmente l'ingresso di Mariah Carey.
Peccato che quella inquadrata sia Matilda De Angelis.

La gaffe sarebbe persino perdonabile - siamo umani, gli errori capitano - se non fosse per tre dettagli
che chi di mestiere fa il commentatore non può permettersi di ignorare.

Il primo: la produzione dello spettacolo, molto complesso e zeppo di citazioni storiche e aneddotiche,
equipaggia ogni rete avente diritto e ogni commentatore di un documento di centinaia di pagine che spiega tutto, nei minimi dettagli.
E che consiglia persino - time code alla mano - cosa dire e quando dirlo. Ci torneremo dopo…

Secondo: bastava guardare lo schermo per capire che quella non era Mariah Carey.

Terzo, e questo è il punto cruciale: quando commenti un evento da un miliardo di telespettatori
non puoi permetterti di andare a braccio sperando nella buona sorte.

I social sono esplosi. E giustamente.

Perché questa non è una svista, è l'emblema di un approccio sbagliato al lavoro giornalistico:
l'idea che basti "esserci" per fare bene il proprio mestiere.

Che la preparazione sia facoltativa.

Che studiare sia da sfigati.

 

Il documento fantasma e la cultura dell'improvvisazione​

Ed eccoci al cuore marcio del problema.

La cerimonia delle Olimpiadi non si commenta a orecchio e nemmeno a sentimento.

Senza voler sembrare blasfemi, non ci si improvvisa nel commentare l'elezione di un Papa o la notte degli Oscar.

Servono anni di esperienza, preparazione, curiosità e conoscenze. E spesso non bastano.

Proprio per questo esiste un protocollo ferreo con un documento che descrive ogni singolo secondo della cerimonia.

Chi entra, quando entra, cosa fa, cosa significa.

I nomi degli artisti, il senso delle coreografie, perfino i momenti in cui i telecronisti devono stare zitti.

È embargato con regole rigidissime. È la Bibbia.

Chi ha commentato le Olimpiadi lo sa: quel documento va studiato, interiorizzato, imparato quasi a memoria.

Ti dice cosa dire e soprattutto quando tacere.

Cosa che nel dubbio è sempre consigliabile.

Ma per saperlo, bisognerebbe leggerlo. E qui casca l'asino.

Perché alla RAI, evidentemente, leggere 200 pagine è stata considerata una perdita di tempo.

Meglio improvvisare, andare a sensazione, sperare che vada tutto bene.

Dopotutto, che vuoi che succeda?

Succede che confondi De Angelis con Carey.

Succede che non riconosci cinque campioni della pallavolo italiana su sei.

Succede che parli sopra Andrea Bocelli che canta "Nessun dorma".

Succede che mentre il mondo guarda San Siro con gli occhi lucidi per l'emozione,
tu racconti che hai mal di collo per colpa del cuscino.

Fabio Genovesi, uno dei tre moschettieri della telecronaca, nel bel mezzo della cerimonia
ha sentito il bisogno di condividere con un miliardo di persone i suoi problemi cervicali.

Probabilmente pensava di essere sul divano di casa con gli amici, non in diretta mondiale.


O forse, più semplicemente, alla RAI si è perso completamente il senso della realtà.

 

I campioni fantasma: quando non sai chi sono gli atleti italiani​

Il momento più offensivo - e la parola "offensivo" è persino troppo gentile - arriva durante il passaggio della torcia.

Giuseppe Bergomi e Franco Baresi consegnano la fiaccola a sei campioni della pallavolo italiana.

Non atleti qualsiasi: Danesi, Egonu, Cambi, Giannelli, Porro, Anzani. Campioni del mondo. Capitani delle nazionali.
Star dello sport italiano, in un momento storico in cui la pallavolo italiana è un punto di riferimento mondiale.
Quei sei li riconoscerebbe anche chi segue solo il curling o le bocce.

E cosa fa Petrecca?
Riconosce solo Paola Egonu.

Anzi, per l'esattezza dice "mi sembra Paola Egonu". Mi sembra.

Come se stesse tentando un colpo di fortuna al Superenalotto.

Gli altri cinque? Fantasmi. Ectoplasmi. Sconosciuti.

Per la cronaca, sono Carlotta Cambi, Anna Danesi, Simone Giannelli, Simone Anzani e Luca Porro.

Ora, facciamo due conti. Sei atleti sul palco. Uno riconosciuto (a malapena). Cinque ignorati. Percentuale di fallimento: 83,3%.

Se uno studente prendesse un voto così a scuola, verrebbe rimandato a settembre.

Ma alla RAI, evidentemente, l'83,3% di ignoranza è considerato un risultato accettabile.


E non vale la scusa del "non avevamo l'elenco dei tedofori".

Ovvio che ce l'avevate.

Era nel documento che nessuno ha letto.

Quello con 200 pagine che descrive tutto, ma proprio tutto.

Quello che serve a evitare figure di merda planetarie.

Quello che, alla RAI, considerano carta straccia.
 
Il mondo della pallavolo è esploso di rabbia. E ha tutte le ragioni.

Perché non si tratta di dimenticare un nome:

Si tratta di umiliare sei atleti che rappresentavano l'Italia davanti al mondo intero.

Si tratta di mandare il messaggio che, per la RAI, gli sportivi italiani sono tutti uguali: chi li conosce, chi se ne frega.

 

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