OGNUNO DI NOI HA VISSUTO QUALCOSA CHE L'HA CAMBIATO PER SEMPRE

La “questione Ucraina” campeggia pesantemente negli ultimi tempi sui media mondiali sostituendo, gradatamente,
le notizie su quella che si sta finalmente conclamando come una “pandemia politica”,
tenuta in piedi contro ogni minima logica e in assenza di una emergenza sanitaria vera, non mediatica, e solo in Italia.


Ma sorvolando sulle parziali verità e sulle responsabilità dei fautori del disastro socio-economico ai danni della parte operosa del Paese,
quello che ritengo sia osservabile è il monotono e banale atteggiamento degli Stati Uniti che ciclicamente utilizzano la menzogna per costruire il “nemico pubblico”.


Ciò sta nuovamente accadendo in queste ore verso la Russia.

Infatti, dopo annunci di guerra, considerabili solo sviluppi del braccio di ferro diplomatico,
ora la Russia viene accusata di continuare a schierare migliaia di soldati al confine con l’Ucraina per una “quotidiana e immediata” invasione.

Il “mercoledì nero” che avrebbe, secondo i media Usa, ma purtroppo non solo, determinato l’inizio della “fine”,
si è rappresentato come, non poteva essere diversamente, la solita “geosceneggiata”.

Così l’esercito russo ha annunciato mercoledì la fine delle esercitazioni e la partenza dei soldati dalla Crimea,
penisola annessa dalla Russia nel 2014, pubblicando un video che mostrava un ripiegamento dei mezzi militari carichi di attrezzature belliche.

Inoltre la Bielorussia ha anche promesso, sempre mercoledì, che tutti i soldati russi schierati sul suo territorio nell’ambito delle manovre,
avrebbero lasciato il Paese alla fine prevista di queste esercitazioni.


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In tale scenario Washington aveva già manifestato agli inizi di gennaio una “variante sanzionatoria” diretta non solo alla Russia,
ma anche ai suoi “Bojari”, cioè diretta alla “nomenclatura”.

Avvertimenti, per ora, che evocano misure sanzionatorie specifiche contro i membri dell’élite russa e le loro famiglie,
come confermato dal portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki.

Una prospettiva suffragata dal Regno Unito che, attraverso un comunicato del capo della diplomazia, Liz Truss,
ha annunciato l’elaborazione di un disegno di legge che consentirebbe di prendere di mira, quindi sabotare,
gli interessi di persone e aziende in base alla loro importanza per il Cremlino.


Non è notizia di oggi la considerazione che, ciò che viene svolto nell’ambito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
è considerato da Mosca come una forma di “diplomazia megafono”, come affermato anche dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia,
che accusa gli americani di “creare isteria” e “ingannare la comunità internazionale” con “accuse infondate” riguardo a una sempre probabile invasione russa dell’Ucraina.

Nei vertici Onu che hanno come tema l’Ucraina, quello che emerge è che questo Stato non viene considerato come “ponte” ma come “confine europeo”.

In più, l’articolo 5 del Trattato Nato stabilisce che, anche se la Russia intervenisse militarmente in Ucraina, la risposta militare non sarebbe scontata.

Infatti, proprio detto articolo specifica che se è un membro dell’Alleanza a essere attaccato, la risposta è sancita,
ma essendo l’Ucraina un “associato”, questa non è prevista, non implicando il concetto di “autodifesa”.


La storia tumultuosa tra Ucraina e Russia è stata spesso flagellata dalla questione dei confini;
questi confini furono in discussione già quando si creò l’Urss, dopo la Rivoluzione del 1917.

In questa fase l’Ucraina nutrì speranze di indipendenza ma ebbero vita corta.

L’Ucraina appartenne all’Unione Sovietica dal 1922 al 1991.

Quella che viene ricordata come la Grande carestia, del 1932-1933, conosciuta come Holodomor (uccidere per fame in lingua ucraina),
tratteggiò con il sangue il percorso che divise Kiev da Mosca.

In quella tragica occasione morirono per fame tra 3,5 a 5 milioni di ucraini.

Questo episodio creò un cardine traumatico e conflittuale nelle relazioni tra Ucraina e Russia.

Da allora gli ucraini sostengono che l’Holodomor sia stato un genocidio di carestia causato dai russi;
per contro, i russi sostengono che la Grande carestia ha colpito anche loro.

Tuttavia, il “genocidio Holodomor” è tutt’oggi fonte di dibattiti e controversie.


L’occupazione nazista dell’Ucraina sovietica, durante la Seconda guerra mondiale, aprì un altro periodo tragico per questo popolo;
tuttavia, proprio in questa fase nell’Ucraina resuscitò il desiderio di indipendenza,
ma fu affogato dai nazisti con la strage di quasi un milione di ebrei ucraini e altre atrocità.

Ricordo che nel 1941, dopo che Adolf Hitler ruppe il patto Molotov-Ribbentrop del 1939,
i nazisti invasero l’Urss, due battaglioni composti da ucraini nazisti presero parte a detta invasione;
circostanza usata dai russi per attribuire la qualifica di “fascisti” agli ucraini, utilizzata anche nella fumettistica caricaturale nel 2014.

Nel 1944, l’Ucraina fu liberata dai sovietici.

Il primo segretario del Comitato centrale del Partito comunista, Nikita Krusciov, nel 1954,
in occasione del trecentesimo anniversario del trattato di Perejaslav che sanciva la fedeltà dell’Ucraina all’Impero russo,
donò la Crimea all’Ucraina con un semplice decreto del Soviet supremo.

Ma questo atto non ebbe effetto vero fino al 1991 quando si sciolse l’Unione Sovietica.

Non potendo indugiare sul prosieguo dei difficili rapporti tra Ucraina e Russia,
concludo rammentando la chiara posizione russa che non accetterà mai di “confinare con la Nato”, e oggi lo sta dicendo ad alta voce.


I sondaggi, adesso, mostrano la popolarità di Putin in rialzo,
Joe Biden è indebolito dal vergognoso ritiro dall’Afghanistan e dall’opposizione nel Congresso.

Sulla bilancia geopolitica si osserva l’iperstabilità russa e sull’altro piatto l’iperfragilità degli Stati Uniti.


Per Putin una congiuntura migliore difficilmente si potrebbe immaginare.
 
Oh, questi sono peggio della gramigna.
Ma riuscite a capire ?
Un laureato in scienze politiche ed un insegnante di igiene,
tengono in scacco un'intera economia che rischia di deflagare.


Quasi in contemporanea, il ministro della Salute Speranza e il suo consigliere prediletto Ricciardi
hanno annunciato le loro inquietanti intenzioni per il futuro di questo disgraziato Paese.


Intervistato dal Corriere della Sera, Ricciardi ha, tra le altre cose, dichiarato che :

“la stanchezza di vivere da due anni sotto scacco non dovrebbe indurre ad assumere decisioni che potrebbero far risalire la curva per il terzo anno.

Il governo italiano ha mantenuto un atteggiamento responsabile.

Il processo di allentamento va avanti, tranne che nei luoghi critici come quelli del lavoro.

Giusto essere meno restrittivi all’aperto, se bar e ristoranti hanno tavoli distanziati si può rinunciare alla certificazione verde.

Al chiuso, non se ne parla. Mascherina e lasciapassare necessari”.


Ed a supporto di questo inverosimile proclama del medico partenopeo,
che a quanto pare si sente investito di un ruolo profetico nella nuova e imperante religione sanitaria,
è sceso in campo lo stesso Speranza,
il quale ha ribadito la necessità di continuare con le attuali misure,
paventando una quarta dose di vaccino per tutti, con queste parole:

“A marzo parte la quarta dose per gli immunocompromessi, ma dovremo valutare il richiamo per tutti dopo l’estate.”


Dunque, come in molti sospettiamo da tempo,
appare sempre più evidente l’intenzione di questi due personaggi
di non mollare la loro linea del terrore e delle restrizioni ad oltranza.

Con ciò essi si fanno interpreti di un grande coacervo di interessi i quali, in questi due anni di infodemia,
si sono fortemente consolidati in una sorta di inverosimile comitato per lo sfruttamento del filone aureo della paura virale.


Un consorzio che,

non trovando alcun ostacolo sul piano delle garanzie costituzionali,

è riuscito in sostanza ad annichilire il sistema democratico,

realizzando nei fatti un regime sanitario a tutti gli effetti.



Ed è veramente un pessimo segnale quello di un ministro della Salute,
esponente di un piccolo partito, che si sente in diritto di annunciare di sua sponte
il quasi certo arrivo di una quarta dose per tutti,
senza peraltro suscitare alcuna reazione da parte delle altre forze della sua composita maggioranza.


D’altro canto, quando Speranza e Ricciardi parlano,

rivolgendosi al cittadino ancora impaurito,

ma che vorrebbe riprendersi la propria libertà,

mi viene in mente un verso di una celebre canzone di Edoardo Bennato:


“Quanta fretta, ma dove corri, dove vai. Se ci ascolti per un momento, capirai.

Lui è il gatto, ed io la volpe, siamo in società, di noi ti puoi fidar.

Puoi parlarci dei tuoi problemi, dei tuoi guai.

I migliori, in questo campo siamo noi.”



Ogni riferimento al Pinocchio di Carlo Collodi, ovviamente, è puramente casuale.
 
Quest'anno l'ora legale entrerà in vigore la notte tra sabato 26 e domenica 27 marzo:

precisamente alle ore 2:00 si dovrà spostare avanti la lancetta di un'ora, alle 3:00.

Si dormirà dunque un'ora in meno, ma si avrà più luce la sera.


L'ora legale durerà fino a domenca 23 ottobre, quando rientrerà in vigore l'ora solare.
 
La Circolare n 4/E del 18.02 - Agenzia Entrate - porta chiarimenti su:

novità IRPEF 2022 e risparmio di imposta,

le detrazioni,

il nuovo trattamento integrativo 2022
 
Si può sfuggire ai creditori,
ai call center,
all’amministratore di condominio.

Si può evitare persino il fisco se si ha un buon consulente.

Ma non tutti sanno che si può anche sfuggire alla polizia senza commettere reato.


E questo perché la legge non prevede alcuna pena per chi si rende irreperibile o prende un’altra strada non appena vede un poliziotto.

La cosa può sembrare inverosimile, ma il nostro è uno Stato di diritto
dove le condotte possono essere punite solo se descritte in modo chiaro ed esplicito in una legge.

In assenza di alcuna previsione, la polizia non può sporgere una denuncia solo perché non si è voluto collaborare.

Già: per quanto strano possa sembrare, collaborare con le forze dell’ordine non è un dovere giuridico,
non almeno se la persona che queste stanno cercano siamo noi.

In questo breve articolo parleremo allora di come sfuggire alla polizia
e di cosa si può fare senza essere incriminati.

Ma procediamo con ordine.


Spesso, si ritiene che chi scappa dalla polizia,
nonostante l’alt impartito dagli agenti, commetta reato:

quello di resistenza a pubblico ufficiale.


Ma non è così.

Il reato in questione scatta solo quando si commette un’azione attiva e violenta,
che possa cioè comportare un pericolo per le forze dell’ordine o per gli altri cittadini
(si pensi a chi si mette a correre lungo un marciapiedi spingendo i passanti che gli intralciano la strada, facendoli cadere a terra e ferendoli).

Pertanto, se vedete un poliziotto e, per evitarlo, iniziate a correre a perdifiato,
senza però compiere condotte pericolose, l’agente – sia che vi raggiunga, sia che riusciate a seminarlo –
non potrà, solo per questo, denunciarvi.

Anche il semplice fatto di nascondersi
(ad esempio, dentro il portone di un edificio, dietro un’aiuola o un’auto parcheggiata)
non è reato visto che, come abbiamo anticipato, anche la condotta passiva, di chi cerca di sottrarsi al fermo, non è qualificabile come illecito penale.

Per la stessa ragione, la giurisprudenza ritiene che non sia reato
il fatto di stendersi a terra, irrigidirsi e rifiutarsi di seguire gli agenti in questura o alla stazione dei carabinieri.


Per la stessa ragione, si può scappare dalla polizia con la propria auto non appena si vede una pattuglia ai margini della strada,
anche dopo che questa abbia intimato lo stop con la paletta rossa.

Neanche in questo caso si commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Si può tutt’al più rispondere di una multa stradale.

In base infatti all’articolo 192 del Codice della strada, il conducente che non si ferma ad un posto di controllo
è soggetto alla sanzione amministrativa che va da un minimo di 87 euro ad un massimo di 345 euro,
oltre alla decurtazione di 3 punti dalla patente.

Ben poca cosa se si ha in auto una canna e non si vuole farla scoprire.


Secondo la Cassazione,

la resistenza a pubblico ufficiale scatta solo quando l’automobilista,

nel darsi alla fuga alla guida della propria auto,

compie manovre pericolose per il traffico,

ponendo a rischio l’incolumità degli altri conducenti,

dei pedoni o degli stessi agenti.


B
asterebbe una semplice infrazione al Codice della strada
come una inversione ad U quando la striscia di mezzeria è continua,
il passaggio col semaforo rosso o un eccesso di velocità.

Ma se, alla vista della pattuglia, mettete la freccia e cambiate strada non commettete alcun reato.

E lo stesso dicasi se pochi metri prima parcheggiate serenamente, uscite dall’auto e vi dirigete dal lato opposto della direzione.


Anche se ogni cittadino ha il dovere di rendersi reperibile,
fornendo al Comune un indirizzo di residenza,
il fatto di non risultare presenti all’indirizzo fornito non integra un reato.

Potrebbe costituire un illecito tributario solo laddove ciò sia finalizzato ad ottenere agevolazioni fiscali non dovute, ma non è questo il nostro caso.

Il reato scatta quando si fornisce all’anagrafe un indirizzo diverso da quello ove si abita.

In tal caso, scatta il falso in atto pubblico.

Ma se ci si trasferisce in un altro luogo rispetto a quello di residenza senza però aggiornare l’anagrafe non si commette reato.


Lo stesso dicasi per chi toglie il proprio nome dall’indirizzo del citofono o dalla cassetta delle lettere.

Anche qui, seppur un decreto ministeriale impone che la buca delle lettere sia “nominativa”

– indichi cioè il nome dell’intestatario – non sono previste sanzioni per i trasgressori.


Cosa succede in questi casi?

Che eventuali notifiche saranno lasciate presso il Comune o all’ufficio postale.

E lì resteranno in giacenza per 10 giorni se si tratta di raccomandate ordinarie o 30 se si tratta di atti giudiziari.

Peraltro, potranno essere contestate – e quindi non produrranno alcun effetto –

se il postino o l’ufficiale giudiziario, prima di tale deposito,

non dimostrerà di aver fatto delle ricerche per individuare l’effettivo luogo di residenza del destinatario.


Senza contare che, rendendosi irreperibili,
difficilmente si potrà essere sottoposti ad arresti, perquisizioni o controlli di specie.

E, nel frattempo, i reati potrebbero cadere in prescrizione.


Che succede invece se la polizia vi trova a casa?

Se è vero ciò che abbiamo detto, ossia che la resistenza passiva a pubblico ufficiale non costituisce reato,
è anche vero che il fatto di barricarsi in un luogo chiuso per non farsi prendere
(come una casa, una grotta, una capanna abbandonata, ecc.) non integra alcun reato.

Del resto, dovete sapere che il reato di evasione può applicarsi solo a chi evade dal carcere o dagli arresti domiciliari.

Insomma, bisogna essere arrestati o detenuti per poter commettere il reato di evasione.

Ma chi si chiude in casa o si sdraia a terra perché rifiuta di essere “accompagnato” in caserma non commette reato.


Immaginate di fare una festa a casa e di dar fastidio ai vicini per via della musica alta.

Allertati dagli altri condomini, bussano alla vostra porta due poliziotti che vi chiedono di seguirli in questura per arrestarvi.

Ebbene, un arresto del genere sarebbe illegittimo e voi potreste rifiutarvi di seguirli; potreste finanche opporvi con la forza.

Non si può infatti essere denunciati per resistenza a pubblico ufficiale
dinanzi un poliziotto che abusa dei propri poteri anche se si pone un comportamento violento contro di lui.


Pensate al caso di un agente che pretenda di arrestare una persona per il furto di una mela.
L’arresto è illegale infatti per reati lievi, anche se si viene colti in flagranza.


Ad esempio, non si può essere arrestati per diffamazione né per aver dato uno schiaffo a qualcuno,
anche se tali comportamenti sono puniti come reato.


La resistenza al pubblico ufficiale e persino le lesioni provocate ad un agente
non costituiscono reato se sono il risultato di una reazione ad un atto arbitrario o percepito come tale.

Ciò vale quindi anche se il cittadino è erroneamente convinto che l’arresto sia un sopruso quando in realtà non lo è.


Una interessante sentenza della Cassazione ha ritenuto innocente un uomo che si era opposto violentemente, sino a scappare,
da un agente che pretendeva di portarlo in questura per il solo fatto che questi non avesse con sé la carta d’identità.

L’uomo non si era rifiutato di dare le proprie generalità ma non aveva con sé i documenti.

E per questo non poteva certo essere punito.



Cass. sent. n. 19368/20 del 26.06.2020.

Cass. pen. n. 41408/2019

Cass. sent. n. 4457/2019.

Cass. sent. n. 18841/2011.
 
Non è solo l’automobilista a far ricorso a trucchetti ed espedienti di tutti i tipi per evitare le multe stradali,
percepite peraltro come ingiuste e rivolte solo a far cassa.

Anche la polizia ha numerose frecce al proprio arco per cogliere nel sacco gli automobilisti imprudenti, distratti e ingenui:

a dimostrazione che il precetto contenuto nell’articolo 97 della Costituzione,
secondo cui la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire in modo trasparente e imparziale,
è rimasto solo sulla carta.

Ecco allora 6 trucchi della polizia per fregarti con le multe e farti la contravvenzione.


Trucchi che, a voler essere precisi, sono riconducibili più che altro alle politiche dei Comuni:
è su questi infatti che compete la politica della viabilità,
la scelta dei limiti di velocità,
della segnaletica e degli appostamenti delle varie pattuglie.

La municipale non fa altro che obbedire ai comandi dal vertice, ossia del Comune a cui appartiene.


Tanto l’articolo 142 del Codice della strada
quanto la famosa Direttiva Maroni
e le numerose sentenze della Cassazione affermano che autovelox, tutor e telelaser
devono essere preventivamente segnalati e ben visibili.

Diversamente la multa è nulla.

Eppure, questo precetto viene aggirato costantemente
tramite gli autovelox posizionati nelle auto civetta poste ai margini delle carreggiate (vicino la vegetazione)
o, ancor più spesso, all’interno delle volanti della polizia mentre fanno la ronda da un lato all’altro della strada
.

Questi ultimi sono i cosiddetti scout speed:
si tratta di autovelox in movimento che, proprio per questa ragione, non possono essere visti dagli automobilisti.

Di norma, sono ancorati al vetro anteriore dell’auto dei vigili
e sono di dimensioni talmente piccole da non poter essere scorti neanche da fermi.

Tali autovelox hanno la capacità di fotografare le auto in eccesso di velocità che provengono da entrambi i sensi di marcia.

Basta lo scarto di 1 km di differenza rispetto al limite per far scattare la multa.


La Cassazione ha di recente detto che anche gli scout speed, per quanto in movimento,
devono essere presegnalati col cartello

«Attenzione, controllo elettronico della velocità».



Senonché era stata la stessa Cassazione ad imporre che tra la segnaletica e la postazione fissa della polizia
vi deve essere un ragionevole margine di spazio per consentire al conducente di frenare dolcemente.

Ma questa previsione rischia di essere frustrata nel momento in cui lo scout speed si muove.

Non è infatti da escludere che il cittadino incroci l’auto della polizia pochi metri dopo – se non addirittura prima – il cartello in questione.
Con buona pace per i trasgressori che non potranno, in un momento successivo, avere certezza millimetrica di dove la multa è stata elevata per poter fare ricorso.


Come noto, nelle zone dove si fa più fatica a trovare parcheggio,
come nelle località turistiche o nei centri urbani, viene imposta la sosta ad orario.

Cosa significa?

Che chi parcheggia ha solo un’ora (a volte anche meno) per sbrigare le proprie faccende e poi rimuovere l’auto.

Il tutto deve essere attestato con un disco orario o un foglio di carta
ben esposto sul tergicristalli anteriore ove si indicano la data e l’ora di inizio sosta.

Cosa fanno gli automobilisti per prolungare invece il parcheggio ed eludere il divieto?

Dopo aver fatto ritorno al proprio veicolo, allo scadere del tempo massimo, piuttosto che spostare la macchina,
cambiano la posizione della lancetta del disco orario.

In questo modo, «aggiornando» in continuazione l’orario d’arrivo nel parcheggio si può evitare di prendere la multa per divieto di sosta.


Ma la polizia ha un sistema per scoprire il trucchetto.

È stato segnalato che, in alcune città, gli agenti girano con un gessetto con cui fanno un piccolo segno bianco sulle ruote dell’auto.
In questo modo, se una volta trascorso il tempo massimo previsto per la sosta tale segno si trova nella stessa posizione,
significa che l’auto non è stata spostata ma ad essere modificato è stato solo il disco orario.

Di qui scatta la multa.

Quale può essere la difesa dell’automobilista?

Allo scadere dell’ora può, con una spugnetta bagnata, togliere il segno del gesso dalla ruota.

Gireremo con il cancellino in macchina?
 
Il trucco più scontato, noto e anche subdolo che usa la polizia per fare le multe
è collocarsi entro quei brevi spazi di strada dove i limiti di velocità crollano drasticamente per poi risalire poco dopo.

Sono i Comuni a predisporre delle continue modifiche dei limiti anche laddove non ve ne sia bisogno, come ad esempio lungo lo stesso rettilineo.

Così, sulla medesima strada, quando poco prima si poteva circolare a 90 km orari, e
cco che all’improvviso compare un cartello con il limite a 50 km.

E, guarda caso, proprio lì accostata, c’è la macchina della polizia con l’autovelox.

Una coincidenza o un modo per fregare il conducente distratto?

Non è difficile ritenere che la seconda sia la risposta più probabile.


Altrettanto scontato e inflazionato è il trucco di collocare gli autovelox dietro le curve, laddove non possono essere visti.

In verità, l’automobilista potrebbe tutelarsi decelerando laddove veda il cartello «controllo elettronico della velocità»
– la cui installazione, lo ricordiamo, è obbligatoria – per poi tornare all’andatura più naturale non appena superati 4 km da esso.

Ed difatti 4 chilometri è proprio la distanza massima che deve esserci tra la segnaletica di avviso e la postazione con l’autovelox.

A quel punto le soluzioni sono due: o il cartello viene ripetuto oppure la multa è nulla.


Tutti conoscono la differenza tra autovelox e tutor.

Il primo accerta la velocità istantanea dell’auto in un determinato punto;
sicché, un secondo dopo l’incontro con l’apparecchio, l’automobilista può tornare ad accelerare senza rischiare nulla.

Il tutor invece accerta la velocità media tra due punti;
sicché, l’automobilista deve rispettare i limiti lungo tutto il tratto di strada in questione.


Senonché alcuni cartelli, pur in presenza di tutor, indicano solo «Controllo elettronico della velocità»
senza specificare che si tratta della «velocità media».

E così il conducente, subito dopo il segnale, torna a premere sul pedale per poi restare fregato.


La Cassazione però ha detto che le multe elevate in tale modo sono illegittime perché giocano sull’inganno,
in barba all’obbligo di trasparenza a cui è tenuta l’amministrazione.

Il segnale deve specificare che il controllo avviene tramite autovelox o sulla velocità media.


Al semaforo giallo bisognerebbe fermarsi
a meno che non si è talmente a ridosso dell’incrocio da dover frenare bruscamente
mettendo a repentaglio la sicurezza della circolazione;

in tal caso, è possibile passare ma nel più breve tempo possibile.


Eppure ci sono semafori, specie in città, ove il giallo dura meno di tre secondi,
non consentendo agli automobilisti di compiere per tempo la manovra.

Ed ecco che, allo scattare del rosso, la fotocamera immortala la targa del conducente che si vede poi recapitare la multa a casa.

Né la giurisprudenza,
né le direttive ministeriali
hanno mai definito il tempo di durata del giallo:

tutto va regolato caso per caso, in base alla velocità consentita sul tratto di strada e soprattutto alle dimensioni dell’incrocio.


Ma qui i Comuni fanno spesso i furbi: prova ne sono i numerosi ricorsi al giudice di pace.

Che a volte si concludono con la vittoria dell’automobilista.
 
Certi amori fanno giri lunghi, immensi, per poi ritornare puntualmente, più forti di ogni ostacolo.

Come quello di certa politica filo-europeista per il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità
che molti esperti hanno da tempo indicato come potenziale trappola per l’Italia,
viste le condizioni alle il nostro Paese dovrebbe sottostare in caso di firma.

E che piace tantissimo, guarda caso, ai fedelissimi di Bruxelles,
in primis il premier Mario Draghi che è pronto a ritirar fuori il trattato dal cassetto.


Come raccontato da Ilario Lombardo sulle pagine della Stampa, infatti,
Palazzo Chigi si sta preparando a dare battaglia sul Mes,
con il ministero del Tesoro guidato da Daniele Franco che già da giorn

i “lamenta delle difficoltà che l’esecutivo incontrerà alle Camere sul Fondo creato per soccorrere i Paesi europei in crisi”,

dopo averne invocato per mesi la ratifica.

L’Ue si attende un via libera entro il 2021, come da impegni prima del governo Conte e poi di quello Draghi.

Ma sul tema i partiti restano titubanti.


Draghi vorrebbe arrivare all’appuntamento con Emmanuel Macron per discutere la riforma del Patto di stabilità,
in programma l’11 e 12 marzo, almeno con un voto positivo sul Mes in commissione esteri.

Un passaggio che, nelle intenzioni del premier,
“alleggerirebbe gli sguardi sospettosi dei falchi tedeschi e del nord Europa, poco propensi a fare concessioni all’Italia”.

E poi perché nei nuovi accordi tratteggiati da Francesco Giavazzi e Charles-Henri Weymuller
(consiglieri economi di Draghi e Macron) il Mes “tornerebbe a nuova vita come agenzia europea per la gestione del debito”.


Insomma, Draghi farà di tutto nei prossimi giorni per accelerare sul Fondo Salva-Stati europeo.

Creando non pochi grattacapi a partiti come Lega e M5S,
in passato molto critici nei confronti del Mes
ed ora invitati a ingoiare l’amarissimo boccone,
con il rischio di subire l’ennesimo tracollo nei sondaggi elettorali.


Il premier potrà contare sulla solita stampa addomesticata,
quella che già ripete da giorni :

“l’Italia può ratificare il Fondo senza automaticamente accedervi”.


Una bugia dietro la quale si nasconde l’ennesima fregatura orchestrata dall’Ue.
 

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