Il documento fantasma e la cultura dell'improvvisazione
Ed eccoci al cuore marcio del problema.
La cerimonia delle Olimpiadi non si commenta a orecchio e nemmeno a sentimento.
Senza voler sembrare blasfemi, non ci si improvvisa nel commentare l'elezione di un Papa o la notte degli Oscar.
Servono anni di esperienza, preparazione, curiosità e conoscenze. E spesso non bastano.
Proprio per questo esiste un protocollo ferreo con un documento che descrive ogni singolo secondo della cerimonia.
Chi entra, quando entra, cosa fa, cosa significa.
I nomi degli artisti, il senso delle coreografie, perfino i momenti in cui i telecronisti devono stare zitti.
È embargato con regole rigidissime. È la Bibbia.
Chi ha commentato le Olimpiadi lo sa: quel documento va studiato, interiorizzato, imparato quasi a memoria.
Ti dice cosa dire e soprattutto quando tacere.
Cosa che nel dubbio è sempre consigliabile.
Ma per saperlo, bisognerebbe leggerlo. E qui casca l'asino.
Perché alla RAI, evidentemente, leggere 200 pagine è stata considerata una perdita di tempo.
Meglio improvvisare, andare a sensazione, sperare che vada tutto bene.
Dopotutto, che vuoi che succeda?
Succede che confondi De Angelis con Carey.
Succede che non riconosci cinque campioni della pallavolo italiana su sei.
Succede che parli sopra Andrea Bocelli che canta "Nessun dorma".
Succede che mentre il mondo guarda San Siro con gli occhi lucidi per l'emozione,
tu racconti che hai mal di collo per colpa del cuscino.
Fabio Genovesi, uno dei tre moschettieri della telecronaca, nel bel mezzo della cerimonia
ha sentito il bisogno di condividere con un miliardo di persone i suoi problemi cervicali.
Probabilmente pensava di essere sul divano di casa con gli amici, non in diretta mondiale.
O forse, più semplicemente, alla RAI si è perso completamente il senso della realtà.